IL FIFONE

La mattina del 23 marzo 1951 Livia Santini, sposata Abruzzo, si presenta in Questura per fare una denuncia.
La donna, una cinquantenne che ha un negozio su Corso Telesio, è nervosa. Deve, per spiegare i fatti, rivelare particolari imbarazzanti sulla sua vita privata. Tormenta tra le mani un fazzoletto mentre il Maresciallo Luigi Conforti cerca di metterla a proprio agio. Finalmente, dopo aver preso un lungo respiro, la Santini comincia il suo racconto:
– Per circa due anni io ho avuto una relazione intima con Luigi Manna soprannominato Lupino che fa il banditore di pesci. Siccome lui è coniugato e ha tre figli, e siccome io mi ero accorta che mi voleva sfruttare perché già mi aveva preso prima sedicimila lire, poi quattromila, poi seimila e l’ultima volta duemila lire, mi ero finalmente decisa a cacciarlo fuori di casa mia definitivamente. – Livia, prima di continuare, tira un lungo respiro e si soffia il naso –  Io non riuscivo, però, a stare da sola e ho iniziato una relazione con Osvaldo Abruzzo col quale mi sono sposata il 22 febbraio di quest’anno a San Benedetto Ullano – il funzionario della Polizia accende una sigaretta mentre la guarda con attenzione, poi la donna continua – Il 27 febbraio mio marito rientrò a casa dal lavoro e conservò il suo stipendio di venticinquemila lire circa, nel primo tiretto del comò. Signor commissario, era il primo stipendio da sposati! Dopo un paio di giorni, mi pare il primo marzo, mio marito, verso le quattro del pomeriggio, si presentò a casa, aprì il tiretto e prese tutti i soldi che c’erano. Io, nel vederlo prendere il denaro, gli chiesi il perché e lui mi disse semplicemente che gli occorreva e non aggiunse altro. Anzi, mi chiese altre quindicimila lire e io gliele diedi chiedendogli  se avesse dei debiti ma lui negò di averne e non volle dirmi dove andava con tutti quei soldi. Passarono altri due o tre giorni e dietro mie vive insistenze, mio marito, a frasi smozzicate, mi disse che le mie quindicimila lire, insieme alle altre venticinquemila lire, che fanno in tutto 40, – sottolinea con enfasi – per salvarsi la vita e per salvare anche la mia vita da morte certa, le aveva passate nelle mani di Luigi Manna che lo aspettava, quel pomeriggio, a Lungo Crati in compagnia del suo compare Marzio Perfetti, mi pare che ha ventiquattro anni, un vagabondo nullafacente che abita nella vecchia caserma di Sant’Agostino. Mi disse, mio marito, che lo aveva fatto perché sia Perfetti che Manna lo avevano fermato per strada e lo erano andati a cercare anche in ufficio minacciandolo di ucciderlo se non gli avesse versato una forte somma di denaro e la stessa fine avrebbero fatto fare a me. Mio marito, temendo Manna e Perfetti, che sono davvero temibili per le loro malefatte, era terrorizzato e gli consegnò i soldi. Forse per tranquillizzarlo, o forse per terrorizzarlo ancora di più, per una ventina di giorni i due compari sono spariti, come se non fossero mai esistiti, senonché il 20 passato, Perfetti e Manna andarono nella Sezione del Partito Comunista di Corso Telesio, dove mio marito è iscritto e lavora gratuitamente a tempo perso, ed in presenza di alcuni compagni, lo minacciarono dicendogli che avrebbero ucciso lui e me se non gli avesse dato un’altra forte somma di denaro. Ne nacque una discussione e mio marito, esasperato, si mise a urlare e urlarono pure i due compari e le loro minacce furono così terribili che accorse gente, e con l’aiuto decisivo dei compagni cacciarono fuori dalla sezione Manna e Perfetti. Quella stessa sera, verso le 19,30, Manna e Perfetti vennero all’ingresso del mio negozio a Corso Telesio 14, e siccome mio marito si trovava fermo sulla porta, lo aggredirono con pugni e schiaffi e tentarono di sfregiarlo. Per fortuna, anche questa volta, l’immediato intervento di molte persone lo salvò dall’aggressione dei due. Mio marito si rifugiò nel negozio ed i due venivano allontanati verso Piazza Toscano da Antonio Ambrosio detto Gallinaro. Poi, quando