L’ABORTO DI CARMELA

Le voci alte e concitate che vengono dalla stanza da letto dei suoi padroni fanno svegliare nel pieno della notte Carmela Luzzitani, persona di servizio nella famiglia Monasterace. Carmela tende l’orecchio e le parole che percepisce sono sufficienti a farle capire perché i due stanno litigando. Poi un rumore secco e il pianto dirotto della signora. La ragazza stringe e tormenta il lenzuolo tra le mani e comincia a piangere silenziosamente.
La mattina, è il 3 aprile 1941, Carmela si alza di buonora con gli occhi ancora gonfi e va in cucina a preparare il caffè. La signora è già alzata e non appena vede la ragazza, distoglie lo sguardo dal pentolino con l’acqua calda, le pianta addosso gli occhi di brace e le dice:
– Puttana!
Carmela lascia cadere le braccia lungo il corpo e non dice una parola mentre due lacrimoni le solcano le guance.
Carmela Luzzitani ha quindici anni e da due è a servizio presso la famiglia di Fiorino Monasterace, trentatreenne vicecapostazione delle Ferrovie Calabro-Lucane. In questi due anni è cambiata molto: da ragazzina esile e piatta che era, è diventata un’adolescente prorompente. Il seno sembra voler fare esplodere i vestiti ormai troppo stretti, le gambe sono sode e ben tornite e gli occhi neri come il carbone scintillano nel viso olivastro, facendo sognare a chi li guarda paradisi esotici. Adesso, quando esce e cammina su Corso Mazzini per andare a comprare qualcosa alla padrona, i soldati in libera uscita fanno a gara per fermarla e attaccare bottone. Adesso anche Fiorino Monasterace si è accorto del cambiamento e comincia a guardarla con occhi diversi e a sognare il paradiso terrestre.
La mattina del due febbraio 1941 la signora Monasterace esce per fare la spesa portandosi dietro le sue due bambine. Carmela sta facendo le pulizie e Fiorino si sta preparando per andare a lavorare.
– Vieni qui un attimo – la chiama e Carmela, ubbidiente, lascia la scopa e va nella camera da letto dei padroni – controlla questo bottone, mi sembra che stia per cadere – continua indicando uno dei bottoni della camicia che ha indosso. Carmela si avvicina per guardare meglio. Con un gesto fulmineo il padrone l’afferra per le braccia e la butta sul letto; la ragazza cerca di divincolarsi ma Fiorino le è sopra, le alza la gonnella scoprendole le gambe nude, le strappa le mutandine, le allarga le gambe con le sue gambe e la violenta furiosamente aumentando la forza a ogni colpo. Carmela si fa male, grida ma il padrone le tappa la bocca, poi chiude gli occhi e aspetta inerme.  Alla fine sente che il padrone emette una specie di grugnito, spinge un’ultima volta e si abbandona su di lei ansimando.
Tutto è durato poco, molto poco, ma quel molto poco a Carmela è sembrato un’eternità.
Fiorino si rialza, si sistema le bretelle, si abbottona la patta dei calzoni, poi le dice:
– Non è successo niente… non è una cosa brutta ma non dire una parola. Deve essere un segreto tra te e me.
Carmela, adagiata come un cencio sul letto, si tiene il viso tra le mani e non parla. Piano piano scivola giù dal letto e, mentre si toglie le mutandine ormai inservibili, sente qualcosa di caldo che le scorre giù tra le gambe. Gli occhi le vanno al materasso macchiato del suo sangue e lo indica al padrone il quale, dopo una bestemmia, si mette a girarlo sottosopra per nascondere la prova della sua malefatta.
La porta del paradiso terrestre adesso è aperta e Fiorino nei giorni successivi coglierà altre mele proibite. Ma accade che le mestruazioni di Carmela, che sarebbero dovute venirle verso la metà del mese, non arrivano e lei ne chiede il perché a un’altra servetta più anziana e smaliziata di lei, che la rende edotta: sicuramente è incinta!
Carmela non sa che fare, poi decide di rivelare il suo stato al padrone che se la cava recitando a bestemmie tutto il calendario. Le promette mari e monti se non lo denuncerà, le promette anche che le troverà un marito, ma poi, rendendosi conto che non ha vie d’uscita in quanto per vantarsi è stato lui stesso a raccontare a un collega di aver posseduto la ragazza, decide di rivelare tutto alla moglie e chiederle di aiutarlo a sistemare la cosa per il buon nome della famiglia.
