IO SONO VERGINE!

È la sera del 17 giugno 1915. I passi dei coniugi Francesco Giglio, calzolaio di trent’anni, e Annunziata Vetere, venticinque anni, che ha in braccio il loro bambino di pochi mesi, sono sicuri nonostante il buio pesto. Stanno tornando da una festicciola data nella casa dei genitori di Annunziata e con loro c’è anche il compare Guerrino Pagano, negoziante di ventotto anni. La strada da fare non è lunga ed è tutta all’interno di Torano Castello.

Arrivano alla piazzetta di San Giovanni dove abitano Francesco e Annunziata, mentre Guerrino deve proseguire oltre ma la strada, dalla piazzetta in poi, è brutta, così la donna lascia i due uomini a chiacchierare e va a casa per mettere il bambino a letto e prendere una lanterna al compare.
Annunziata prende la chiave dalla tasca del grembiule e fa per metterla nella toppa quando qualcuno, appostato nel buio, le sbuca alle spalle e le tira un violento colpo di scure sulla testa, poi si allontana indisturbato mentre la donna stramazza a terra con il bambino in braccio. Resta a terra qualche minuto stordita e sanguinante mentre il bambino piange. Possibile che né il marito e né il compare si siano accorti di ciò che è successo?
Quando il compare, stanco di aspettare la lanterna se ne va per la sua strada, Francesco rientra a casa e trova la moglie per terra col bambino. Le prende il bambino dalle braccia e chiama aiuto.. Subito accorrono i vicini e la portano in casa, la adagiano sul letto e vanno a chiamare il medico e i Carabinieri.
Annunziata, nel frattempo, rinviene ma non sa raccontare ciò che le è successo, sa solo che ha sentito una botta e un gran dolore alla testa, poi più niente. Il medico si accorge che a colpirla è stata una scure ma non dovrebbe essere niente di grave e in una decina di giorni tutto dovrebbe essere a posto. I Carabinieri si danno da fare per scoprire chi ha colpito la donna e le voci che raccolgono parlano di contrasti familiari e di una possibile relazione tra Francesco e una ragazza del posto, Carolina Biamonte di sedici anni.
Sfortunatamente il medico sbaglia. La ferita è molto più grave di quello che sembra e, dopo quattro giorni di agonia, Annunziata muore dicendo alla madre che le chiede, per l’ennesima volta, se ha riconosciuto chi l’ha colpita: “Lasciami stare, se muoio, muoio, ma se campo me la saprò vedere io!”. Cambia tutto: non più tentato omicidio ma omicidio. Si vedrà in seguito se volontario o premeditato.
I Carabinieri interrogano Francesco Giglio che fornisce la sua ricostruzione di quel triste giorno:
– Giovedì sera, dopo essere stato in compagnia del mio compare Guerrino Pagano in casa di Domenico Docimo per contrattare la fornitura di una partita di bozzoli che il mio compare doveva acquistare, andammo a mangiare a casa dei miei suoceri dove c’era già mia moglie. Finito di mangiare ce ne tornammo a casa accompagnati dal compare. A pochi metri da casa mia, io e il compare ci fermammo e mia moglie andò a casa a prendere una lanterna per darla a lui. Aspettammo, poi il compare mi disse che aveva fatto l’occhio al buio e che se ne sarebbe andato senza lanterna e così fece. Io mi avvicinai a casa e, vicino alla porta distinsi mia moglie distesa a terra. credendo che fosse stata colta dal solito attacco isterico, le ho tolto il bambino che ancora stringeva al seno e ho cercato di rialzarla con il braccio libero ma non ce l’ho fatta e ho chiamato aiuto. Accorsero dei vicini, la portammo dentro e ci accorgemmo che era ferita e perdeva sangue dalla testa, poi vennero i Carabinieri e il medico… quando Annunziata rinvenne disse che aveva sentito dietro di lei come un vento e poi un colpo alla testa e poi non ricordava più niente. E queste parole le ha ripetute fino a che è morta. Io non ho sentito né il colpo, né il rumore della caduta e né il bambino piangere…
– Si dice in giro che non andavate d’accordo, che la picchiavi e che hai una relazione con Carolina Biamonte… che tu sappia, aveva dei nemici? Hai sospetti su qualcuno? – gli chiede il Pretore di Cerzeto
– Io e mia moglie andavamo d’accordo e non le ho mai fatto scenate, né l’ho maltrattata o picchiata. Non è vero che tra me e Carolina Biamonte ci siano stati o ci siano dei rapporti di simpatia. Io frequento quella famiglia dal 1911, quando sono tornato dall’America. Sono miei clienti e spesso scrivo per loro le lettere che mandano ai parenti emigrati. Voci in giro circa questa relazione io non ne ho mai sentite. Né io e né mia moglie avevamo inimicizie tali da poter giustificare questa cosa… io so soltanto che adesso il mio bambino è rimasto senza latte e non posso trovare una balia…
Ma i genitori di Annunziata sono categorici: la relazione tra Francesco e Carolina c’è e ci devono essere anche delle lettere. E le lettere ci sono davvero in casa Giglio, anonime, datate tra l’11 e il 20 maggio 1915, che denunciano la relazione.
