LA BANDA DEL BUCO

Tra il 1932 e i primi del 1933 un’ennesima ondata di furti scuote Cosenza e i paesi limitrofi. Ad essere presi di mira sono quasi esclusivamente negozi di generi alimentari. Il primo a farne le spese è Gaetano Bonofiglio. Nella notte tra il 19 e 20 ottobre del 1932, alcuni malviventi penetrano nel suo negozio dopo aver allargato un’inferriata fino a consentire il passaggio di uomo che, velocemente, porge ai complici 115 bottiglie di liquore e un paio di scarpe. Il bottino viene trasportato e custodito in un magazzino di Via Isonzo, proprio accanto alla gradinata con i due leoni che sputano acqua.
Poi è la volta del negozio di Pasquale Cimino, pugliese trapiantato a Cosenza, al quale viene sottratta una notevole quantità di merce.
La notte tra il 14 e il 15 dicembre è molto fredda. Nuvolette di alito si condensano davanti ai visi dei due uomini appiattiti contro il muro. Davanti a loro, dall’altro lato della strada, le fioche luci notturne dell’Ospedale conferiscono alla scena un aspetto spettrale. Uno dei due, quello che sembra il capo, comincia ad arrampicarsi lungo il muro. Legato sulle spalle porta un piccone. È molto agile e in men che non si dica raggiunge il tetto, sfonda le tegole e si cala dentro il fabbricato. L’uomo rimasto fuori percepisce distintamente nel silenzio i colpi che il suo compare vibra col piccone per sfondare i muri che ostacolano il suo cammino. Forzate anche un paio di porte interne, finalmente arriva nel deposito della ditta Bosco. Arraffa quattro sacchi di caffè grezzo e, mentre li trasporta verso l’uscita, trova il tempo di forzare anche qualche cassetto.
Movati! – sibila il compare dall’esterno.
Aspè… c’è altro… – gli risponde.
Movati che sento dei rumori! – lo incalza.
Ciò che l’uomo trova sono solo una quarantina di lire, ma la sua attenzione è stata catturata da una rivoltella col calcio di madreperla. La guarda ammirato e poi se la mette in tasca con un ghigno beffardo.
Sbuffando per la fatica, i due trasportano i quattro sacchi di caffè in un magazzino di Via Rivocati dove un ricettatore li sta aspettando. Contrattano velocemente l’affare e intascano per i novanta chili di caffè rubato, settecento lire che dividono in parti ineguali: cinquecento lire vanno all’uomo che ha scalato il muro, in quanto ideatore ed esecutore del furto, duecento vanno al suo aiutante. Prima di tornarsene indisturbati alle proprie case, si danno appuntamento per la notte successiva perché debbono trasportare la refurtiva in un paese vicino dove starà al sicuro.
E così, la sera successiva, l’automobile di servizio pubblico, marca OM, targata CS 1697, arriva sbuffando in Via Rivocati e si ferma davanti al magazzino. Passando velocemente di mano in mano, i quattro sacchi vengono caricati nel baule dell’auto e l’autista, accompagnato dai due uomini, si dirige alla volta di Pietrafitta. Arrivati nell’abitato, gli uomini scendono dalla macchina ed entrano in una casa dove restano circa un quarto d’ora. Poi tornano alla macchina, prendono i sacchi di caffè e li depositano all’interno della casa, quindi fanno ritorno in città.
– È andata bene! ora ci possiamo riposare qualche giorno… – dice quello che fa il capo, mentre beve una lunga sorsata di vino rosso da una bottiglia.
– Passa, passa… te la vuoi bere da solo? – fa il suo compare, senza dar importanza a quanto ha appena ascoltato.
– Si, si, ora te la passo… – gli risponde, portandosi la bottiglia alla bocca per tirare un’ultima sorsata, ma il vino gli cola addosso per via di una buca sulla strada – maledizione! E statt’accuartu, chi cazzu! – urla all’autista.
Passano solo pochi giorni e i malviventi sono di nuovo all’opera. Con le stesse modalità del colpo precedente, entrano nel magazzino di Felice Manna a Cosenza Casali. Due uomini scassinano la porta di ingresso, altri due stanno di guardia agli angoli del fabbricato. Una volta entrati portano via 30 chili di formaggio, 12 provoloni e 15 chili di zucchero. Ognuno con un sacco sulle spalle, sbuffando e bestemmiando per la fatica, manco avessero zappato tutto il santo giorno, i quattro si inerpicano lungo le ripide scorciatoie che portano verso il Cimitero e proseguono oltre, dirigendosi verso la strada che sale in montagna, dove, fermo al riparo da sguardi indiscreti, li sta aspettando un camioncino sul quale salgono tutti con i sacchi e vanno a Rovito, dove scaricano la refurtiva in un magazzino di proprietà del padre dell’autista del camioncino. Con lui contrattano faticosamente la ricompensa di 700 lire che dividono come sempre secondo le regole della malavita, rispettando, cioè, le gerarchie del gruppo,
poi tornano a piedi in città.
