LA GRAVIDANZA TROPPO LUNGA

Il 13 agosto 1952 alle sei e mezza di mattina Palma Chiappetta, quasi sessantenne, si mette in cammino dalla contrada Pazzuolo verso Falconara Albanese. Lungo la strada c’è la casa di sua figlia Maria e, come è solita fare, si ferma per salutarla. Nota subito che c’è qualcosa di strano alla porta di casa: un pezzo di corda tiene chiusi i due battenti dall’esterno:
– Marì… Maria! – la chiama più volte senza ottenere risposta. “dov’è andata che è incinta grossa e deve sgravare” pensa. Posa a terra la cesta che ha sulla testa e scioglie il nodo che serra la porta. Entra e chiama di nuovo mentre si inoltra nel corridoietto che conduce all’unica stanza della casa. Ancora silenzio. Per poco non le viene un colpo quando, entrata nella stanza, vede una mezza gamba di donna spuntare da dietro al letto. Si avvicina e non ha più dubbi. Sua figlia è morta! Urla per richiamare l’attenzione dei vicini che accorrono in men che non si dica e portano via Palma; qualcuno, pietosamente, stende un lenzuolo sul corpo mentre qualcun altro si precipita in paese ad avvertire le autorità.
In quegli stessi momenti un uomo bussa alla caserma dei carabinieri di San Lucido. Gli apre il vicebrigadiere Condipodero che lo riconosce:
– Amendola, di nuovo qui sei? – gli fa, quasi rimproverandolo.
– Fatemi entrare, vi devo dire una cosa grave – gli risponde con voce tremate e in evidente stato confusionale.
Raffaele Amendola è il marito di Maria Amendola, sua cugina di primo grado. I due si erano sposati il 27 ottobre 1951 e Raffaele, dopo appena due settimane, era partito per Roma dove, a Borghetto San Carlo nella zona de La Storta, aveva trovato lavoro come pecoraio, lasciando a casa la sposina.
Mio carissimo sposo ti facio questa cartolina per ti darvi lemie buone notizie la quale sono stata contenta dela lettera che miavete mantato duque caro sposo fami sapere perche nonmiai scrito cheio ti oscritto quatro volti e voi non miavete scritto mai voglio sapere perche che io sono dieci giorni che mistano dolento i ganghi che sto incinto penza che io non mila poso ire acaciare perche non tengo soldi che sono stata dove Luigi Vomaro e non milavoluta caciare che era guasta e a detto che la di caciare indando io non ciposo antare sevoi mi potete mantare uppo di soldi io non come fare che son senza soldi duque caro sposo niente altro dadire ti saluto e ti bacio e sono la tua sposa Maria ciao
P.R.N. Te buone notizie
Raffaele, appresa la bella notizia che Maria era incinta, cominciò subito a farsi i conti sulla data del parto in modo da chiedere al padrone di lasciarlo libero per assisterla. “L’ultima volta che l’ho toccata è stato a fine ottobre” pensa “Uhm… nove mesi sono a fine luglio… chiederò al padrone tutto agosto…”.
Ma arrivarono anche notizie poco rassicuranti sull’onestà della moglie: aveva invitato a casa il proprio fratello e due vicini di casa per ballare al suono di una fisarmonica! Lui non ci badò molto, sapeva che Maria era una ragazza di carattere allegro e sincero. Piuttosto, le dicerie gli fecero aumentare l’ansia di rivedere la sua sposa e nel mese di maggio le fece un’improvvisata. Arrivò a casa di mattina presto e la trovò che dormiva nel letto matrimoniale con la sorella. “Alla faccia di chi ne pensa male” disse tra se e se.
– Marì, il primo agosto me ne torno di nuovo per assisterti quando partorisci e ci sto tutto il mese – le disse prima di ripartire.
– No! Torna verso il venti o il ventidue… – gli rispose.
Raffaele rifece i suoi conti e arrivò a dieci mesi. “E chi d’è, ‘na ciuccia?” si disse, perplesso “’Un sa cuntari…”.
