IL FAGOTTO SOTTO LE FRASCHE

– Casabona! Appuntato Casabona! Portatemi la posta! – urla il maresciallo Silvio Converio, comandante della stazione dei Carabinieri di Pedace. Trafelato, l’appuntato Giuseppe Casabona gli consegna l’unica busta arrivata il 14 ottobre 1935.
È una busta rossa, senza mittente ma con l’indirizzo scritto a macchina. Il maresciallo apre il bordo superiore con un tagliacarte e ne estrae un pezzo di foglio a piccoli riquadri rettangolari, scritto a macchina. Prima di mettersi a leggere le poche righe senza firma in calce, nota che la parola “nascosto” è stata corretta a penna con la parola “Trenta”, poi, immaginando che possa trattarsi di una cosa seria, dato che qualche pezzo grosso del paese si è scomodato a usare una macchina per scrivere, da fare ipotizzare un reato, si mette a leggere:
Signor comandante la Stazione dei RR Carabinieri Pedaci
Si dice che Raffaella Morrone di Francesco abitante a Trenta vicino alla casa della Guardia Municipale Francesco Arnone abbandonata dal marito per poco fedeltà martedì u; s; sia partorita poco curandosi del frutto del suo ventre Si chiede per umanità il suo intervento per eventuali responsabilità
Il maresciallo Converio si gratta la testa un po’ indeciso sul da farsi, poi chiama a gran voce l’appuntato Casabona e gli ordina di prepararsi a fare un giretto nell’abitato di Trenta.
– Ma ci andiamo domani mattina col treno delle 8,30 – specifica.
Raffaella Morrone, quarantunenne contadina, alle prime domande nega ogni cosa ma nella sua voce c’è qualcosa che fa intuire al maresciallo che sta mentendo
– Se non dici la verità chiamo il medico e ti faccio visitare – la minaccia.
– Marescià, chiamate chi volete, io non ero incinta quindi non ho potuto né partorire né uccidere nessuno – gli risponde quasi spazientita, ma il maresciallo non si fida e manda a chiamare il dottor Feraco, medico condotto del paese e la fa visitare.
– Ha partorito di recente, quattro o cinque giorni fa, direi.
– E ora come la mettiamo? Ti decidi si o no a parlare? – le dice il maresciallo puntandole l’indice accusatore in faccia. Raffaella resta muta come un pesce. Il carabiniere sta per perdere la pazienza, quell’ostinato silenzio davanti all’evidenza dei fatti lo infastidisce perché vorrebbe chiudere in fretta il caso, ma reprime la rabbia e continua con le domande, cercando di mostrarsi calmo – non parli? Va bene, vuol dire che perquisiremo la casa da cima a fondo – Raffaella impallidisce e il maresciallo capisce che ha colto nel segno.
Ma né nell’unica stanza di cui è composta la casa, né nel basso sottostante trovano niente. Resta solo da verificare l’angusta soffitta a cui è anche problematico accedere per via della sgangherata scala a pioli su cui bisogna salire per ficcarsi nella botola.
– Vai avanti tu – fa il maresciallo all’appuntato – dai un’occhiata e, se è il caso, salirò anche io.
Casabona si toglie la giberna e il cappello e sale la scala, sparendo nel buio della soffitta.
– Qui c’è solo un mucchio di legna e di frasche – urla. Poi un rumore sordo e un’imprecazione.
– Che è successo? – gli chiede il maresciallo.
– Ho dato una testata a una trave…
– Guarda sotto le frasche – gli ordina.
– Salite pure voi che non ce la faccio da solo.
Converio, controvoglia, si inerpica lungo i pioli malfermi e sparisce anche lui nella botola. Da sotto, Raffaella, sempre più pallida, e il dottor Feraco ascoltano in silenzio il tramestio, mettendosi nell’angolo opposto per sfuggire alla polvere della legna che filtra in abbondanza dalle fessure del tavolato.
– Cos’è quel fagotto? – la voce del maresciallo fa piegare le ginocchia a Raffaella.
– Un mucchio di stracci – gli risponde Casabona.
– Prendilo.
– Pesa, c’è qualcosa dentro – fa l’appuntato – tenete alzate le frasche se no si impiglia.
