IL MISTERO DELLA MAESTRA SCANNATA

Il fuoco scoppietta allegramente nel camino e la donna, ha una cinquantina di anni, vi accomoda sopra un treppiede. Sono circa le 17,00 e sta per mettere a bollire l’acqua per la pasta. Stasera cucinerà spaghetti con le acciughe e la mollica. Prende dallo stipo 300 grammi di pasta sfusa – basteranno per lei e il fratello – e li mette nello scolapasta; poi prende il pane grattugiato e lo mette in un pentolino. Lo abbrustolirà a pasta quasi cotta. Le acciughe le lascia ancora nello stipo, avvolte nella carta oleata.
Il cigolio della porta la avverte che qualcuno è entrato in casa.
– Sei tu? – chiede, senza tuttavia ottenere risposta. Preoccupata, si pulisce le mani col grembiule, lascia la cucina ed entra nel corridoio che serve anche come sala da pranzo e, da qui, nella camera da letto, passaggio obbligato per attraversare la casa.
– Oh! – dice sorpresa – mi hai fatto paura.
Saranno le sue ultime parole. La persona che ha davanti la colpisce con un violento pugno in faccia, spaccandole il labbro e facendole volar via i due incisivi inferiori. La donna cada tramortita a terra. Chi l’ha aggredita continua ad accanirsi su di lei: afferra una sedia e gliela rompe letteralmente in testa, poi la trascina per i capelli in mezzo ai due lettini che sono nella stanza, le raccoglie le braccia sul petto come si fa con i morti, butta per terra la ciocca di capelli che gli è rimasta in mano, estrae dalla tasca un coltello lungo e sottile e le taglia la gola in due.
Il sangue inonda tutto ciò che c’è intorno zampillando furiosamente dalla carotide recisa ma chi l’ha uccisa non se ne preoccupa affatto. Con calma pulisce il coltello, lo rimette in tasca, scende le scale che portano al piano terra e se ne va richiudendo il portone dietro di sé.
Questa è l’orrenda fine di Fiorina De Fazzari, cinquantenne maestra elementare di Scigliano, stimatissima da tutti, o quasi. È l’11 dicembre 1948.
Il portone di casa De Fazzari, in contrada Diano, si riapre intorno alle 19,30. Ad aprirlo è Ernesto De Fazzari, cinquantunenne fratello della vittima. Lui abita al piano terra, in due stanze adibite a officina meccanica, in una delle quali ha sistemato un lettino. I pasti li consuma dalla sorella, sono tutti e due soli non essendosi mai sposati. I due fratelli economicamente stanno bene, ma sarebbe più giusto dire che a stare bene è Fiorina, dato che le proprietà date in affitto sono intestate a lei e poi ha lo stipendio di maestra che rende tutto più solido. Ernesto è sempre stato un tipo prepotente, irascibile e a volte violento. Per questo ha collezionato, dall’età di quindici anni, una quindicina di procedimenti penali per reati come ingiuria, minacce, lesioni, violazione di domicilio, porto abusivo di armi, disturbo della quiete pubblica, danneggiamenti,  ma se l’è sempre cavata o per insufficienza di prove o, molto più spesso, grazie alle varie amnistie che si sono succedute negli anni. Tutte queste cause gli sono costate, o meglio sono costate a Fiorina, un bel po’ di quattrini.
Ernesto, dicevamo, torna a casa verso le 19,30. Apre il portone, gira l’interruttore della luce e chiama la sorella per avvertirla che è tornato e può mettere la pasta. Nessuno risponde. La chiama inutilmente altre due o tre volte, poi, anziché passare dalle sue due stanze per cambiarsi, sale le scale per capire il motivo di quel silenzio. Entra nella prima stanza che è adibita a salottino e trova la luce accesa, poi passa nella seconda, la camera da letto, e anche qui c’è la luce accesa. Chiama ancora e ancora silenzio. Sui due lettini vede delle macchie ma non ci fa caso, poi la vede a terra in un lago di sangue. È frastornato, il vino bevuto alla cantina gli annebbia ancora le idee. Pensa che la sorella abbia avuto un’emorragia. Non si cura nemmeno di avvicinarsi al corpo per capire meglio cosa possa essere accaduto. Potrebbe mettersi a urlare per chiedere aiuto ma non vuole farlo perché è in causa con tutti i vicini e non vuole dare loro la soddisfazione di sottomettersi e decide, invece, di andare ad avvertire un cugino acquisito che abita nei paraggi.
