SFIDA MORTALE

Il pomeriggio del giorno di San Giuseppe 1920, la cantina di Pasquale Santoro, a Fuscaldo, è piena. A un tavolo un gruppo di amici sta giocando al tocco a vino. Giuseppe Pastura, per quel giro, è il padrone e ha in mano l’ultimo bicchiere pieno che deve dare a qualcuno dei giocatori. È indeciso e temporeggia; gli altri, impazienti di cominciare un nuovo giro con una nuova bottiglia e un nuovo padrone, insistono perché si sbrighi ma lui non ne ha nessuna intenzione e continua a traccheggiare.
– E muoviti che non abbiamo tempo da perdere! – gli fa Giuseppe Maio, spalleggiato da suo cugino Pasquale
– Fatti i cazzi tuoi, ci posso stare anche fino a domani prima di invitare qualcuno! – gli risponde Pastura
– Sei proprio un cornuto di merda! – rincara la dose Maio, colpendolo sulla mano con la quale tiene il bicchiere, facendoglielo cadere.
Pastura fa per lanciarsi contro Maio il quale, a sua volta si lancia contro di lui. Per fortuna gli altri amici si mettono di mezzo e tutto finisce senza essere nemmeno iniziato. Il gioco continua e quando finisce, tutti tornano a casa un po’più che brilli, sorreggendosi a vicenda.
Quando la mattina dopo nella cantina si parla del fatto, la voce si sparge e i familiari di Salvatore Pastura non la prendono bene. la loro è una famiglia che non le manda a dire e Salvatore viene pesantemente redarguito dai suoi
– Sei una donnetta! Non ti ricordi quando abbiamo fatto la questione con i Barabba e li hanno dovuti togliere a spalla dalla nave? Ah! Ci dovevo essere io, gli avrei spezzato le gambe! – dice Rosa Mantuano, sua madre, mordendosi una mano.
– Ma che dovevo fare? I Maio erano tre e io ero da solo, mi dovevo fare spaccare il culo? – si giustifica il giovanotto.
Luigi Pastura, fratello di Giuseppe e figlio di Rosa, fa il macellaio ed è un tipo tranquillo. Ascolta tutta la discussione, poi decide di andare a parlare con i Maio per conoscere la versione dell’altra parte.
– Ma lasciassero perdere, eravamo tutti brilli e non è il caso di farne un dramma. Per noi non c’è stata offesa da nessuna parte, stai tranquillo compare Luigi e che stiano tranquilli anche tutti i tuoi familiari – lo tranquillizzano i Maio, suggellando la pace con una calorosa stretta di mano.
Ma se la pacifica stretta di mano vale per Luigi, per gli altri Pastura vale meno di zero. L’odio e il rancore verso i Maio montano in men che non si dica a livelli non più controllabili.
Il 21 marzo, alle cinque della sera, lungo la via principale del paese diversi gruppi di persone discorrono tra di loro. Accanto all’Antica Farmacia Garritani ci sono Pasquale Maio, suo cugino Salvatore, Ernesto Seta, uno dei pacificatori della questione del 19, e altri amici. Ernesto Seta si accorge che a qualche decina di metri da loro, proprio di fronte al negozio di Battista Cavaliere, i fratelli Antonio e Giuseppe Pastura stanno discutendo animatamente con il loro cugino Luigi. Temendo che stiano architettando qualcosa, lascia il gruppo di amici e si avvicina ai Pastura, giusto in tempo per ascoltare ciò che stanno dicendo
– Io me ne vado, a me non hanno fatto niente, stamattina hanno anche comprato la carne da me e per una cazzata non vale la pena perdere la loro stima e la loro amicizia – dice Luigi ai cugini
– Come? Te ne vai? Allora sei un cornuto che si porta a casa le corna dell’offesa! – lo rimprovera Antonio – devi rimanere perché li dobbiamo sfidare a duello, gli dobbiamo fare pagare lo schiaffo di venerdì!
