LE COLTELLATE DI VIA RIVOCATI

Verso le sei di pomeriggio le cantine di Cosenza sono tutte piene. I lavoratori scacciano la fatica con un bicchiere di rosso, i fannulloni cercano di scroccare un bicchiere ai lavoratori e i malandrini aspettano qualcuno con qualche lira in tasca che esageri con il vino per poterlo ripulire ben bene.
Nella cantina di Maria Sicilia, a via Rivocati, alle sei di pomeriggio del 23 settembre 1900 (proprio a cavallo tra i due secoli la città è in mano alla malavita. A chi volesse approfondire l’argomento, consiglio la lettura del mio studio GUAGLIUNI I MALA VITA, Pellegrini 2012. Nda), entra Carmine Dodaro, un contadino, per sciacquarsi la bocca con un buon bicchiere. Seduti a un tavolo, intenti a giocare a padrone e sotto, ci sono tra gli altri il cognato di Carmine, Ignazio Dodaro, Francesco Lento, Giuseppe Muto e Raffaele Matragrano. Il contadino si siede e comincia a giocare con gli altri. Passa circa un’ora e si danno le carte per giocare l’ultima mano. Padrone del vino da distribuire è un certo Francesco Ferraro,  Cicciu ‘u frangiaru, ma appena la cantiniera poggia la bottiglia sul tavolo, Ignazio Dodaro, che fino ad allora non aveva bevuto nemmeno un bicchiere, cerca di impossessarsi della bottiglia e ne nasce una discussione, risolta da Ferraro che fa bere un bicchiere anche a Ignazio.
Con potenti pacche sulle spalle i giocatori si salutano e cominciano ad uscire dalla cantina per tornare a casa. Carmine, suo cognato Ignazio, Francesco Lento e Giuseppe Muto invece si attardano ancora un po’ quando Lento si rivolge a Ignazio con parole offensive per rimproverarlo della sceneggiata di poco prima:
Sei sempre una persona storta
Ma che cosa ti ho fatto? – gli chiede Ignazio.
Io ti curo poco – gli risponde Lento
Io lo stesso e con me come la volete pensare la pensate – tronca Ignazio ma Lento comincia a dargli degli spintoni e i due stanno per darsele di santa ragione, pericolo scongiurato per l’intervento dei presenti. Ignazio Dodaro viene accompagnato fuori e Lento trattenuto nella cantina, in attesa che l’avversario si convinca a tornarsene a casa ed avere via libera senza rischiare una scazzottata, ma devono sudare sette camicie per trattenerlo. Carmine Dodaro, avvisato che la moglie ha le doglie, lascia i contendenti e se ne torna a casa. Prevedendo che senza la sua presenza i due si sarebbero accapigliati, passa dalla caserma dei Carabinieri e li prega di andare alla cantina per calmare gli animi e il maresciallo fa subito preparare due carabinieri per recarsi sul posto.
Carmine è stato facile profeta, infatti non appena si allontana, Lento si libera dalla debole custodia della cantiniera e si precipita sulla strada dove si azzuffa con Ignazio Dodaro e tutti e due cadono a terra davanti alla Tintoria Ragonesi tirandosi pugni e schiaffi. I due vengono nuovamente divisi e Lento, dopo aver inutilmente cercato al buio l’orologio che gli era caduto dalla tasca, finalmente si allontana lasciando Ignazio davanti alla cantina che cercava il proprio cappello. Quando la zuffa si conclude arrivano, dopo aver impiegato un bel po’ di tempo per prepararsi, i due carabinieri che constatano come la situazione sia tranquilla e se ne vanno.
È passato circa un quarto d’ora da quando i militi sono andati via quando torna davanti alla cantina Francesco Lento con aria minacciosa. Va dritto dal rivale e gli dice:
Ignazio Dodaro, voglio pagato l’orologio altrimenti ti brucerò le cervella!
E io voglio pagato il cappello! – gli fa di rimando Ignazio.
In questo frattempo arriva sul posto un cognato di Francesco Lento, Antonio De Vita. Non appena lo vede, Lento tira fuori dalla tasca una rivoltella e la punta contro Ignazio il quale, impaurito come quasi tutti i presenti che se la danno a gambe, cerca di far ragionare l’avversario:
Fermati, fratello, fermati che finora abbiamo chiacchierato!
Voglio, perlamadonna, pagato l’orologio altrimenti ti ammazzo!
Allora uccidimi! – gli fa Ignazio cominciando a camminare verso Lento col petto in fuori, credendo che mai l’amico gli avrebbe sparato contro.
Antonio Maruca, un altro cognato di Ignazio Dodaro, che è andato alla cantina per comprare due soldi di petrolio, pensa, contrariamente a Ignazio, che Lento stia per fare fuoco. Non si fida nemmeno del comportamento di Antonio De Vita che ha un braccio piegato dietro la schiena come a voler nascondere qualcosa. Lascia la bottiglia che ha in mano e con una mossa fulminea riesce a disarmare Lento, poi lancia la rivoltella nelle mani di Antonio Muto il quale si allontana con l’arma verso Piazza Riforma. 
Maruca fa bene a sospettare di De Vita. Questi, non appena vede il cognato disarmato gli fa un cenno e quello afferra per le braccia Ignazio Dodaro, che si è spostato di qualche passo fermandosi sotto un lampione a gas, mentre lui lo colpisce con alcune coltellate, poi afferra per un braccio Lento e i due si dileguano nel buio verso il gasometro, all’inizio della via per Laurignano. Ignazio si accascia a terra, gravemente ferito. Antonio Maruca e altri amici lo soccorrono e, caricatolo su di una sedia, si avviano verso l’Ospedale lì vicino.