Manca qualche minuto alle 20,00 quando il geometra Giuseppe Gabriele, intento a sbrigare un lavoro, sente abbaiare la sua cagna e poi bussare al portone di casa.
– Vai a vedere chi è a quest’ora – ordina alla domestica, Palma Migliolini, che va al piano di sotto.
Sono io, aprimi – risponde Ernesto De Fazzari al “chi è” della donna, che apre e lo vede sconvolto.
– Che è successo? – gli chede, preoccupata.
– Fiorina… l’ho trovata morta…
– Fiorina? No… – fa Palma, mettendosi a piangere, mentre Ernesto sale le scale e va incontro al cugino, fermo e attonito sul pianerottolo del piano superiore.
– Giusè, uno svenimento… una paralisi… un’emorragia… che ne so… – dice al cugino, poi si lascia cadere su di un gradino – povera Fiorina… povera Fiorina – ripete affranto.
Andiamo a vedere! – lo esorta Giuseppe.
– Non ci vengo, non ci torno più a casa…
– Ma non dire scemenze! Palma, comincia ad andare che noi veniamo subito! – fa Giuseppe con tono risoluto. La donna ubbidisce e, piangendo, si avvia mentre Giuseppe prende per un braccio Ernesto e a stento lo fa alzare e, strattonandolo, si avviano verso casa De Fazzari.
Arrivati, Ernesto si ferma per accendere la lampadina elettrica mentre Giuseppe è già al piano di sopra, dove trova Palma che piange davanti al cadavere straziato della maestra e rimane impalato, incapace di muoversi e di pronunciare parola. Alle sue spalle è arrivato Ernesto che, piangendo comincia a cantilenare:
Povera Fiorina… quanto sangue… l’hanno scannata…
Giuseppe si riprende e si avvicina al cadavere male illuminato dalla fioca luce della lampadina elettrica e accende la sua torcia a batteria sul corpo della donna.
– Le hanno tagliato la carotide… – osserva tra le lacrime – state qui e non toccate niente, vado a chiamare i Carabinieri.
– Vengo pure io – gli fa Ernesto.
– No, resta qui e non ti muovere – gli ordina Giuseppe che, conoscendo il carattere del cugino, teme che possa dare in escandescenze per strada.
– Allora lasciami qualche sigaretta – chiede Ernesto e il cugino gliene lascia un paio.
De Fazzari fuma nervosamente poi, all’improvviso, rivolto alla domestica dice:
Tu ci colpi a portare qui vicino i Tavelli e Don Ninni il macellaio…
– Ernè, per coscienza, che cosa ti hanno fatto i Tavelli? – gli risponde senza ottenere risultato. Poi Ernesto, rivolto al cadavere della sorella dice:
Sorella mia… e ora come faccio io?
Non ti resta che prendere una corda e affogarti – gli dice la donna, non convinta del dolore che Ernesto manifesta.
Perché mi debbo affogare? – le fa di rimando, poi, continuando a fumare nervosamente, la lascia sola e scende di sotto.
Non passa nemmeno mezzora che il maresciallo Romolo Ramini e tre carabinieri arrivano sul posto e trovano Ernesto che gli sta andando incontro.
– Che è successo? – gli chiede.
– Una tragedia… che ne so… una tragedia…
– Venite di sopra con me – gli fa il maresciallo.
Sopra non ci vengo, cosa ci debbo fare… non fatemi più vedere il disastro che è avvenuto in casa mia… – farfuglia De Fazzari.