Luigi scrolla le spalle e fa per andarsene quando il cugino Antonio gli molla uno schiaffo in faccia
– Vigliacco! Cornuto! Portati le corna a casa e tieniti le offese dei Maio! – gli ripete
Proprio in quel momento arrivano sul posto la madre, il padre e la sorella di Luigi. La madre è la più esagitata e comincia a sbraitare contro Pasquale Maio
– Cornuto! Vieni qui che mio figlio Luigi ti deve dire una parola… ti è andata bene venerdì che hai trovato Salvatore, ma se c’ero io… – urla rivolgendosi lo minaccia mordendosi la mano, poi continua – noi Pastura corna a casa non ne portiamo e le offese le laviamo subito! Venite qui che vi allarghiamo il buco del culo!
Luigi strattona la madre per farla calmare ma non c’è niente da fare, ormai è partita e nessuno la può fermare. I Maio, da parte loro, fanno finta di niente, girano le spalle alla donna e continuano tranquillamente a fumare i loro sigari. Intanto, dalla parte della strada dove sono fermi i due cugini Maio, stanno per arrivare altri loro parenti, prontamente avvisati che sta per nascere una questione.
– Se non vuoi andare tu con i tuoi cugini a difendere l’onore dei Pastura, ci vado io! – tuona Antonio, il padre di Luigi, incamminandosi in direzione degli avversari che adesso sono notevolmente cresciuti di numero. Luigi non sa più che fare. Guarda la madre che continua a urlare e inveire contro i Maio, guarda il padre e i cugini che vanno verso gli avversari con i coltelli spianati, guarda sua sorella che continua a urlargli nelle orecchie: “fatti onore, fatti onore!”. È confuso. Non vuole venire meno alla parola data ai Maio, ma non può permettere che il proprio padre vada a farsi massacrare al posto suo. Respira forte, cerca di trovare dentro di sé l’odio necessario per affrontare i Maio e nelle sue orecchie rimbombano confusamente le parole dei suoi familiari cornuto… fatti onore… vado io… vi rompiamo il culo… cornuto…cornuto…cornuto…
Le narici cominciano a dilatarsi e negli occhi appare una luce sinistra. Le sue mani si calano nelle tasche dei calzoni e ne escono armate di un coltello a scatto nella destra e di un punteruolo in quella sinistra; preme il pulsante e la lama luccica all’ultima luce del sole che è quasi sparito nel mare.
– Bravo! Così si fa! Vai e squartali – lo incita la madre
Luigi abbassa la testa come un toro che sta per caricare e si lancia verso i Maio, mentre dietro di lui la voce della sorella si alza ancora contro gli avversari
– Adesso vi facciamo a pezzi!
Luigi, con la mente in subbuglio, si carica sempre di più avendo nelle orecchie le urla della madre e della sorella che continuano ad aizzarlo. Nella sua corsa affianca il padre e lo spinge di lato, supera i cugini che lo guardano con stupefatta soddisfazione, supera tre traìni fermi sul bordo della strada provinciale e finalmente è davanti agli ormai odiati Maio, schierati in atteggiamento difensivo tra la farmacia e la scuderia di Raffaele Battista.
– Datemi due minuti e faccio andare via i Maio – propone Ernesto Seta ai Pastura, i quali sembrano accettare ed Ernesto corre verso l’altro gruppo ma Luigi non sente la proposta di tregua e prosegue oltre.
Il primo che incontra è Pasquale Maio, il primo al quale ha stretto la mano in segno di pace.
Per qualche secondo sembra che tutto si sia calmato, sembra che sulla strada ci siano solo Pasquale e Luigi che si guardano. Anche Ernesto Seta che è lì accanto guarda Luigi negli occhi e i lampi di odio che che ne escono. Capisce che non c’è più niente da fare e, sconsolato, si mette da parte.
I due giovani continuano a guardarsi negli occhi mentre il braccio armato di Luigi si alza sopra la testa, pronto a colpire l’avversario. Pasquale non può credere a ciò che sta per accadere: quello che sta per colpirlo è proprio il suo amico e compare Luigi
– Compare Luigi, ma tu davvero fai? – gli dice, incredulo, mentre la lama cala fredda sul suo viso, squarciandoglielo. Luigi colpisce ancora. Al fianco questa volta, ma la coltellata, trapassati la giacca, il panciotto e la camicia, va a vuoto.  Poi i due si guardano di nuovo negli occhi. Adesso l’odio è nello sguardo di Pasquale che, tenendosi una mano premuta sul lungo taglio al viso, con l’altra estrae una rivoltella e fa fuoco due volte. Il primo colpo va a vuoto ma il secondo colpisce Luigi sotto la clavicola sinistra, recidendogli l’arteria succlavia e perforandogli il polmone.