25-5-52
Carissima sposa ti scrivo questa cartolina per tifare sapere lemie buone notizie ti facio sapere che o fatto un filici viagio e a pena che sono a rivato misono messo subito a lavorare finisco coi piu cari salute ti saluto e tibacio e sono il tuo sposo Raffaele ciao
Così le scrisse [E’ interessante leggere ciò che Luigi, colui che si incarica di scrivere le lettere per conto di Raffaele, scrive a un suo cugino sul retro della cartolina che abbiamo appena letto: caro cugino Raffaele tiscrivo questi due righe dicarta per  tifare sapere lemie buone notizie e dunque caro cugino io tidico vieni a Romo che adesso a quarsiasi parti trove illavoro poi vinuto chesei ci penzo io per tifalavorare le zabogne (…)]. E, come aveva già deciso, tornò a casa alla fine di luglio e, come la volta precedente, la trovò che dormiva nel letto con la sorella.
– Ho
strangolato mia moglie perché lei insieme a due individui sconosciuti mi ha aggredito nel sonno per ammazzarmi. Io ho reagito e i due sconosciuti sono scappati… c’era solo lei lì e…
– Ma perché tua moglie avrebbe dovuto aggredirti insieme a due uomini? Non avevate chiarito tutto due giorni fa? – gli chiede sospettoso il vicebrigadiere, dal momento che due giorni prima, davanti a lui, in quella caserma, Maria aveva chiarito al marito i dubbi circa la durata della gravidanza che secondo Raffaele sarebbe dovuta terminare tra la fine di luglio e i primi di agosto, mentre secondo Maria il parto sarebbe avvenuto intorno al 20 agosto, spostando l’ultimo amplesso immediatamente prima della partenza per Roma.
In verità a Raffaele il dubbio sulla fedeltà della moglie l’aveva instillato una vecchia zia della propria madre, la quale si era detta sicura che il parto sarebbe avvenuto addirittura a metà settembre e quindi sarebbe stato sicuramente un figlio adulterino. Un vero guazzabuglio dal quale i coniugi uscirono, come abbiamo visto, con l’accordo trovato davanti al vicebrigadiere Condipodero, che se entro il mese di agosto Maria non avesse partorito, Raffaele avrebbe chiesto la separazione per il tradimento subito.
Ma adesso le cose sono radicalmente cambiate. C’è un cadavere e c’è un reo confesso. Raffaele viene chiuso in camera di sicurezza e i carabinieri vanno in contrada Pazzuolo a fare un sopralluogo.
Il cadavere di Maria è pieno di escoriazioni e contusioni. La testa, completamente tumefatta, cianotica e imbrattata di sangue raggrumato, è poggiata su di un cuscino senza federa. La camicetta bianca a fiorellini colorati è sollevata fino a lasciare nudo il seno sinistro. La sottana nera di cotone è sollevata fino a lasciare scoperte entrambe le gambe, una delle quali è distesa e l’altra piegata. Ogni zona scoperta del corpo è costellata di ecchimosi, tutti gli indumenti presentano tracce di sangue e sono strappati in più punti. Due lunghi segni bluastri sul collo indicano chiaramente che è stata strangolata.
Accanto al corpo c’è un comodino con un lume a olio e per terra molti fiammiferi consumati. Il letto è normalmente disfatto e tutto il resto dell’arredamento è in perfetto ordine. Non c’è alcun segno che in quella stanza ci sia stata una colluttazione tra quattro persone, come afferma Raffaele.
– Amendola, racconta per bene che cosa è successo perché finora hai detto solo fesserie e non fai altro che peggiorare la tua situazione – gli intima, incazzato, il maresciallo Scopelliti.