Il maresciallo sospetta subito che Ernesto c’entri qualcosa con la morte della sorella e lo fa accompagnare in caserma per essere rinchiuso in camera di sicurezza, mentre lui comincia a perquisire minuziosamente tutta la casa alla ricerca di elementi utili alle indagini. Sale al primo piano e vede il cadavere della maestra in posizione supina, vestita di nero, con grembiule da cucina, calza pantofole di panno quadrettate, calze nere con le gambe rivestite di fasce di lana. Giace in una pozza di sangue e presenta una grande ferita da taglio al collo e diverse lesioni in viso. Accanto si nota un fazzoletto bianco orlato in nero, una ciocca di capelli staccati a terra, viso irriconoscibile perché abbondantemente insanguinato (…) le mani del cadavere stringono dei capelli (…) intorno vi sono i resti di una sedia ridotta in frantumi e tutta intrisa di sangue (…) annota sul suo taccuino.
Le mani del cadavere stringono dei capelli. Potrebbe essere un indizio decisivo per scoprire il responsabile del delitto ma, quando il cadavere viene rimosso, a nessuno viene in mente di repertare quella ciocca di capelli che viene buttata in un angolo della stanza e dimenticata lì. Sequestrano, invece, alcune copie della rivista “Cronaca Nera” alla quale De Fazzari è abbonato.
Intanto, nella caserma dei carabinieri, Ernesto viene interrogato e racconta come ha trascorso quel pomeriggio e come – lo abbiamo già letto sopra – tornando a casa per cena ha scoperto il cadavere della sorella.
– Come mai, invece di chiamare aiuto ai vicini, siete uscito per andare a chiamare vostro cugino? – gli chiede il maresciallo.
– Siccome pensavo a uno svenimento o a una paralisi, ma mai a un omicidio, non ho chiesto aiuto ai vicini sia per non fare entrare gente in casa che con la scusa di portare soccorso avrebbe potuto rubare indisturbata e sia perché nel vicinato ho molti nemici.
– E come erano i rapporti tra voi e vostra sorella? – lo incalza.
– Con mia sorella andavo d’accordo perché mi faceva da madre provvedendo a tutto ciò che mi era necessario e quindi non avrei avuto nessun motivo per ucciderla. Invece sono sicuro che a ucciderla sono stati i miei nemici che abitano accanto a me e con I quali sono in causa per motivi di interesse.
Sarà vero che i rapporti tra Ernesto e la povera Fiorina erano buoni? Il maresciallo Ramini non ci mette molto a scoprire che non era così. Molti raccontano di aver visto la maestra con gli occhi pesti, altri di avere assistito a furiose scenate di Ernesto che minacciava di ucciderla.
– Mia cugina lo curava e lo assisteva amorevolmente – racconta Giuseppe Gabriele – gli pagava le spese e gli avvocati nelle cause penali, gli comprava il vestiario e persino il tabacco per fumare, e lo riforniva sempre di soldi.
– Siccome frequentavo spesso la casa della maestra per farle dei servizi, una volta l’ho sentito urlare all’indirizzo della sorella “Io ti ammazzo e poi mi ci diverto” – racconta Mariantonia Talarico – un’altra volta l’ho visto che ha picchiato la sorella con una sedia e poi se ne è sceso nelle sue stanze. Quando me ne andai, lo trovai vicino al portone e, senza che gli avessi detto o fatto niente, mi prese a schiaffi. La povera maestra si affacciò dalla finestra e gli disse “A me puoi fare quello che vuoi, ma a lei la devi lasciare stare”.
– Quasi tutti i giorni maltrattava la sorella chiamandola puttana, fetusa dei monaci e dei preti e con altre parole che mi vergogno di ripetere – racconta Domenica Scarpino – la sorella non rispondeva per non farlo arrabbiare di più ma qualche volta l’ho sentita dire “Stai zitto altrimenti ti denunzio”.