Poi si scatena l’inferno. Da una parte i Maio, quasi tutti armati di rivoltella cominciano a far fuoco verso i Pastura che li stanno aggredendo armati di coltello. Delle persone estranee presenti alla battaglia, chi può scappa, chi non può cerca riparo dietro i traìni, nei negozi o nei portoni aperti. Da dentro le case, con cautela, si osserva il tutto e qualcuno conta più di una dozzina di colpi di rivoltella.
Intanto Luigi, dal dolore che avverte, capisce che non può più lottare e cerca di scappare verso casa ma Pasquale e suo padre Giuseppe lo inseguono con le armi in pugno. L’inseguimento non dura che una ventina di metri perché Luigi, stroncato dalla devastante emorragia, cade a terra morto accanto alla fontanina di via Linza. Dalle case vicine esce gente per soccorrerlo proprio mentre arrivano Pasquale Maio e suo padre, pronti a finirlo. Pasquale prende la mira ma il padre lo blocca
– Non vedi che è già morto? Scappa, mettiti in salvo! – e tutti e due tornano sui propri passi, rientrando a casa.
Davanti al negozio di Battista Cavaliere la battaglia non è ancora terminata, quando arriva la notizia della morte di Luigi. Come d’incanto tutto finisce e la strada sembra inanimata e così la trovano i Carabinieri qualche minuto dopo. Ma alla loro rassicurante vista, molta gente esce dalle case e racconta, a seconda dei propri rapporti con le opposte fazioni, come sono andate le cose e i militi procedono subito ad arrestare tra i Maio e a finire in cella sono otto persone. Quasi tutti i Pastura si danno alla macchia e l’unico che potrebbe essere arrestato, Antonio Pastura, padre del morto, viene lasciato in libertà per mancanza di locale alle carceri ed anche per non tenerli uniti e far commettere altri disordini. Si contano anche quattro feriti da armi da taglio e un paio di teste rotte da bastonate.
Pasquale Maio è subito accusato di aver ucciso Luigi Pastura ma, nonostante lui ammetta la possibilità che il colpo mortale sia partito dalla sua rivoltella, non c’è nessuna certezza che le cose siano andate davvero così. La causa
dell’incertezza è la grande contraddittorietà tra le numerose testimonianze che sono tutte discordanti l’una dall’altra su chi ha effettivamente usato le rivoltelle e chi e quando ha sparato. Non c’è nemmeno certezza sul numero e sui nomi di chi ha partecipato alla battaglia e così, da una parte e dall’altra, vengono indagate con diversi capi d’imputazione diciassette persone.
Un po’ di chiarezza si farà il 14 ottobre 1920 con la sentenza di rinvio a giudizio emessa dalla Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro quando, modificati i capi d’imputazione, usciranno definitivamente di scena nove imputati, restando Pasquale Maio di Giuseppe per il reato di omicidio volontario, Giuseppe, Salvatore e Pasquale (fu Giovanni) Maio per complicità in omicidio, nonché Maria Rosa Mantuano (madre del morto), Antonio, Giuseppe e Angelo Maria Pastura per minacce.
Il 23 gennaio 1923 Pasquale Maio viene assolto dall’imputazione di omicidio volontario perché la giuria ritiene che abbia agito trovandosi in quel momento nella necessità di respingere da sé o da altri una violenza attuale ed ingiusta, ma lo condanna con gli altri Maio a due mesi e due giorni di arresto, nonché al pagamento di 207 lire ciascuno, per porto abusivo di arma da fuoco. I Pastura e Maria Rosa Mantuano sono assolti dal reato di minacce. [1]
In fin dei conti non è successo niente…

[1] ASCS, Processi Penali.

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