UNA BELLA LUNA PIENA



Matteo
Albidona, che di mestiere fa il corriere della posta, è un uomo avanti con gli anni,
segnato da innumerevoli lutti familiari. La moglie, il figlio, la figlia ed il
genero. Tutti morti. Gli resta solo la nipote, Annamaria Critelli, una bambina
di dodici anni, ancora impubere.
Il
2 febbraio 1807, due uomini a cavallo si fermano davanti alla sua casa.
Intabarrati in pesanti mantelli e con i cappelli calati sul viso, smontano e
bussano alla porta. Il vecchio apre, gli vengono sussurrate alcune, apparentemente
incomprensibili parole, udite le quali fa entrare i due. Dice alla nipote di
andare nell’altra stanza ed i tre si mettono a parlare fitto fitto. Poi, Matteo
va ad avvertire la nipote che deve partire con urgenza per un nuovo giro di
posta e che sarebbe tornato, forse, l’indomani.
Annamaria,
sa che quelli sono tempi pericolosi per tutti, figurarsi per una ragazzina sola.
Di notte girano un sacco di briganti armati e pensa che sarebbe stato meglio
chiedere alla comare Anna Falcone di ospitarla per quella notte. Dopo aver
consumato il poco che hanno, Annamaria, la comare e il nipote di questa, vanno
a dormire, tutti nella stessa stanza.
Verso
mezzanotte dei colpi tremendi alla porta li svegliano. Voci concitate e passi
pesanti si avvicinano in un attimo. Tre uomini armati si lanciano sul letto
dove Annamaria è rimasta impietrita dal terrore, mentre comare Anna ed il
nipote, più pronti di spirito, fanno in tempo a nascondersi in soffitta.
Delle
mani forti stringono la ragazzina, nuda sotto il camicione, e la strappano dal
letto. Annamaria avrebbe voluto urlare di aiutarla ma le grida le si strozzano
in gola, avrebbe voluto mordere a sangue quella mano che le tappa la bocca ma
non riesce a muovere nemmeno un muscolo del suo corpo e quegli energumeni hanno
facilmente la meglio su di lei, portandola di peso in un luogo isolato che
tutti chiamano Santa Croce.
Una
bella luna piena splende nella notte ed Annamaria, che ormai ha capito quel che
le sta per accadere, si fa coraggio e guarda bene in faccia i suoi aguzzini.
“Madonnella
mia – fa in tempo a pensare – li conosco… sono paesani!”
Tommaso
Gallina, trentatreenne domestico di professione, è il primo a violentarla, strappandole
la sua fanciullezza. Domenico Gallina e Giandomenico De Felice continuano alternandosi
mentre Annamaria rimane con gli occhi spalancati e la bocca aperta per il
terrore e il dolore. Non riesce a versare nemmeno una lacrima che sia una, non
dice niente, non si divincola nemmeno. Si sente come un albero quando viene
abbattuto: prova un immenso dolore ad ogni colpo, come l’albero quando viene
colpito dalla scure, ma non può lamentarsi, proprio come l’albero quando viene
abbattuto.
Finalmente
l’orrore finisce e i tre scellerati hanno pure l’impudenza di riportare la ragazza,
confusa, stordita e terrorizzata, a casa di comare Anna.
Ripresasi
un po’ con le cure affettuose della sua comare, Annamaria racconta tutto a lei
ed al nipote e fa loro i nomi dei tre. Nel frattempo altri vicini, udito tutto
quel trambusto accorrono e in pochi minuti tutti sanno i nomi degli stupratori,
ma nessuno osa fare niente perché i tre sono fedeli ai francesi ed hanno paura
delle tremende vendette a cui sarebbero potuti andare incontro.
Sicuri
della propria impunità, la mattina dopo, i tre, nell’osteria si mettono a
brindare alla riuscita dell’impresa. Dopo qualche ora sono completamente
ubriachi e cominciano a minacciare l’ostessa dello stesso trattamento se non li
avesse omaggiati di una pezzotta di formaggio pecorino e del pane fresco.
Ma
l’amministrazione francese non può far finta di niente ed esasperare ancora di
più gli animi in un paese già in rivolta e così i tre sono sottoposti a
processo e condannati ai lavori forzati a vita, un’ora di esposizione alla
gogna, al risarcimento del danno e all’affissione sulle loro case, a caratteri
grandi, dei loro nomi e dell’accusa per la quale sono stati condannati.[1]

[1] ASCS, Gran Corte Criminale.

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