PER IL MIO ONORE

– Annicè, finalmente abbiamo finito, sono stanca, torno a casa – dice Stella Ramundo alla sorella dopo aver sminuzzato per tutto il giorno, a colpi di coltello, la carne del maiale. È il 23 gennaio 1923 e il sole sta tramontando.
Stella, Maria Stella all’anagrafe, è una bella ragazza mora di diciannove anni e abita in contrada Androne di Fuscaldo, così come la famiglia della sorella Anna, di qualche anno più grande. Ripone nel tascone del grembiule il grosso coltello a serramanico che le è servito per sminuzzare la carne e scende verso la strada dove c’è una fontanella che tutti chiamano fonte del Carbone per lavarsi le mani. È quello l’unico posto nelle vicinanze dove fino all’inizio dell’estate c’è acqua corrente. Alla fontana Stella incontra un’amica, Antonietta Maiorano, che sta abbeverando l’asino e le due ragazze si fermano a scambiare quattro chiacchiere per riposarsi un po’ dopo la dura giornata di lavoro.
Antonietta, all’improvviso, si stringe all’amica. Le sembra di aver notato, nella poca luce rimasta, la sagoma di un uomo nascosto dietro alcuni cespugli a qualche metro da loro.
– Ohi Madonnella mia… chi c’è là dietro?
– Stai tranquilla, chiunque sia non ho paura, guarda che ho – la rassicura mostrandole il coltellaccio.
In quegli stessi momenti, la sessantenne Angela Maria Perrotta, che abita proprio di fronte alla fontanella, guardando dalla finestra si accorge che qualcuno è nascosto dietro gli arbusti che separano la sua casa dalla strada. Avendo notato le due ragazze che si stanno attardando alla fontana, esce di casa per metterle in guardia e passando accanto all’uomo lo riconosce per Antonio Lanzillotta, un giovanotto che abita poco distante.
– Che fate ancora qui? andatevene subito a casa che c’è uno nascosto lì dietro – le avvisa.
– Hai visto? Avevo ragione io – fa Antonietta.
– E chi è? – chiede Stella
– Totonno Lanzillotta…
– Ah! È lui… – constata Stella con un velo di amarezza, poi continua – beh… è meglio tornare a casa…
Così le tre donne si salutano e ognuna di loro prende una direzione diversa. Stella si avvia lungo la salita che porta a Cariglio. La strada che deve percorre non è tanta, al massimo trecento metri, ma è più che altro una mulattiera tortuosa e in molti punti accidentata, larga appena un metro e fiancheggiata da arbusti molto fitti. Stella tiene gli occhi aperti, non si fida del fatto che Antonio Lanzillotta la stesse osservando nascosto dietro un cespuglio e non si fida soprattutto perché il ragazzo in passato ha già provato a fermarla per baciarla ma lei lo respinse quasi staccandogli un dito con un morso.
È ormai quasi buio e Stella è a metà strada quando appare l’ombra di Antonio che comincia a camminarle accanto.
– Voglio un bacio
– Totò, non mi seccare, vattene! – gli dice freddamente.
– No, mi devi baciare se no non me ne vado – insiste avvicinandosi sempre di più.
– Totò, ti ho detto di andartene e comunque fermati dove sei se no è peggio per te – ribatte mostrandogli il coltellaccio che scintilla sinistramente alla luce della luna.
– Tanto non sei capace di usarlo, ti ho detto che voglio un bacio – ripete sporgendosi in avanti con le labbra protese verso di lei. Stella non ci sta e fa il gesto di tirare un colpo col coltello. Antonio, per nulla intimorito, le si lancia addosso e, da dietro, l’afferra per le braccia. Sta per riuscire a buttarla a terra perché sa che non si accontenterà di un semplice bacio però Stella si dimena come una pazza, tira calci e cerca di brandire il coltello ma non ci riesce perché Antonio la tiene stretta. Capisce che se non riuscirà a fare qualcosa perderà il proprio onore.
Nonostante Antonio sia in posizione di netto vantaggio ha qualche difficoltà a buttarla a terra e saltarle sopra e per afferrarla meglio lascia per un attimo la presa. Stella è un fulmine, si divincola e cerca di scappare ma Antonio, nonostante sia scalzo, la raggiunge e l’abbranca di nuovo