Come abbiamo visto, la signora Monasterace non la prende affatto bene ma, a mente fredda, si ritrova d’accordo col marito: quella brutta situazione deve essere risolta alla radice. Chiama la ragazza e le dice che deve perdere il bambino.
– Ti insegno io come fare. Metti a riscaldare dell’acqua e prima che si metta a bollire la togli e ti fai un pediluvio, poi te la versi anche sulla pancia. Anzi, è meglio se ti metti a mollo nell’acqua bollente. Poi devi fare un’altra cosa: in un’altra casseruola metti a bollire altra acqua e ci metti dentro della cenere, versi tutto in un orinale e ti ci siedi di sopra. Vedrai che così risolveremo il problema.
Carmela, sconcertata, impaurita, ubbidisce e fa tutto ciò che le è stato ordinato, ma dopo una settimana i sistemi adottati non hanno prodotto alcun risultato, così la signora Monasterace esce dalla casa di Via Galliano e si dirige verso l’edificio di Corso Mazzini che porta il numero 158, dove abita Maria Giardini, ufficialmente materassaia, mammana di nascosto.
– È una cosa delicata… mio fratello ha combinato un guaio con la mia serva e adesso… – mente per salvare la faccia.
– La devo vedere, ma credo che si può fare. È giovane e forte… – le risponde la donna che ha capito e non ha bisogno di altre spiegazioni.
I coniugi Monasterace, a questo punto, devono convincere Carmela che l’unica, e più vantaggiosa per tutti, soluzione è l’aborto praticato meccanicamente.
– No! Ho paura di morire – protesta Carmela.
– Stai tranquilla, non succederà niente e devi capire che questa è l’unica soluzione per te. Chi ti vorrà sposare sapendo che hai un figlio bastardo? Se invece risolviamo la situazione noi possiamo aiutarti a trovare un bravo giovane che ti sposi, ti faremo il corredo e finché vorrai lavorare qui da noi, noi ti terremo come una figlia – cerca di blandirla la signora, ma Carmela non cede e le insistenze condite da velate minacce si fanno sempre più pressanti fino a che Carmela cede e accetta.
Maria Giardini entra in casa dei Monasterace con una grande borsa in mano. Dentro ci sono gli attrezzi che adopererà su Carmela. I padroni chiamano la ragazza, la accompagnano in camera da letto, la fanno spogliare e mettere di traverso sul materasso, quello stesso materasso sporco del suo sangue, con le gambe aperte.
– Ho paura – dice rivolta alla signora che le tiene amorevolmente la mano, mentre Fiorino distoglie lo sguardo dal suo paradiso perduto – voi mi volete bene, vero signora? Io ve ne voglio assai e scusate se a causa mia state soffrendo – Carmela è ormai così condizionata che sente il peso di una colpa che non ha.
– Certo che ti voglio bene… Su… su… coraggio che andrà tutto bene… – la conforta la signora mentre Maria Giardini sistema su un tavolinetto i suoi attrezzi – tieni la testa poggiata e non guardare, ci vorrà poco – continua.
La mammana è attrezzata di tutto punto. Prende dagli attrezzi uno speculum, lo introduce nella vagina di Carmela e la dilata. Carmela lancia un urlo per il dolore e comincia a dimenarsi.
– Ferma! Stai ferma ferma che se no è peggio! Ci vuole un attimo se stai ferma. E soprattutto stai zitta se no i vicini si accorgono di tutto. Voi, signor Monasterace, tenetela ferma dalle spalle e se prova a urlare ficcatele un asciugamani in bocca – ordina perentoriamente Maria Giardini, poi prende un ferro lungo e appuntito e glielo introduce nell’utero praticando dei rapidi movimenti circolari – Ecco fatto! Vedi che aveva ragione la signora? – la rassicura Maria – tra un po’ sentirai dei dolori, ti uscirà del sangue e sarà tutto finito. Se ci sono problemi chiamatemi – termina rivolta alla signora, mentre Fiorino a momenti sviene dopo aver dato di stomaco.
Ma le ore trascorrono e la prevista emorragia che espellerà il feto non arriva.