– Nel settembre scorso fui chiamato dalla maestra per cercare di calmare il fratello che era molto arrabbiato con lei – racconta padre Daniele Pietro, superiore dei Cappuccini di Scigliano – lo trovai nel suo laboratorio, molto agitato e gli chiesi cosa avesse. Lui mi rispose con invettive e minacce contro la sorella e si adirava sempre di più. A un certo punto prese un gattino che gli si strusciava alle gambe e lo scaraventò con violenza contro i gradini della scala, dicendo che quella era la fine che avrebbe voluto farle fare, poi guardò verso il piano superiore e urlò all’indirizzo della sorella “Puttana puzzolente, io ti squarto!”. Io lo lasciai lì e salii dalla maestra che stava piangendo e mi disse che quello era un martirio che durava da anni. Io le consigliai di andarsene a vivere per conto suo ma lei mi rispose che non poteva sia perché nonostante tutto gli voleva bene e sia per un voto fatto alla Madonna di assisterlo fino all’ultimo respiro. “Lo so che un giorno mi ucciderà senza che nessuno mi possa aiutare” mi disse congedandomi.
– In una sera del mese di novembre – racconta Ida Astorino – stavo andando alla stazione di Scigliano per prendere il treno e tornarmene a Carpanzano e incontrai Ernesto De Fazzari, che conosco fin dall’infanzia, e ci fermammo a parlare. Mi disse che aveva risparmiato un milione e che voleva sposare una bella contadina. Io gli risposi che sua sorella non avrebbe mai acconsentito a un matrimonio del genere tanto perché lei si era dedicata devotamente a lui e tanto perché ne sarebbe andato della dignità della famiglia. “Per Natale tutto deve essere sistemato o sposando la contadina o uccidendo tutti quelli che si oppongono al mio desiderio, poi posso pure andare in galera”. Io gli risposi “Ma tu non pensi a quello che dici, ammazzare tua sorella! Dio ne liberi!”. De Fazzari sviò il discorso e ognuno prese la propria strada – poi continua – una volta incontrai Fiorina alla stazione e mi disse “Chissà se questa è l’ultima volta che ci vediamo, io vivo nella disperazione, con questo che mi minaccia sempre di farmi fare la morte del porco senza pagarmi… ogni volta che scendo le scale di casa mia non sono sicura di risalirle…
– La mattina dell’11 dicembre, il giorno che hanno ammazzato la povera maestra, verso le 11,30 Ernesto De Fazzari venne in convento per vedere un modello di incensiere e si trattenne per circa un quarto d’ora. Indossava un pantalone color kaki, una giacca nera e un cappello grigio – riferisce padre Leonardo.
– La mattina dell’11 dicembre sono andato al convento per parlare con padre Daniele che non trovai perché era andato a Cosenza e con padre Geronimo che invece era a Motta Santa Lucia. Ero vestito col pantalone che ho ancora addosso, con un giubbotto di tipo americano color kaki e un cappello chiaro. Non ho mai posseduto un pantalone color kaki – smentisce De Fazzari.
I carabinieri tornano nella casa del delitto e sequestrano gli abiti di Ernesto ma non trovano nessun pantalone kaki. Potrebbe averlo buttato, è ovvio. Ma dove? L’impressione che si sia disfatto dei pantaloni sporchi di sangue è rafforzata dalla testimonianza di Saveria Chiodo:
– La sera di sabato 11 dicembre, poco prima che arrivasse il treno delle 17,00, vidi Ernesto De Fazzari che veniva verso la stazione dalla strada di casa sua e sembrava diretto verso la piazzetta del paese. In mano aveva un piccolo involto di carta piuttosto scura ma non so che cosa contenesse.
Gli indizi sono tutti concordanti ma il Pretore vuole chiarire anche la posizione dei vicini di casa non per le accuse di Ernesto De Fazzari, ma perché sono state trovate alcune lettere della maestra che accusano i vicini di tormentarla e minacciarla ogni giorno. Le indagini però danno tutte esito negativo e la pista viene abbandonata.