Antonio Muto, ignaro di quanto è appena accaduto è ormai a Piazza Riforma e viene raggiunto da Francesco Lento che lo ferma e gli chiede indietro la rivoltella:
– Dammela che me ne vado a casa
– Ti sei calmato? Sicuro?
– Sicurissimo, ridammela – lo tranquillizza mentre tende la mano per prendere l’arma che Muto gli sta porgendo.
– Eccola… però queste cose tra amici non si fanno!
Infatti Ignazio Dodaro e Francesco Lento erano amici intimi e passavano tutto il giorno insieme: dal lavoro nell’opificio Ragonesi dove peluzzavano la lana, al tempo libero. Ma il troppo vino non conosce amicizia.
I Carabinieri, intervenuti sul luogo del delitto, vengono subito informati di come sono andate le cose e non ci mettono molto a ritracciare i responsabili. Antonio De Vita, diciannovenne filatore di lana di Brindisi di Montagna in provincia di Potenza, ricostruisce a modo suo i fatti:
– La sera del ventitrè, dopo aver passeggiato con un mio compaesano in Via Carmine e Via del Camposanto Vecchio, ci dirigemmo verso la cantina di Maria Sicilia dove sapevo che avrei trovato mio cognato Francesco Lento per tornarcene a casa insieme. Quando fummo nelle vicinanze della cantina ho sentito mio cognato che urlava “Dammi l’orologio!” e Ignazio Dodaro che rispondeva “Voglio il mio cappello!”. Mi avvicinai a Dodaro e gli dissi di andarsene che il cappello glielo avrei comprato io l’indomani ma lui mi prese per la giacca e mi spinse via. Io continuai a pregarlo di andarsene ma per tutta risposta si avventò contro mio cognato e lo fece cadere per terra. Lo afferrai dalle spalle e gli ripetei di andarsene ma Dodaro si avventò anche contro di me chiamandomi ciuatu fricatu e poi mi diede un calcio. Temendo che potesse farmi molto male perché era molto più grande e grosso di me, tirai fuori il coltello a scatto e gli tirai tre coltellate, poi sono scappato e ho buttato il coltello. Ma, ve lo giuro, non volevo certo ammazzarlo… volevo difendermi… anzi, mentre scappavo credevo di non averlo nemmeno ferito!
Anche Francesco Lento racconta ai Carabinieri la sua versione dei fatti:
– Io e Dodaro ci azzuffammo e cademmo a terra e durante la colluttazione persi il mio orologio. Quando mi rialzai me ne
accorsi e gli chiesi di restituirmi l’orologio che teneva in mano e per tutta risposta me lo tirò in faccia. In quel momento non ero armato e se Antonio Maruca dice il contrario, mente. Dopo che Dodaro mi tirò l’orologio, avendo capito che voleva a tutti i costi continuare la questione, mi avviai verso casa ma Dodaro mi venne dietro e io, che ero disarmato, per intimorirlo gli dissi un paio di volte che se non mi avesse lasciato in pace gli avrei sparato. Dodaro non se ne diede per inteso e mi raggiunse all’altezza del palazzo Tommasi, alla fine di Via Rivocati, e si avventò contro di me spalleggiato dal cognato Antonio Maruca e da Giuseppe Muto. Ci accapigliammo e finimmo tutti e quattro a terra, proprio mentre arrivò mio cognato Antonio De Vita, il quale disse a Maruca di portare via il cognato che lui avrebbe portato via me. Fu allora che Ignazio Dodaro dette un calcio a mio cognato mentre gli diceva “Puru tu, ciuatu fricatu, vieni appresso?”. Indispettito per questo atteggiamento, De Vita estrasse il coltello e lo colpì diverse volte, facendolo stramazzare al suolo. Io non avevo alcuna rivoltella perché altrimenti l’avrei usata contro Dodaro e non è vero che andai a casa ad armarmi perché se fossi andato a casa, i miei genitori non mi avrebbero più fatto uscire. È evidente che io sono innocente, visto che a colpire Dodaro è stato mio cognato.
All’Ospedale Ignazio Dodaro ci arriva cadavere. Il dottor Felice Migliori non può far altro che constatare, durante l’autopsia, la gravità delle ferite che hanno portato alla morte il giovane:
La prima sul margine dell’areola cartilaginea dell’ottava costola destra (…). La seconda trovasi nello ipocondrio destro lungo il margine esterno del retto addominale, due dita traverse sopra una linea orizzontale che tocchi l’ombelico ed è lunga 15 mm. La terza è sita sul mezzo della plica inguinale anche destra, lunga 18 mm.
La ferita descritta al N.1 ha prodotto lesioni gravi che avrebbero apportato soltanto pericolo di vita.
La ferita descritta al N.2 è stata semplicemente penetrante nello addome ma non vi ha determinato nessuna lesione.
[La terza] ha determinato una mortale emorragia, stante la recisione fatta dell’arteria femorale nella sua origine e derivazione della iliaca esterna. La recisione della grossa vena satellite ha concorso alla letalità sopradetta aggravando la perdita emorragica del sangue.
Al di là delle ricostruzioni dei due indagati, le testimonianze che li inchiodano sono tante, tutte circostanziate e convergenti nell’accusare i due cognati di avere avuto l’intenzione di colpire per uccidere. La Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro non ha dubbi: i due sono rinviati a giudizio per rispondere di omicidio volontario.
Nel processo in Corte d’Assise Antonio De Vita sarà condannato a 9 anni, 3 mesi e 3 giorni di reclusione, concessa l’attenuante della provocazione lieve; Francesco Lento a 11 anni e 8 mesi con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
La sentenza sarà confermata in tutti i gradi di giudizio.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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