– Non me lo hai voluto dare un bacio? E adesso mi dai tutto…
Antonio la strattona per trascinarla a terra ma Stella, con un gesto disperato, stringendo il coltello nella mano sinistra glielo pianta nella pancia per tutta la lunghezza e Antonio molla la presa gemendo per il dolore
Ohi Madonna mia… m’hai ammazzato davvero… – e premendosi le mani sulla ferita scompare nel buio.
Stella, ancora confusa, si mette a correre verso casa e racconta tutto ai genitori. Il padre si imbestialisce e se la prende con lei perché se è successo quello che è successo la colpa non può che essere sua che sicuramente ha fatto la civetta
– Mò t’ammazzo con lo stesso coltello! – le urla avvicinandosi minacciosamente. Stella ha paura e, col coltello ancora in mano scappa di casa, correndo nella notte. Decide di rifugiarsi da una zia e prima di arrivare a destinazione, devia il percorso e butta il coltello nel torrente in piena che costeggia la strada.
Antonio, invece, arriva a casa e trova il conforto della madre alla quale non dice di essere stato accoltellato da Stella
– Sono caduto e mi sono fatto male… – mente, mettendosi a letto.
– Ora chiamo tuo zio e vediamo che fare – dice la madre, ignorando la gravità della ferita del figlio.
Antonio Perrotta, accompagnato dalla moglie, arriva in pochi attimi e vede il nipote che gli tende una mano, bianco come un lenzuolo
– Oh! Zio Antonio…
– Che ti è successo? – gli chiede, ma il nipote non risponde
– Era andato a dar da mangiare alle bestie ed è caduto… – risponde la madre al posto suo.
– Uhm… ho capito… fammi vedere la ferita – gli dice, aprendogli la giacca e il gilet. Ma Antonio Perrotta è uno che sa distinguere bene una ferita da caduta da una coltellata e, con voce grave continua – questa è una coltellata!
A udire questa affermazione, la madre e la zia di Antonio cominciano a disperarsi e a battersi il viso con le mani, chiedendo ossessivamente chi sia stato a ferirlo
– Stella Ramundo – è la risposta lapidaria. Poi si chiude nel più assoluto silenzio.
I parenti e i vicini lo assistono tutta la notte e la mattina successiva, ma Antonio peggiora sempre più. La coltellata gli ha prodotto una brutta emorragia interna e il ragazzo muore nel pomeriggio.
Solo la mattina del 25 gennaio lo zio va dai Carabinieri a sporgere denuncia e questi vanno a casa di Stella, che nel frattempo è rientrata dalla breve fuga, per arrestarla. Lei sostiene con forza di aver dato la coltellata per difendersi e che nella concitazione del momento non si è nemmeno resa conto se e dove ha colpito l’aggressore, ma non ci sono testimoni e c’è, invece, una querela contro di lei presentata dalla madre di Antonio nella quale mette nero su bianco che Antonio mentre stava andando a prendere il foraggio in una baracca vicino casa vide Ramundo Maria Stella in compagnia di Antonietta Maiorano. La Ramundo, appena si accorse della presenza di mio figlio disse: “viene un uomo” e dopo poco, avendolo riconosciuto, soggiunse: “è chillu ciuatu!”. Nell’udire tali parole, mio figlio che altre volte era stato ingiuriato con lo stesso epiteto, si fermò allo scopo di rimproverare la Ramundo. Costei si mosse dal punto ove si trovava e quando si avvicinò a mio figlio, questi si lamentò dell’ingiuria, ma la Ramundo, appena avuto il rimprovero, si avventò con un coltello che aveva in mano contro mio figlio e gli desse un primo colpo che il mio povero figliuolo riuscì a
parare con una mano, riportando una lieve scalfitura ed uno strappo alla manica della giacca. Immediatamente dopo gli tirò un secondo colpo, ferendolo alla pancia. Questa è la versione raccontatami da mio figlio, il quale mi disse ripetutamente che mai nulla aveva fatto per meritare l’aggressione patita
. La madre aggiunge anche che la Ramundo aspirava a contrarre matrimonio con mio figlio ma né lei né i suoi parenti mi accennarono al desiderio della Ramundo.