Anche al Procuratore del re arriva una lettera anonima che accusa Francesco e Carolina di aver premeditato l’omicidio di Annunziata:
Torano Castello 23 giugno 1915
Ill.mo Procuratore del Re,
nella vita non ricordo mai una data così come oggi: metto a conoscenza della giustizia quando appresso, liberandomi da quel peso tremendo che mi tiene fortemente oppresso.
Il signor francesco Giglio e la figlia di Biamonte Luigi incaggiati in cocche scene sono autori della morte della povera Anunziata Vetere per la ferita e sia per lavvelenamento che il Giglio somministrò alla disgraziata moglie. Il dottor Grande ne aveva accertato la guarigione un giorno prima di morire, la mattina la trovò in uno stato curioso… e dopo poco morì senza febbre e senza altre complicazioni riguardando la ferita.
Non aggiungo altro la verità verrà alla luce dietro lautopessia  della disgraziata.
Sarebbe prudente di comunicare l’accaduto al dottore perché non guarderà di sicuro il secondo fatto. Il suo pensiero sarà concentrato solo sulla ferita non conoscendo la malignità del Giglio e della diamante.
Si vostra signoria fa luce
I periti incaricati di eseguire l’autopsia, avvertiti della possibilità che sia stato somministrato del veleno alla vittima, indagano anche su questo punto ma escludono che “alla Vetere fossero state propinate sostanze venefiche, sia perché mancano nella bocca, nell’esofago e nello stomaco le note caratteristiche dei veleni caustici alcalini od acidi o le note di veleni che lasciano tracce in forma di punti o zone emorragiche, sia perché il cuore e i vasi, il sangue e i coaguli in essiccamento non presentano nulla di speciale”. L’unica causa della morte, quindi, è l’encefalite dell’emisfero sinistro, complicata da una vasta zona di rammollimento e da forte compressione esercitata dall’ematoma extra durale. È ovvio che l’encefalite si è sviluppata come diretta conseguenza della ferita, inferta, vista l’arma usata e la violenza del colpo, con la precisa volontà di uccidere.
Le indagini, le testimonianze e le voci raccolte dai Carabinieri portano verso una sola direzione: Carolina Biamonte. Durante una perquisizione domiciliare viene trovata, nascosta dietro una cassapanca, una scure che presenta delle macchie di sangue sia sul taglio che sul manico. Per gli inquirenti è la prova certa del coinvolgimento della ragazza nel brutale omicidio e l’arrestano, come arrestano anche Francesco Giglio.
Carolina confessa, ma fornisce un movente completamente diverso da quello che tutti si aspettano:
È inutile che faccia perdere tempo alla Giustizia. Avevo il cuore gonfio perché varie persone mi avevano raccontato che Annunziata Vetere mi andava diffamando dicendo che suo marito se la intendeva con me e mi aveva disonorato. Confesso che pensavo di ucciderla già da un paio di giorni e aspettavo il momento opportuno per finirla. La sera del 17, con la scure che abbiamo in casa, mi appostai dietro lo spigolo di fronte alla porta di casa di Annunziata e aspettai che rincasasse. Sentii che si avvicinava gente e riconobbi la voce del marito che parlava con un altro uomo. Sentii che Giglio disse alla moglie di andare avanti per prendere una lanterna. “Va a prendere la lanterna per la dare allu compare per non irsene allu scuru”, così le disse. Io, che ero appostata da un quarto d’ora, avevo fatto l’occhio allo scuro e quindi vidi bene e distinsi i contorni della persona che si avvicinava alla porta per aprirla. Era lei. Vidi pure che aveva in braccio il bambino e decisi immediatamente di colpirla lo stesso e alzai la scure e, da dietro, tirai un colpo con tutta la forza che avevo, così come il cuore addolorato mi suggeriva, stando attenta a non colpire il bambino innocente, quindi fuggii lungo Via Porta Ogliastro e rincasai. Ai miei genitori l’ho detto la mattina dopo che ero stata io a colpirla. Non ho nemmeno pensato a lavare la scure e a nasconderla in un altro posto perché mi sentivo in diritto di uccidere chi aveva distrutto la mia onorabilità perché non è vero che io avessi una relazione col marito. Io sono vergine!