Dopo poco più di un mese dal fatto, si presenta in caserma Rosina Crispino che ha un orto dove coltiva cipolle vicino a casa di De Fazzari. In modo concitato dice di aver trovato nel suo terreno un coltello, che andassero a prenderlo subito. Il coltello in questione è a serramanico con la lama a rilievo quasi triangolare, molto appuntito; ha il bottone per fare scattare la molla che lo fa aprire e il bottone della sicura; il manico è di ottone, rivestito di osso. È arrugginito ma si vede chiaramente una macchia che sembra di sangue e dei peli incastrati tra la lama e il manico. “Ci siamo!” pensa il maresciallo. Ricorda perfettamente che padre Geremia gli raccontò che Ernesto De Fazzari gli fece vedere un coltello a scatto. Lo convoca e glielo mostra.
– È difficile dire se è lo stesso coltello. Potrebbe essere quello ma non posso affermarlo con certezza.
Il Giudice Istruttore ordina la perizia sui coltelli da cucina sequestrati in casa De Fazzari, sugli abiti dell’accusato, sui capelli trovati accanto al cadavere, sulla ciocca che la maestra aveva in mano (nel frattempo recuperata in extremis prima che venisse buttata con altra spazzatura) e sul coltello rinvenuto nel terreno vicino alla casa del delitto. La perizia viene affidata, tramite l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Roma, al professor Mario Talenti, ordinario di Medicina Legale e delle Assicurazioni dell’Università di Roma.
Si attendono conferme decisive ma l’esito della perizia offre sorprese su sorprese.
Dopo lunghe analisi fatte con strumenti e tecniche d’avanguardia, il professor Talenti conclude:
1) Sui due coltelli da tavola non si riscontrano macchie di sangue. Sul coltello a serramanico sequestrato non si
riscontrano macchie di sangue sulla lama; i grumi di colorito bruno-nerastro rinvenuti nell’intercapedine tra lama e manico sono risultati costituiti da sangue; alla prova precipitante, si è però escluso trattarsi di sangue umano, mentre il sangue stesso è stato identificato come appartenente ad un animale appartenente alla famiglia degli Ovini o dei Caprini. Sul dorso del gilet sequestrato ed in nessun altro punto di tale indumento si sono rinvenute macchie di sangue. La vittima si apparteneva al gruppo sanguigno B.
2) I capelli rinvenuti nella stanza del delitto non appartenevano certamente all’imputato; essi hanno al contrario caratteri macroscopici e microscopici praticamente identici a quelli appartenenti alla vittima e repertati previa riesumazione.
3) I peli rinvenuti nell’intercapedine del coltello non appartenevano alla specie umana; identica osservazione può farsi per i peli rinvenuti sulla sottana, che non erano altro che lanugine dello stesso tessuto.
Qualcuno avrebbe dovuto chiedersi come ha fatto, viste le condizioni della stanza del delitto, Ernesto De Fazzari a non sporcarsi col sangue della sorella, dove ha buttato l’arma del delitto lungo la strada che ha percorso quando è uscito da casa visto da numerosi testimoni, dove sono finiti, eventualmente, i vestiti sporchi di sangue e, in ultimo, possibile che l’amore di Fiorina verso il fratello e il voto fatto alla Madonna siano stati così forti da farle accettare con rassegnazione l’idea di poter essere uccisa da un momento all’altro?
Niente di niente. Bastano le contraddizioni di De Fazzari e le testimonianze a suo carico per farlo rinviare a giudizio dopo tre anni di carcerazione preventiva, durante i quali non gli è consentito nemmeno di cambiarsi d’abito. Nessuno si occupa più di lui e per ottenere una piccola somma di denaro per comprare della biancheria intima e qualche camicia l’avvocato deve fare i salti mortali. In paese, d’altra parte, sono tutti contenti di essersi liberati della sua presenza.
Il 27 gennaio 1951 si apre il processo che non riserva sorprese, nonostante i disperati tentativi della difesa di ottenere altre perizie. Il 21 novembre dello stesso anno Ernesto De Fazzari è dichiarato colpevole del reato di omicidio volontario. Gli viene, però, riconosciuto un vizio parziale di mente ed evita l’ergastolo, beccandosi diciotto anni e otto mesi.
È davvero lui l’assassino di Fiorina?[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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