Quando l’appuntato Casabona prende in mano il fagotto capisce subito cosa c’è dentro e l’imprecazione che gli esce dalla bocca lo fa capire anche al maresciallo.
– Scendo prima io e tu me lo porgi.
Con cautela il fagotto viene poggiato sul tavolo e il maresciallo ordina al medico di ispezionarlo con cura. Tolti gli stracci, anche se il dottor Feraco e gli altri sanno cosa aspettarsi, un moto di ribrezzo assale i presenti: il corpicino di una bambina, già in putrefazione, con il cordone ombelicale e la placenta ancora attaccati.
– E adesso? – dice il maresciallo a Raffaella la quale, nonostante la sua mole corpulenta, si fa piccola piccola nell’angolo dove si è rintanata.
– L’ho partorita io… verso le due di notte del giorno 9 scorso… era viva e ho sentito il primo vagito…
– E poi? – la incalza il maresciallo, ma Raffaella si richiude nel mutismo. Converio aspetta un po’, poi prende la sua decisione – portiamola al comune, magari davanti al Sindaco si deciderà a parlare – e questa si rivela la decisione giusta. Raffaella racconta come, secondo lei, sono andati i fatti:
– Vivo da sola col mio lavoro di contadina e faccio anche dei servizi alla maestra. Mio marito è emigrato in America nel 1925 e da allora non è più tornato, né mi ha mai mandato soldi. Il padre della bambina si chiama Ercole e fa l’appaltatore. Come vi ho già detto, ho partorito in casa mia verso le due di notte del 9 scorso con l’aiuto delle mie amiche Adelina Chiappetta e Maria Grazia Arnone… io non l’ho uccisa… ho visto le mie amiche avvolgerla negli stracci e poi mi hanno detto che l’avrebbero portata in soffita e io ho acconsentito per salvare il mio onore. Avrei voluto seppellirla clandestinamente nel cimitero ma non ho fatto in tempo… – poi si copre il viso con le mani e singhiozza.
– Non è che questo signor Ercole ti ha istigato a sopprimere la bambina? – le chiede il maresciallo.
– No! Lui sapeva della gravidanza ma non mi ha detto niente.
A questo punto non resta altro da fare se non arrestare le due presunte complici le quali, però, negano ostinatamente ogni coinvolgimento, citando diversi testimoni. E negano anche durante i confronti con Raffaella a cui il Pretore di Spezzano le sottopone.
– Perché mi accusi di aver fatto una cosa del genere? – protesta Adelina Chiappetta – io non sono sposata ma ho tre figli e non li ho ammazzati, perché invece avrei dovuto ammazzare la tua bambina? Eravamo amiche e mi hai rovinata, per colpa tua la Posta mi ha licenziata e adesso che gli do da mangiare ai miei bambini?
– Io so solo che tu e Maria Grazia avete preso la bambina, l’avete avvolta negli stracci e l’avete portata sopra
La perizia necroscopica viene affidata al dottor Mario Caruso di Spezzano Sila e se per alcuni aspetti le cose sembrano chiarirsi, si ingarbugliano per altri: sul corpicino della bambina non ci sono segni di violenza ma con certezza è morta soffocata. Però in quel che resta dei polmoni della bambina non ci sono i segni caratteristici del soffocamento. E allora? Allora la bambina potrebbe essere stata soffocata dal muco che non è stato estratto alla nascita per la negligenza della madre o di chi l’ha assistita. Ciò potrebbe essere confermato dal fatto che il cordone ombelicale non è stato reciso e il corpicino è ancora attaccato alla placenta.
Raffaella, assistita adesso da un avvocato di fiducia, cambia versione. L’esito dell’autopsia può essere un vantaggio per alleggerire la sua posizione: non è più sicura che la bambina sia nata viva e quindi non ha sentito i vagiti perché è svenuta all’atto del parto. Ciò di cui continua a mostrarsi sicura è il fatto che le sue due amiche erano presenti quando partorì. Una volta rinvenuta erano ancora lì ma non c’era più la bambina.
Al maresciallo Converio arriva anche una lettera del marito di Raffaella da New York che lancia terribili accuse:

Newyork 3-5-36

Egreggio Signor Maresciallo

Vi scrivo questi miei pochi Righi Di Lettera per vi fare ben Sapere Che Io sono Il marito Della Disgraziata Donna che voi avete Arrestata Che si Chiama Raffaella Morrone Figlia di Francesco E di Carmela Longo di Trenta è questa Donna Raffaella avra 3. fratelli il primo si Chiama Antonio il Secondo si Chiama Ercole il terzo si chiama Gennaro. E abitano con la loro abitazione in Contrada Schiavonea Comune di Trenta.

E a questa Donna Raffaella Morrone che voi avete arrestato a Trenta Per La raggione Che Essa Il 15 Ottobre Del 1935 E venuta A partorire Nascostamente Nella casa Che abitava è à dato alla Luce Una Bambina Femmina è Lani Uccisa fatta a pezzi è poi Lani Messa Nelle Legna Sotto il Soffitto Della Casa Che Abitava E poi Dopo Che Lavete Arrestata ha informato altre 2. Donne che si chiamano Una Adelina che tiene 2. Piccoli figli Che abitava Con La sua Suocera à Trenta. Che anche tiene La sua Madre che si chiama Rachelia Chiapetta è il suo Nome Di Nascita cioè il Cognome Milano Nativa Del Paese Feruci A Dove Io Sono Nato. E Laltra Donna si Chiama Raffaella O coniglio pure del paese Di Trenta. Che questa Donna e di Età 67 anni E quella altra Donna Adelina E giovine Della Età di 37 anni che era Occupata a portare La posta E la Distribuiva a Trenta Cribari e a Feruci. E si trovano tutte Carcerate insieme al Carcere Di San Francesco Sopra il Paese di Spezzano Grande Della Sila Per 6 Mesi E poi Dopo Le scendete alla Città di Cosenza per si fare La Causa Penale Del Processo al Tribunale. Ed Io qui Sotto Scritto Signor Gennaro Branca Che sono Il Marito Della Disgraziata E Maledetta Donna Signora Morrone Raffaella Branca E il mio piacere Sarebbe Che La Legge La Condannasse A Morte Che questa Maledetta Donna Avra Ucciso altri Due Bambini Uno Bambino Lavra Ucciso nel 1921 che di notte tempo è Uscita di Casa Quando e stata Abortita e lani gettato il Bambino Dentro La Condottiera Della Aqua a Trenta. Laltra Creatura Essa Apreso Le Medicine è lavra gettata a pezzi, Che anche E stata Arrestata del Maresciallo del paese di Pedace, E che questa Donna ani fatto andare Carcerato Il mio Defunto fratello Leonardo Branca Ed affatto 3. Mesi Di Carcere A Dove Essa si trova à San Francesco Spezzano Della Sila.

Di più Vi fò Sapere Egreggio Maresciallo Che Io ciò Mandato Le Carte per partire e Venire aragiungere Amme Inamerica New york con Le mie Fotografie Eanche La Lettera Eper Cui Essa si impressata A partorire e Uccidere La Bambina Che Essa Doveva Partire. Ed Essa E venuta Presa In trappola è Arrestata E Di cossì Idio a Voluto.

Che Chi farà Male Lo Deve Piangere Con La Penna Capitale Della Legge, Che qui Inamerica chi Ammazza E stato Ammazzato E fulminato sulla Sedia Eletrica E questa Donna si Ammeritasse La Stessa Morte che amme mi Arrovinato Di Moneta di Proprieta E di Salute. Di più Signor Maresciallo Vifò sapere Che voi quando avete arrestato a questa Maledetta Moglie Morrone Raffaella Branca cci avete Visitato Le Casse Ecci avete trovato La Somma Di Lire 7000 Ecci Lavete Sequestrate E questa Moneta è mia Che Io mi Laio guadagnata Inamerica E a Essa cci lo Mandata e Lani Messa alla Banca a Conto mio. E quando Io Laio lasciata che Il 1923 Che sono partito Inamerica Lavocati cci anno Detto di si le andare a prendere che Doveva Sistemare il mio figlio e mia figlia che è qui dame a 7 anni. E per Via Di Legge questi 7mila Lire Mi le Dovessete Mandarmele Che Io ciò Lavorato e mi lo guadati con li miei sudori e anche teneva altri 4mila Lire Essilani Spese che erano Mie. E Io di questa Moneta Mi farà Molto di Bisogno Che qui Io Sono Senza Lavoro.

E pure vi farò sapere che Io Signor Gennaro Branca Il 1915 quando L’Italia a Dichiarato la guerra a Laustria Il 24 Maggio del 15 Nella guerra Mondiale Io Sono Rimpatriato Volontario e ho fatto tutta La campagna Della Guerra E Oservito quatro anni Nell’Esercito Italiano Con Fedeltà E Di Onore che O Apartenuto al 16 mo Reggto fanteria Caserma Castello Prov. Di Caserta E Opreso parte al fronte Sul Monte Sei Busi fronte Gorizia E anche Opreso parte Alla Ritirata Dei Serbi In Albania, a Caminare in quei Deserti Un Mese, Con tutto Il Corredo di guerra Adosso alle Spalle. E avendo Sofferto di tante Malatie Malariche E Opreso parte ha Parecchi Combattimenti 10 chilometri passato Durazzo. E anche Del Fronte Austriaco. Vi Prego Signor Maresciallo Dine parlare alla Legge della Autorita Di Me Mandare Queste mie 7mila Lire E di mi fare Una P. Risposta Che Io Sotto scritto Signor Gennaro Branca fu Giuseppe, Nato a Trenta Il 15 Gennaio Del 1884. Mandamento Di Spezzano Grande Della Sila Prov di Cosenza, Nel Regno D’Italia

Che Io tengo 2 altri fratelli Uno si chiama salvatore Branca che abita a Feruci E laltro si Chiama Emanuele Branca che abita Alla Macchia Sotto Spezzano Che La Moglie di questo mio Fratello E Maestrina Di Scuola Alla Macchia E anche a questo Paese cci tengo Una Sorella E La sua Famiglia.