– Sai qualcosa delle lettere anonime che ti accusavano? Le chiede il Giudice Istruttore
– Si. Fin dal mese di maggio, quando arrivarono a mio padre e a mia cugina, contribuirono a farmi maturare la decisione di ucciderla. È evidente che le lettere che avete trovato in casa di Giglio gliele ho date io perché scoprisse l’autore e gli dissi “Bada che tua moglie va dicendo che tu mi hai disonorato; si mettesse la lingua a posto se no gliela faccio” e lui, che certamente sapeva che la moglie mi diffamava mi ha risposto “Quello che vuoi fare fai…
– Lui ti ha istigata o aiutata in qualche modo?
– No! Giuro su Dio che io a lui non ho nemmeno detto che mi appostavo per uccidere la moglie. Io soltanto ero stata offesa e a me toccava vendicarmi.
Lei si sente davvero diffamata e lo dimostra la perizia ginecologica che attesta la sua verginità. Carolina sta dicendo la verità ma i giudici pensano che ci sia sotto dell’altro.
Francesco Giglio viene torchiato ben bene però non cede e continua a giurare la sua estraneità ai fatti.
Non gli credono perché ci sono alcune cosette che convincono gli inquirenti del contrario. Per esempio c’è la storia del difficile parto di Annunziata: qualcuno racconta che Francesco pregasse perché la moglie morisse durante il parto e, quando invece tutto andò bene, affacciatosi sulla soglia della camera da letto per verificare le condizioni di Annunziata, ebbe come risposta l’evidente gesto dell’ombrello, accompagnato da “Tiè, pigliati questo!”. Poi c’è la testimonianza di una vicina che giura di aver ascoltato dalla voce di Annunziata il timore di essere uccisa dal marito per le continue scenate di gelosia che lei gli faceva. Poi ci sono le reciproche e frequenti visite che Francesco e Carolina si scambiavano: “Zù Francì, viani ca ti vò scioscia” lo andava a chiamare un nipotino di Carolina. “Per imparare a cucire a macchina”, si difende lei; “Per insegnarle a fare la firma”, rincara lui e questa è una cosa insopportabile, una donna di casa che vuole saper firmare! Poi ci sono i testimoni che affermano di averli visti parlare fuori dal paese e ci sono i testimoni che giurano di aver sentito con le proprie orecchie quando Annunziata pregava la ragazza di lasciar perdere il marito. E poi, cosa più sensazionale, come mai Francesco, quando trovò la moglie a terra, non mostrò nessun segno di sorpresa e di dolore? Perché mentre teneva in braccio il bambino non si strappava i capelli?
Tutto ciò non quadra davvero per i giudici che chiedono il rinvio a giudizio di tutti e due gli indagati per omicidio premeditato, ma sono smentiti dalla Sezione d’Accusa che proscioglie Francesco Giglio, disponendo il rinvio a giudizio solo per Carolina Biamonte.
Ci vorranno quattro anni e mezzo prima che il processo in Corte d’Assise si concluda, il 30 dicembre 1919. La giuria ritiene Carolina colpevole di omicidio volontario non premeditato, riconoscendole sia l’attenuante di aver commesso il fatto in seguito all’impeto d’ira derivante da una ingiusta e grave provocazione, sia le attenuanti generiche che determinano una condanna a sei anni e tre mesi di reclusione, dei quali quattro mesi le vengono condonati in virtù del Regio Decreto del 20 febbraio 1919.
Intanto Francesco ha preso due piccioni con una fava…[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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