La notte tra il 7 e l’8 gennaio 1933, la banda prende di mira il negozio di generi alimentari di Angelo Canonaco. Sono in quattro e usano sempre la stessa tecnica. Due si occupano di scassinare la porta in modo tale da non destare sospetti alla guardia notturna che sanno passerà da li entro pochi minuti, gli altri due si mettono a fare la guardia agli angoli del fabbricato.
Fatto il colpo, i quattro, ognuno con un pesante sacco in spalla, attraversano indisturbati mezza città e, senza paura, si dirigono in un magazzino di Cosenza Casali dove un altro ricettatore li sta aspettando. Contano 40 chili di formaggio, 36 di zucchero e 22 di caffè e ne ottengono in cambio 760 lire.
‘U sapiti chi vi dicu? – fa il capo agli altri tre – per ora basta lavorare in città. Gli sbirri sono in fermento ed è meglio cambiare aria. La prossima volta ci spostiamo nei paesi.
Così, dopo aver banchettato con carne di cavallo e vino nella cantina di un certo Giordano a Via Panebianco, nel freddo di una notte di gennaio, il capo e altri quattro uomini partono da Cosenza con un carretto trainato da un cavallo, preso in prestito dal Saponaro con l’intesa di dargli parte del bottino, e si dirigono alla volta di Rogliano in cerca di qualche buona occasione.
Arrivati nella cittadina, notano che la macelleria di Ambrogio Pietro Dell’Ovo è chiusa solo con un cancelletto di ferro e le porte interne sono spalancate. Spiando nella quasi totale oscurità notano, appesi ai ganci, tre mezzi maiali.
Ccù salute compà! Fermamuni ca ‘u bait è bbuanu! – decidono subito che è inutile cercare di meglio e, forzata agevolmente la serratura del cancello, penetrano all’interno trafugando i tre mezzi maiali più qualche chilo di carne conservata dietro il bancone. Arrivati in città, oltrepassano il ponte di Piazza Valdesi e si dirigono verso l’edificio delle Regie Poste ma qui qualcosa va storto perché il carretto si ribalta, tutti finiscono per terra e uno dei malviventi si ferisce all’occhio destro. Rimessisi in piedi, i cinque trasportano in una stalla lì vicino la refurtiva e la consegnano al Saponaro che si incarica di rivenderla.
Dai 147 chili di carne, la banda ricava solo 150 lire. Di queste, ne utilizzano 40 per riparare i danni subiti dal carretto nel ribaltamento. Il giorno dopo, per festeggiare il colpo, la banda va a pranzare nella cantina di Luigi De Rose, che ha acquistato la carne rubata, mangiando baccalà in umido e broccoli di rape.
La banda si prende un po’ di riposo ma, nei primi di febbraio, il capo decide di andare a svaligiare di nuovo il negozio di Pasquale Cimino a Corso Mazzini. Per entrare praticano un buco nel muro di un deposito adiacente al negozio, dove Cimino conserva delle casse di legno. Ma questa volta qualcosa va storta. Un avvocato che abita proprio sopra il negozio preso di mira, quella notte è ancora sveglio per studiare una causa e sente dei rumori strani. Insospettitosi, si affaccia dal balcone, vede due persone sospette ai due angoli del fabbricato e si mette a urlare proprio mentre passano lì accanto tre guardie di Finanza fuori servizio:
– Al ladro! Al ladro! – urla l’avvocato.
– Chi va là! Alt! Dico a voi! Alt! – urla una delle guardie ai due uomini che, precipitosamente, si danno alla fuga in direzioni opposte.
– Sicuramente ci deve essere qualcuno nel negozio di Cimino! State di guardia che io chiamo i Carabinieri! – continua a urlare l’avvocato.
– Ci pensiamo noi a non farlo scappare, state tranquillo! – lo rassicura una guardia, dando disposizioni agli altri due di controllare le uscite.
I Carabinieri arrivano subito e, una volta entrati nel negozio, trovano un certo Francesco Muto nascosto dietro una catasta di merce. Lo arrestano, ma senza riuscire a fargli confessare i nomi dei suoi complici.
Cittadini e, specialmente, commercianti, chiedono immediata giustizia e il ritorno alla tranquillità, la stampa incalza con articoli di fuoco. Pubblica Sicurezza e Carabinieri cercano di darsi da fare ma le indagini si arenano e i fascicoli processuali restano, oltre a Muto, a carico di ignoti.
Poi, al capitano dei Carabinieri Ignazio Scichilone viene in mente di studiare le modalità con cui ogni singolo furto è stato consumato e nota che tanto le circostanze quanto i ferri da scasso adoperati e la natura delle merci sottratte sono sempre identiche. È lampante che a compiere le azioni criminose sia stata una sola banda.