– Dopo due giorni dal mio ritorno – attacca Raffaele – una zia di mia madre mi chiese se conoscessi la data del parto di mia moglie. Io le risposi che sarebbe avvenuto verso il venti o ventidue agosto e mia zia mi disse queste testuali parole: “Non è vero che tua moglie sgraverà per quella data perché lei stessa mi ha detto che il parto avverrà soltanto dopo il dieci settembre e non prima e ti raccomando di non dire niente a lei di quello che ti ho riferito”. Appena ho saputo questa cosa, ho cominciato a dubitare dell’onestà di mia moglie ma non le feci capire che avevo dei dubbi su di lei e mi limitai a dirle che secondo me avrebbe dovuto partorire nei primi giorni di agosto e lei mi ha detto che sono uno stupido e un ignorante. La mattina del dieci agosto, poi, siccome dovevo pagare dei debiti fatti da mia moglie per comprare della roba da mangiare, ho venduto per seimila lire un maialino al mio vicino Nicola Pagnotta. Quando quella sera sono tornato a casa lei mi ha detto che sono un cretino e uno stupido perché ho avuto fretta di vendere il maiale per quella somma, mentre a Pagnotta gli avevano offerto novemila lire. Io sono andato a casa di Pagnotta e lui mi ha detto che mia moglie si sbagliava perché non era vero che gli avessero offerto novemila lire. Quando sono tornato, mia moglie si era chiusa in casa e non voleva più farmi entrare e si è decisa ad aprirmi solo quando è intervenuto Nicola Pagnotta che mi ha fatto promettere che non l’avrei picchiata. Visto che mia moglie non aveva più rispetto per me, la mattina dopo ho deciso di venire in caserma per consigliarmi sul da farsi. Voi – continua rivolgendosi al vicebrigadiere Condipodero – mi avete consigliato di farmi trovare a Falconara quel pomeriggio dicendomi che le avreste parlato ma lei non è voluta venire con me e voi l’avete convocata per la mattina successiva, cioè ieri, in caserma. Qui ci avete riappacificati in attesa del parto e noi ce ne siamo tornati a casa, poi sono andato in paese e ho raccontato tutto a mia madre e mio padre i quali mi consigliarono di lasciarla e di andarmene a Roma ma io risposi che non avrei abbandonato mia moglie se non fossi stato sicuro del suo tradimento. Quando sono tornato a casa lei non c’era ma davanti la porta c’era Nicola Pagnotta il quale mi disse che Maria era andata dalla madre a prendere dei semi di erba da prato. Mandai un figlio di Pagnotta a chiamarla e lei tornò con i semi, poi abbiamo mangiato un po’ di pane e un’insalata di pomodori e ci siamo seduti al fresco sul terrazzino di casa a parlare del più e del meno. Io le dissi che i miei genitori mi avevano consigliato di lasciarla e andarmene a Roma e lei mi rispose: “Fa cumu vù!”. Io sono andato a letto e mi sono addormentato subito; mia moglie è rimasta a prendere il fresco e non mi sono accorto quando si è coricata. Saranno state le due quando mi ha svegliato. Era nervosa e ha ripreso il discorso interrotto sul terrazzino: “Beh, se tu vuoi partire per Roma, parti pure che a me non interessa, né mi preoccupo se tu non mi vuoi mandare più soldi perché io so come sbrigarmela!”. Io le ho risposto che non volevo assolutamente ripartire senza prima averla assistita e senza prima avere provveduto ai lavori in campagna e al raccolto della frutta. La discussione si è animata e lei ha cominciato a insultarmi e le ho dato uno schiaffo sperando di farla stare zitta ma ho ottenuto l’effetto contrario: ha cominciato a prendermi a pugni e schiaffi e a un certo punto, ovviamente tutto si stava svolgendo al buio, lei è riuscita a darmi un morso alla mano destra facendomi molto male. La rabbia per quella mancanza di rispetto mi ha fatto perdere i lumi della ragione: l’ho tirata giù dal letto e le ho dato una scarica di calci e pugni, poi quando è caduta per terra le sono salito sul petto con un ginocchio, l’ho presa per la gola e ho stretto forte con tutte e due le mani fino a che non l’ho sentita più muoversi. Ho cercato i fiammiferi e ne ho accesi parecchi per trovare i miei vestiti e nei momenti di luce ho constatato che era morta. Mi sono vestito e sono uscito lasciandola a terra, poi ho chiuso la porta di fuori, l’ho legata con un pezzo di spago e sono venuto a costituirmi. Mentre camminavo mi facevano male le gambe e mi sono accorto che sono piene di lividi e sicuramente mi sono fatto male da solo quando le tiravo i calci e anche la slogatura al polso me la sarò procurato da solo per la violenza con la quale le tiravo i pugni… questo è tutto…
– Perché hai detto di essere stato aggredito? E perché le hai messo il cuscino sotto la testa? – lo incalza il maresciallo.