ieri sera verso le 18,30 mio marito venne in bottega e mi chiese la chiave di casa dicendomi di non seguirlo e di non bussare perché andava con Marzio Perfetti per concludere un affare, io gliene ho dette di tutti i colori perché non poteva permettere a Perfetti di entrare in casa nostra dopo che ci aveva preso le quarantamila lire 20 giorni prima. Allora mio marito mi strappò la chiave dalle mani e andò via. Dopo pochi minuti io mi sono rivolta a mastro Eugenio Salvi, pregandolo di guardarmi un po’ la bottega per potere andare a casa a vedere cosa succedeva. Quando sono entrata con un’altra chiave, ho aperto un tiretto del comò dove custodivo una borsa di stoffa riccia nella quale avevo nascosto trentamila lire, l’ho aperta e ho constatato che mancavano ventimila lire. Sono corsa subito alla mia bottega dove ho trovato mastro Eugenio, al quale ho raccontato che mio marito aveva preso le ventimila lire e che certamente le stava portando a Marzio Perfetti e a Lupino, come aveva già fatto con le altre quarantamila lire. Salvi mi disse: “Corri subito a cercarli e se li trovi vieni a chiamarmi che ti aiuterò io a farteli restituire”. Io ho lasciato la bottega aperta e mi sono messa subito a girare per tutta la città ma senza potere rintracciare nessuno dei tre, quindi sono tornata indietro e, verso le 20, si è fatto vedere mio marito. Subito gli ho chiesto che ne aveva fatto delle ventimila lire e lui mi rispose sotto voce: “Zitta, zitta, zitta, le sono andate a portare a Perfetti e Manna se no ci uccideranno!”. Ero sconvolta, incredula, non sapevo più cosa fare, mi veniva da piangere. Abbiamo chiuso la bottega e siamo andati insieme a casa. Ricordo che mi tremavano le gambe. Ci siamo seduti in cucina e mio marito, sconvolto anche lui, finalmente mi ha raccontato le sue pene e la sua paura di essere ucciso… aveva così paura, ma nello stesso tempo era così mortificato con me, che mi disse che stamattina avrebbe venduto il suo cappotto per potermi restituire le ventimila lire. Marescià, non potete nemmeno immaginare quanto ho pianto! Mentre piangevo, gli ho detto che sarei venuta in Questura per denunciare tutto, ma lui è così ossessionato dall’idea di essere ucciso da un momento all’altro che ha minacciato di picchiarmi se io avessi varcato la soglia della Questura per denunziare Perfetti e Manna.
Una bella grana, non c’è che dire. Il Maresciallo Conforti manda due questurini all’Intendenza di Finanza dove lavora Osvaldo Abruzzo per portarlo davanti a lui e rispondere ad alcune domande. Abruzzo, messo alle strette, racconta che Manna lo minaccia di morte già da tre o quattro anni, cioè da quando ha iniziato la relazione con la sua attuale moglie. Addirittura, qualche mese prima, nell’agosto del 1950, fu aggredito da Manna a colpi di bastone ma non ne fece parola per evitare ulteriori danni. Racconta che decise di sposarsi pensando che, così facendo, il suo aguzzino si sarebbe messo l’anima in pace.
– È inutile che te la sposi perché né tu né nessuno sarà mai in pace con lei perché ci sono sempre io! – così Lupino gli dice minacciosamente appena saputa la notizia delle imminenti nozze.
Nei primi del 1951, nella sezione del Partito Comunista conosce Marzio Perfetti, detto Sergente, ne diventa amico intimo, tanto da chiedergli di fargli da testimone alle sue nozze, celebrate col rito civile. A Perfetti confida tutte le sue cose più intime, come ad un vero padre e apprezza che l’amico si prenda la briga di parlare con Manna per porre fine alle angherie. Ma si sbaglia. Perfetti gli riferisce che il suo aguzzino è disposto a lasciarlo in pace solo se riceverà la somma di quarantamila lire. Abruzzo, stremato dalle continue minacce, accetta e, raggranellata la somma, la consegna a quello che rispetta come un padre, senza preoccuparsi di verificare se questi l’abbia effettivamente consegnata  a Manna. Nota soltanto che i due, con aria indifferente, entrano in un negozio di generi alimentari di Piazza Valdesi.