Etutto questo che vi scrivo e tutto Verita Evi potete in formare.

Non Piu altro che Dirvi vi Saluto facendovi mille strente Di Mano Esono che mi Firmo il Gennaro Branca E non Dimenticarvi Di Mandarmi Le 7mila Lire con le mie fotografie Unito con mia Figlia, E Le Carte Della Partenza.

P.S. Io Sono Di 51 anni D’Eta arrivederci E Buone Notizie

Le accuse però sono vaghe e lontane nel tempo e il maresciallo non fa mai menzione delle fantomatiche settemila lire in nessuno dei suoi rapporti e la lettera non ha nessun seguito.
La sera dell’otto ottobre, dopo avere ascoltato la radio nell’ufficio di collocamento, tornai verso casa che erano circa le ventitrè – racconta Pasquale Morrone – e quando passai davanti casa di Maria Grazia Morrone la vidi seduta su un gradino in compagnia di Adelina Chiappetta. Mi fermai un po’ con loro parlando delle trasmissioni radiofoniche che anche loro avevano ascoltato stando vicino alla casa dei Caruso che hanno un’altra radio, poi, quando stavo per andarmene, mi dissero che stavano aspettando Raffaella Morrone la quale si era allontanata da casa sua fin dall’imbrunire e ancora non era tornata. Mentre mi stavano raccontando questa cosa, la bambina di Adelina si mise a piangere e lei rincasò. Rimasta da sola, Maria Grazia Arnone se ne andò pure lei a casa perché non voleva aspettare da sola.
– Raffaella Morrone  era la mia persona di servizio – esordisce Maria Chimenti, maestra elementare di Trenta, poi continua – e la sera, dopo avermi rassettato la casa se ne andava a dormire a casa sua. L’otto ottobre, verso l’imbrunire mi disse, io stavo seduta sulla mia terrazza, che quella sera non poteva restare perché doveva andare fuori paese a sbrigare una faccenda sua. Io non ebbi niente in contrario e lei se ne andò. Dopo un po’, potevano essere le sette e mezza, mi venne sete e chiesi a Concetta Litrenta, mia vicina di casa, se mi faceva il piacere di riempirmi un bicchiere di acqua alla fontana e scesi fino al portone per porgerle il bicchiere. In quel frattempo passava davanti casa mia Maria Grazia Arnone e assistette alla scena; si avvicinò e mi chiese come mai, avendo io a servizio la Morrone, stessi mandando un’altra donna a prendermi l’acqua e io le raccontai che Raffaella era andata via per sbrigare delle cose fuori paese, poi ci salutammo e se ne andò. La mattina successiva Raffaella Morrone venne a casa mia verso le sei e lavorò normalmente. Io non notai niente di strano, eccetto che era un po’ pallida.
Da queste e altre testimonianze dovrebbe sorgere qualche dubbio circa l’effettiva partecipazione di Adelina Chiappetta e Maria Grazia Arnone all’infanticidio, ma non è così. Le tre donne vengono rinviate a giudizio e condannate. Raffaella Morrone a tre anni di reclusione per infanticidio e le altre due, durante il dibattimento non emerge un loro coinvolgimento diretto, a un anno e sei mesi per favoreggiamento.
Gli avvocati presentano ricorso in appello e Adelina Chiappetta e Maria Grazia Arnone trovano un formidabile alleato nell’avvocato difensore di Raffaella Morrone, Filippo Martire il quale, nelle sette pagine del ricorso, le scagiona affermando che essendo la bambina nata morta (su questo punto nessun perito può affermare in modo categorico il contrario), furono indotte ad eseguire il nascondimento allo scopo unico e solo di evitare uno scandalo che ormai era inutile, dato il decesso della bambina. Quindi il preteso accordo criminoso sul quale il Collegio ha equivocato, riguarderebbe solo questa loro precisa attività non delittuosa e non già la decisione di sopprimere la bambina la quale invece morì per cause patologiche sulle quali la Morrone non poteva essere in grado di deporre. Poi non le nomina più, addebitando il fatto a Raffaella Morrone: (…) la morte del feto sia avvenuta per l’imprudenza dimostrata dalla puerpera nel non richiedere l’assistenza d’una levatrice; e per la sua negligenza, a causa della quale il feto, abbandonato a sé stesso e lasciato privo di cure e d’assistenza, sarebbe deceduto.
La Corte d’Appello di Catanzaro rilegge attentamente tutti gli atti e decide di confermare la pena per Raffaella Morrone. Ritiene, però, che non ci siano prove sufficienti per condannare Adelina Chiappetta e Maria Grazia Arnone e le assolve.
Ma Adelina ha ormai perso il posto e resterà disoccupata…[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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