A questo punto, il capitano Scichilone dispone delle indagini sul tenore di vita dei pregiudicati ritenuti più pericolosi e i suoi sospetti si concentrano su un certo Umile D’Acri, che ha una fedina penale molto lunga e articolata che, nel suo rapporto, definisce come un vagabondo, pericoloso pregiudicato per delitti contro il patrimonio, dotato di una scaltrezza singolare e di prepotenza non comune, tanto da imporre la sua volontà ai delinquenti del suo stampo ed eliggersi capo di quegli altri che formavano la sua comitiva. Uomo senza scrupoli di sorta, travolto dai vizi, in ispecial modo quello del giuoco, trascurava la propria famiglia, che languiva nella miseria, e viveva per il delitto a cui si era votato anima e corpo, specializzandovisi.
Come appartenenti alla sua banda vengono individuati Trieste Colonnese, Giovanni Mandoliti, Rosalbino Alessio, Raffaele Spina alias Favuzza, Giuseppe Carolei, Silvio Ivano alias Malavita, Emilio Ferro alias Saponaro e Francesco Muto.
D’Acri, nella sua qualità di capo non lascia niente al caso: sceglie gli obbiettivi, gli uomini più adatti al colpo per agilità, forza e scaltrezza, organizza le operazioni, le dirige e prende contatti con i ricettatori che meglio rispondono all’esigenza di piazzare la refurtiva. In quest’ottica i carabinieri identificano come ricettatori di fiducia i commercianti di generi alimentari Eugenio e Vincenzo Piro, Luigi De Rose, Salvatore De Santis e suo figlio Giuseppe. Per questo suo “lavoro dirigenziale” pretende, come abbiamo visto, una parte del bottino superiore agli altri.
Vistisi smascherati, i ladri confessano, tranne uno: Silvio Ivano alias Malavita, il quale, se da una parte respinge le accuse portando a sua discolpa il fatto che nel periodo in cui sono stati consumati i furti si trovava detenuto, dall’altra ricostruisce l’organigramma della banda che gli sarebbe stato confidato da Francesco Muto:
È a mia perfetta conoscenza che D’Acri Umile è un temerario ladro, che ha saputo portare alla rovina diversi giovani. Egli è il capo di una combriccola costituita da Favuzza, dal Carolei Giuseppe, da Alessio, da Colonnese, da Muto, da Mandoliti Giovanni e dal Cocchiere detto il Saponaro, combriccola che agiva sotto la direzione di D’Acri Umile, il quale, come dissi, era il capo. Infatti nella casa di D’Acri avvenivano i convegni e la ripartizione della refurtiva, che poi andava sempre a finire nei magazzini dei fratelli Piro, in quello del ferroviere De Rose ed in quello di De Santis da Rovito, che, a loro volta, contrattavano col D’Acri. Tutto ciò è a mia conoscenza per confidenze avute da Muto Francesco da Lago, col quale da più giorni dormivo nell’albergo Risorgimento e da D’Acri Umile, che ad ogni costo mi voleva a far
parte della sua comitiva, sapendo la mia agilità e confidando nella mia segretezza.
Rosalbino Alessio, invece, racconta quello che la combriccola faceva prima e dopo i colpi e di quali ferri del mestiere si servivano:
– Ogni qualvolta dovevamo consumare un furto, il D’Acri ci faceva convenire nella sua abitazione prima per perfezionare l’impresa e poi per ricevere quanto ci spettava di nostra parte. Infatti nella casa di D’Acri o di quella di Carolei bevevamo qualche bottiglia di vino prima di consumare i furti e dopo ritornavamo per ripulirci e depositarci i ferri dei quali ci eravamo serviti. I ferri di cui noi ci servivamo consistevano in un trapano ed in un paletto di ferro di una lunghezza di sessanta centimetri.
Qualche giorno dopo, Rosalbino Alessio, nuovamente interrogato, parla della figura di Umile D’Acri:
– Era sempre il D’Acri che studiava l’ubicazione di quei magazzini che dovevamo scassinare e perciò egli del ricavato della refurtiva prelevava una quota avanti parti perché, a suo dire, gli spettava per il tempo che perdeva e per i maggiori rischi a cui si esponeva.
I vari gradi di responsabilità sono chiari per il Giudice Istruttore che, il 22 luglio 1932, rinvia a giudizio Umile D’Acri, Giulio Colonnese, Giovanni Mandoliti, Rosalbino Alessio, Raffaele Spina, Giuseppe Carolei, Silvio Ivano, Emilio Ferro e Francesco Muto per associazione per delinquere e furto. Rinvia a giudizio anche i commercianti indagati Luigi De Rose, Carmine Piro, Eugenio Piro, Salvatore De Santis e Giuseppe De Santis per ricettazione.
Da questo momento comincia una vera e propria guerra di fatture commerciali, ordini di acquisto e perizie sulla qualità dei formaggi e del caffè sequestrati che si conclude soltanto con l’emissione della sentenza del Tribunale di Cosenza l’11 dicembre 1933, che accoglie sostanzialmente le richieste del Pubblico Ministero e condanna tutti gli imputati tranne Eugenio Piro.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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