– Potrebbe volerci anche qualche giorno – dice Maria Giardini a Fiorino Monasterace che è andato ad avvisarla.
Di giorni ne passano quattro ma non succede ancora niente, così i coniugi Monasterace e la mammana decidono di intervenire nuovamente.
Questa volta Carmela non urla. È come rassegnata al suo destino. Solo mute lacrime le solcano il viso, invecchiato da un momento all’altro.
Questa volta Maria Giardini, invece di agitare all’interno dell’utero di Carmela il lungo ferro appuntito, lo punge e poi vi inserisce un sondino. Carmela è inebetita dal dolore e non ha nemmeno più la forza o la volontà per lamentarsi.
Questa volta, attesi un paio di giorni, finalmente l’emorragia arriva e Carmela espelle il feto, le dicono che era un maschietto, e Fiorino provvede a sotterrarlo in un minuscolo pezzo di terra adiacente alla casa. Dopo un paio di giorni trascorsi a letto, Carmela può tornare alle sue occupazioni, in attesa che i coniugi Monasterace le facciano il corredo e le trovino un marito, ma i mesi passano e lei non vede né corredo e né marito. Alla metà di luglio però Carmela riceve dalla signora Monasterace un brutta notizia: è licenziata.
– Stai tranquilla che non ti abbandoniamo. Ti daremo tremila lire a cento lire al mese, basta che non fai parola con nessuno di quello che è successo. Ecco, queste sono le prime cento – la liquida porgendole dei soldi.
La ragazza è sconvolta, si trova da un momento all’altro in mezzo a una strada: a casa sua non può tornare in quanto ha litigato col padre e la matrigna perché non ha voluto dare loro le trenta lire al mese che percepiva come stipendio, ma dopo i primi momenti di smarrimento non si perde d’animo e trova lavoro in un’altra famiglia e così comincia una nuova vita.
Ma il diavolo ci mette più di una coda e la situazione comincia a precipitare. La vanteria di Fiorino di avere posseduto Carmela comincia a diffondersi tra il personale delle Calabro-Lucane e viene all’orecchio del padre della ragazza, operaio in una ditta che esegue lavori ferroviari. La va a cercare, la trova sul corso, le chiede conto delle voci e lei, dopo qualche resistenza, ammette tutto, poi la porta dai Carabinieri e parte una denuncia a carico dei coniugi Monasterace e di Maria Giardini.
Nello stesso tempo, però, Carmela ci mette del suo dandosi al giovane rampollo della famiglia in cui adesso lavora e rimane di nuovo incinta.
Comincia così una battaglia legale con i giudici convinti della colpevolezza dei tre da una parte e gli avvocati difensori Domenico Cilento e Francesco D’Andrea dall’altra.
Per gli inquirenti Carmela è credibile perché il suo racconto è preciso e particolareggiato e nei confronti con gli imputati non mostra nessuna esitazione a snocciolare le sue accuse: come potrebbe una ragazzina di quindici anni raccontare per filo e per segno tutte le fasi dell’aborto e il dolore che si prova se non l’ha vissuto sulla propria pelle? E perché i tre imputati non sanno fare altro che negare ostinatamente senza saper controbattere con argomenti validi? Perché non ne hanno.
Per i tre la Procura chiede il rinvio a giudizio, ma gli avvocati hanno un asso nella manica: tre sentenze della Corte di Cassazione relativi a casi simili nelle quali i supremi giudici asseriscono che non ci può essere prova dell’aborto se non c’è prova della gravidanza.
Può Carmela esibire un certificato medico che attesti il suo stato? No. Può la Procura provare con sentenze precedenti o con segnalazioni dei Carabinieri e della Polizia che Maria Giardini ha procurato aborti clandestini? No. Allora gli imputati vanno assolti.
Carmela e i giudici non possono contare nemmeno sulla perizia medica disposta dal Tribunale perché è stata fatta a mesi di distanza dai fatti, quando ormai lei è di nuovo incinta e il perito non può osservare i segni di un’eventuale gravidanza precedente.
          I coniugi Monasterace e la mammana Maria Giardini vengono prosciolti per non aver commesso il fatto e Carmela deve dirsi fortunata per non essersi beccata una querela per diffamazione e agli occhi di tutti adesso appare come una puttanella perché cresciuta con la matrigna che fa la puttana..[1]

 

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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