Comincia così un balletto di testimoni che si schierano da una parte e dall’altra: qualcuno riferisce che Stella e Antonio se la intendevano ma lei era accecata dalla gelosia, qualcun altro giura di avere ascoltato dalla sua viva voce di una intrusione che Stella avrebbe fatto in casa di Antonio la notte di Natale 1922, mentre tutti erano a messa, per sfasciare il letto del ragazzo; altri ancora giurano di averla vista spesse volte ferma per strada ad attendere il passaggio di Antonio per rinfacciargli di non volerla più. Molti altri, al contrario, giurano che era Antonio a mirare al matrimonio con Stella ma che lei non voleva saperne niente e che Stella è una ragazza seria e di sani principi morali.
I Carabinieri sostengono di avere due punti fermi nelle loro indagini: la veridicità del fatto che Antonio era nascosto dietro i cespugli della casa di Angela Maria Perrotta, le informazioni avute dai propri confidenti che garantiscono sulla moralità cristallina di Stella e, soprattutto, la perizia sui luoghi che attesta come Antonio Lanzillotta, per incontrare la ragazza abbia dovuto deviare di parecchi metri il suo percorso dalla casa alla baracca dove teneva il foraggio e quindi Antonio ha premeditato l’aggressione. Per i Carabinieri la discordanza sulla traiettoria della coltellata è irrilevante perché bisogna considerare lo stato in cui Stella si trovava nel momento in cui colpì Antonio e tutto il resto sono solo chiacchiere di paese. Questi elementi dovrebbero bastare ai giudici per scagionare Stella senza arrivare al processo e di questo sono assolutamente convinti anche i suoi avvocati, Nicola Serra e Samuele Tocci, ma i giudici, concordando con gli avvocati di parte civile Ernesto Fagiani e Tommaso Corigliano, la pensano diversamente affermando “che la versione dell’imputata non è stata provata, mentre quella della madre dell’ucciso è più accreditata, non sembrando verosimile che il Lanzillotta abbia voluto commettere la congiunzione carnale proprio sulla via pubblica, che unisce due borgate del paese, verso una ora di notte. Inoltre, se egli avesse avuto tale prava intenzione, avrebbe prima cercato di disarmare la Ramundo, che aveagli mostrato il lungo ed affilato coltello, per metterla in condizione di non offendere. Il colpo, poi, secondo i periti, fu vibrato dall’alto in basso, mentre se fosse vero che l’imputata lo inferse quando era trattenuta per di dietro per ambe le braccia dal Lanzillotti, non avrebbe potuto vibrarlo che dal basso in alto. (…) pertanto, non potendosi parlare di legittima difesa, restano sufficienti prove che l’imputata, amareggiata per essere stata abbandonata dal Lanzillotti, con cui aveva fatto l’amore, prese occasione dal rimprovero per la parola “stupido” e sfogò il suo rancore, vibrando il colpo con intenzione omicida, come viene dimostrato dalla natura dell’arma, dalla ripetizione dei colpi e dalla parte vitale a cui fu diretto il colpo letale”.
Non viene presa in considerazione la testimonianza dello zio di Antonio il quale giura che il ragazzo non ha raccontato niente circa il motivo e le modalità dell’accoltellamento e nemmeno che le dichiarazioni della madre non sono state rese nella prima querela fatta nell’immediatezza della morte di Antonio ma una decina di giorni dopo, quando sembrava chiaro che le cose per Stella si stavano mettendo bene ma, soprattutto, fanno confusione sostenendo che la ragazza reiterò i colpi, quando la perizia medica riconosce che fu tirata una sola coltellata.
Così, il 14 novembre 1923 Stella viene rinviata a giudizio per omicidio volontario e questo si che è un colpo letale!
           Il processo inizia il primo marzo 1924 e anche in udienza continua il balletto dei testimoni, sempre più divisi tra le due parti in causa, ma alla giuria popolare bastano appena tre udienze per rimettere le cose a posto e il 3 marzo Stella può tornare a casa assolta.[1]

 




 

[1] ASCS, Processi Penali.

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