– Marescià… non lo so perché l’ho detto… direi comunque una bugia. La verità è quella che vi ho appena raccontato e non so niente di questo cuscino. Io l’ho lasciata a terra…
La ricostruzione dei fatti raccontata da Raffaele viene smentita dall’autopsia che chiarisce le dinamiche dell’aggressione: “ (…) la vittima fu colpita selvaggiamente da calci e pugni, poscia sbattuta violentemente con l’occipite contro il pavimento o contro altro corpo duro e solo dopo alcune ore, mentre essa giaceva incosciente ed in stato comatoso per le lesioni cerebrali riportate, venne strangolata”. E l’esserino che Maria portava in grembo? Chiariscono i medici autoptici: “Abbiamo estratto dall’utero un feto le cui dimensioni (49 cm di lunghezza e 3,100 kg di peso nda) e la cui maturità hanno manifestato essere a termine. Infatti si trattava di un feto di sesso maschile giunto al nono mese compiuto di gestazione. Quindi nel momento in cui la vittima fu uccisa era incinta e portava nel suo grembo un feto giunto al nono mese compiuto di gestazione e prossimo ad essere partorito”.
Raffaele viene rinviato a giudizio per il delitto di omicidio aggravato in persona della propria moglie. Il bambino che stava per nascere non conta.
Il 26 novembre 1953 comincia il processo che viene subito rinviato al 21 dicembre a causa dello sciopero degli avvocati.
Durante il dibattimento Raffaele modifica la sua prima dichiarazione per cercare di alleggerire la sua posizione:
Allorchè scesi dal letto per vestirmi ed uscire e sottrarmi così alle invettive di mia moglie, venni improvvisamente investito da lei nel buio. Mia moglie mi afferrò per il collo, io cercai di difendermi ed a mia volta afferrai lei per il collo; in questo mentre le caddi addosso. Soprattutto io ho cercato di difendermi e solo a questo scopo cercai di stringerla e così ella cadde violentemente per terra e credo che sia morta o per la caduta o per qualche violenza da me usatale senza intenzione di volerla uccidere.
Il processo dura un solo giorno e il Pubblico Ministero chiede la condanna a 18 anni di reclusione con la concessione delle attenuanti generiche, mentre l’avvocato Fagiani chiede che il reato sia derubricato a omicidio preterintenzionale con la concessione delle attenuanti generiche, della provocazione e dei motivi di particolare valore morale e quindi condannato al minimo della pena.
La Corte lo condanna a 15 anni di reclusione, alla interdizione legale, alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, al pagamento delle spese e al pagamento del suo mantenimento in carcere per omicidio volontario, rilevando che “se alla base del gesto improvviso, impetuoso dell’Amendola non può porsi un fatto provocatorio obiettivo, certo e serio che possa far considerare che egli agì in stato d’ira, deve anche ammettersi che i motivi del dramma sono da riferirsi agli inconsiderati atteggiamenti di essa Maria che, se anche monda di ogni peccato, nulla fece – sospinta dal suo temperamento esuberante ed allegro – per evitare che le dicerie a suo carico prendessero consistenza, tanto più conoscendo il carattere del marito esageratamente geloso; che, anzi, si ha la prova che ella, sebbene ammonita dagli stessi suoi genitori mai se ne preoccupò, superando con disinvoltura la maldicenza che andava sempre più aggravandosi in danno della sua persona mentre il marito, peraltro, era assente dalla casa coniugale (…) La spinta criminosa, adunque, si riallaccia a motivi moralmente e socialmente apprezzabili in quanto approvati dalla coscienza etica del popolo in rapporto anche alle concezioni dominanti in un determinato ambiente (…)”.
Non una parola per il bambino.
Il 12 dicembre 1955 la Corte
d’Appello riduce la condanna a 14 anni e dichiara applicabile il condono di tre anni in base alla legge N. 922 del 19 dicembre 1953. Non risultano ricorsi per Cassazione.
Non una parola per il bambino.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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