Dopo un paio di giorni, Perfetti gli dice che Manna lo sta aspettando davanti al Palazzo degli Uffici per ammazzarlo e Abruzzo, più terrorizzato che mai, non va a lavorare ma, insieme all’amico, accompagna la moglie a fare la spesa in via San Francesco di Paola. Poi i due fanno insieme una passeggiata e, giunti all’altezza dei Gradoni di Santa Lucia, di fronte al negozio di scarpe di Nicola Gentile, Perfetti vuole fermarsi a comprare da un ambulante un coltello a serramanico con una lama di una decina di centimetri.
– A cosa ti serve il coltello? – chiede Abruzzo all’amico.
– Potrebbe servirci – gli fa quello, sibillino. Poi lo esorta – pagalo tu!
Abruzzo ubbidisce senza fiatare e, forte del fatto che l’amico è armato, acconsente a farsi accompagnare fin dentro il suo ufficio.
Passano un paio di ore e Perfetti si presenta di nuovo in ufficio, dicendogli di uscire nel corridoio. Qui lo spinge in un bagno e fa vedere il petto coperto da una garza macchiata di sangue:
– Senti, – gli dice, trafelato – appena fuori mi ha chiamato Lupino che mi ha portato nella Villa Vecchia, dove abbiamo parlato e poi abbiamo litigato e lui mi ha ferito al petto col suo coltello. Io ho cercato di ferirlo per primo ma non ci sono riuscito, però gli ho dato un sacco di botte, prima che lui riuscisse a prendere il suo coltello.
Un particolare attira l’attenzione di Abruzzo: né la giacca, né la camicia dell’amico sono tagliate, come avrebbero dovuto essere. Perfetti, accortosi della gaffe, si giustifica dicendogli che si è cambiato di abito. Abruzzo ha qualche perplessità, ma la discussione non va oltre e i due tornano ai propri affari.
Quello stesso pomeriggio, Perfetti, insieme a un suo amico, tale Francesco Perrone, va nella sezione del Partito Comunista e ci trova Abruzzo. Lo chiama da parte e, spalleggiato da Perrone, gli dice di avere bisogno di molti soldi per farsi curare la ferita al petto che gli è stata fatta per perorare la sua causa. Abruzzo si fruga nelle tasche e consegna all’amico millecinquecento lire. Soddisfatto, Perfetti se ne va in compagnia di Perrone.
Di questi strani movimenti si accorge Giorgio Franzese, un attivista della sezione, e gli chiede cosa c’è che non va. Osvaldo gli racconta qualcosa e il compagno lo esorta a non dare più denaro a quella gente, perché ne avrebbe preteso sempre più.
– Come debbo fare? Io mi spagnu – gli risponde quasi piangendo.
Abruzzo confida ancora al maresciallo che nei giorni seguenti a questo fatto, Perfetti e Perrone gli spillano altre duemilacinquecento lire. Ma non è tutto. Una mattina, mentre sta andando in ufficio, si sente chiamare dalla moglie di Marzio Perfetti, Ines Marrelli, che gli dice di andare subito a casa sua perché il marito, infermo a letto, gli deve parlare con urgenza, ma Abruzzo le dice che in quel momento non può e che sarebbe andato appena possibile. Verso le 11,30 di quella mattina Abruzzo riceve una telefonata da Francesco Perrone il quale, con voce concitata, gli rinnova l’invito ad andare subito a casa di Perfetti. Dopo qualche tentennamento la vittima cede e, salito sulla carrozzella di piazza di Peppino Cortese, si precipita all’appuntamento.
Qui trova ad aspettarlo, con sua grande sorpresa, oltre ai padroni di casa e a Perrone, anche Luigi Manna, Lupino. I tre compari cominciano a pressare Abruzzo affinché versi nelle tasche di Lupino altri soldi, perché le quarantamila lire che finora gli ha dato sono troppo poche per salvargli la vita. Lo sventurato cerca di protestare ma le minacce si fanno più dure e finisce per cedere, promettendo di racimolare altri soldi. Però la sola promessa ai tre non basta e costringono Abruzzo a firmare una dichiarazione con la quale si impegna a versare a Lupino altre ottantamila lire entro dieci giorni, come se questa somma gli spettasse legittimamente in quanto garzone nel negozio della moglie di Abruzzo.
Abruzzo, da parte sua, ottiene in cambio una dichiarazione di Manna che si impegna a non pretendere nient’altro e, soprattutto, a non minacciarlo più di morte.
Non è tutto. Francesco Perrone, che ha scritto di suo pugno i due documenti, redige un’altra dichiarazione nella quale Marzio Perfetti afferma di non essere stato ferito da Manna ma di essersi tagliato da solo mentre affettava del pane.
Per suggellare l’accordo raggiunto, tutti i presenti, compresa la moglie di Marzio Perfetti, firmano le carte e Francesco Perrone si fa custode dei documenti.
Ma le sventure di Osvaldo Abruzzo non finiscono qui. Il giorno di San Giuseppe, Perfetti e Perrone lo vanno a trovare in ufficio e lo convincono a farsi dare ventimila lire (quindicimila a Perfetti e cinquemila a Perrone) in cambio di una copia dei documenti. Il pover’uomo riesce a rinfacciare a Perfetti di avergli già estorto tremilacinquecento lire, più altre seimila lire per una cambiale in scadenza.
– Va bene, ti faccio una dichiarazione che io ho avuto ventiquattromila e cinquecento lire – gli risponde prontamente mentre si mette a scrivere su un pezzo di carta.
Un paio di sere dopo, Manna va nella sezione del Partito Comunista con la scusa di parlare con un suo nipote e rivolgendosi ad Abruzzo, in tono minaccioso e l’indice puntato contro, proprio mentre entrano nella sezione anche Perfetti e Perrone, dice:
– Questa sera a casa tua con tua moglie non ci andrai a dormire perché ti ammazzo!
Perfetti spalleggia il compare e si mette a offendere Osvaldo in tutti i modi. Infastiditi dall’atteggiamento dei due, gli attivisti presenti nella sezione li cacciano via. Giorgio Franzese, gli grida dietro:
Brutti magnacci anche qui osate entrare e minacciare un brav’uomo come Osvaldo!
Osvaldo Abruzzo, mortificato, se ne va al negozio della moglie e la trova sconvolta perché poco prima i suoi tre aguzzini l’hanno affrontata e offesa pesantemente. Osvaldo è sempre più disperato, esce dal negozio e vede Perfetti e Perrone proprio lì davanti. Timoroso, li avvicina ma dal buio appare Lupino che comincia a dirgliene di tutti i colori e a chiamare la moglie con tutti i peggiori epiteti. Poi gli si lancia addosso, lo afferra alla gola e sta per colpirlo con un pugno, ma fortunatamente si frappone tra loro Antonio Ambrosio che immobilizza Manna e lo induce ad andarsene. I tre compari si allontanano e Osvaldo capisce che stanno andando ad aspettarlo sotto casa, così, insieme alla moglie, decide di chiedere aiuto a una pattuglia di Vigili Urbani, cambiando, nello stesso tempo, strada. Il caso vuole, per fortuna di Abruzzo, che due agenti di P.S. portino  Manna e Perfetti in Questura, insospettiti dall’atteggiamento che i due tengono sotto l’abitazione di Abruzzo.
Consci del terrore che Osvaldo ha di loro, ma consci anche del fatto che difficilmente la vittima riuscirà a racimolare altre ottantamila lire, i tre cambiano strategia e Perfetti, accompagnato da Perrone, gli propone di stracciare la dichiarazione con la quale si impegnava a pagare la somma, in cambio di una cifra di molto inferiore ma ancora da quantificare. Osvaldo anche questa volta accetta e propone ai due una cambiale di diecimila lire. Dopo una breve contrattazione, i tre si danno appuntamento a Piazza Piccola. Da lì Abruzzo viene portato in una casa e costretto a firmare una cambiale di quindicimila lire in favore di Francesco Perrone con scadenza dopo due giorni e un’altra dello stesso importo in favore di Marzio Perfetti, senza data perché Perfetti vuole che gli vada a comprare un vestito che ha già provato al negozio Disco Rosso e che costa undicimila lire. In più vuole mille lire e si impegna a restituirgli la cambiale. Abruzzo, per l’ennesima volta lo accontenta ma, recatisi al negozio, il titolare sospetta qualcosa di losco e gli dice che non c’è più la misura adatta a Perfetti, poi racconta tutto alla moglie di Osvaldo che, stanca dei continui ammanchi di denaro, affronta il marito e si fa confessare tutto.
 Il Maresciallo Conforti non perde tempo e dispone le ricerche per rintracciare i tre compari. Perfetti e Perrone vengono fermati subito, Manna, avvisato dell’arresto degli altri due, si rende irreperibile. Sarà arrestato qualche giorno dopo. [1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

Nel fascicolo manca la sentenza.

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