TI VUOLE TUA MADRE

Nella piazza di Spezzano Grande non c’è anima viva all’infuori del piccolo Luigi Guido che sta giocherellando con dei sassolini vicino alla fontana. È il 17 ottobre 1909, l’orologio ha da poco suonato le sette e mezzo di una serata fresca e illuminata solo da un pallido spicchio di luna.
Sulla strada risuonano dei passi. Luigino non ci fa caso, intento nel suo gioco. È vero, a quell’ora dovrebbe essere già a casa ma non ha voglia di stare da solo chiuso tra quattro mura. La mamma gli ha detto che sarebbe tornata tardi perché deve assistere la nonna ammalata e il padre tornerà dalla Sila solo l’indomani sera.
Il rumore dei passi cessa, adesso si sente lo sfrigolio di un fiammifero e poi la luce della fiammella che illumina debolmente una figura di uomo mentre accende una sigaretta, poi di nuovo buio.
L’uomo, attirato dal rumore dei sassolini e dalle risatine di Luigino, si avvicina e accende un altro fiammifero
– Luigì, sei tu?
– Si, e tu chi sei?
– Ciccio di Antonio – gli risponde l’uomo, che in realtà ha solo diciassette anni – ti stavo cercando…
– E perché mi cerchi? Che vuoi? – gli fa Luigino
– Ho visto tua madre e mi ha detto di accompagnarti a casa
– Ci so andare da solo a casa – gli risponde con un moto di orgoglio
– Lo so, lo so… ma tua madre vuole che ti accompagni io perché non è a casa… Muoviti che è tardi – lo esorta mentre butta per terra il mozzicone di sigaretta
– Uffa! – sbuffa il bambino, lanciando lontano i sassolini – dimmi dov’è che ci vado da solo
– Ancora? Facciamo così, tu vieni con me e dove non si vede proprio niente ti faccio accendere i fiammiferi
– Davvero? – gli occhi gli si illuminano nel buio. Non ha mai acceso un fiammifero e domani potrà vantarsene con gli amici – andiamo!
Ciccio e Luigino si incamminano lungo la strada che, da quella parte, va in Sila e arrivano alle ultime case del paese.
– Qui non si vede niente! – dice allegramente Luigino – fammi accendere un fiammifero!
– Ancora no… cammina…
– Ma dov’è mia mamma? Voglio farle vedere come sono bravo con i fiammiferi!
– È vicino allu Petramune, sbrigati e non parlare!
Passano accanto a una casetta appena costruita e ancora disabitata. Sulla loro destra, il limite della strada non ha protezione per il dirupo che c’è sotto. Luigino si sporge ma viene prontamente trattenuto da Ciccio
– Sei pazzo? Se cadi qui muori!
– Ci guardo ogni giorno lì sotto! – risponde innocentemente il bambino
– Dai, camminiamo ancora che qui vicino c’è un posto dove di sera si vedono cose che di giorno non si possono vedere…
– Davvero? Mi ci porti?
– Si, ma non devi dire niente a tua madre perché è una cosa magica. Giura!
– Giuro! – esclama Luigino incrociando gli indici e baciandoli a suggellare il giuramento.
Adesso il limite destro della strada è protetto da una staccionata e Luigino saltella per cercare di vedere cosa c’è oltre. Poi la staccionata finisce e Ciccio, fermandosi, posa una mano sulla spalla del bambino
– Siamo arrivati… oh! Muto!
– Mutissimo! – gli risponde contento per quell’avventura
– Dammi la mano che ti aiuto…
Il pendio in quel posto non è ripido e i due scendono per una decina di metri abbastanza agevolmente fino a uno spiazzo dove vi sono accatastate numerose travi di legno. Ciccio, conducendo per mano il bambino, si ferma dietro una catasta dove è impossibile che chiunque passi dalla strada riesca a vederli
– Ecco… siamo arrivati
– Dov’è la cosa che mi volevi fare vedere? Qui non c’è niente!
– Aspetta… aspetta e vedrai. Intanto girati di spalle…
– Fammi accendere un fiammifero – gli chiede Luigino
– No! Impossibile! Ti ho detto di girarti – insiste con tono autoritario. Luigino non riesce a capire il perché di quella strana richiesta ma, sebbene titubante, si gira. Ciccio gli mette una mano sul culetto e lo accarezza. Si accorge che il bambino ha i pantaloncini scuciti e fa penetrare la mano sotto la stoffa.
– Che fai?
– Stai zitto e piegati – gli ordina mentre tira fuori il suo pene ingrossato
– No, non mi piego, perché dovrei piegarmi? – protesta anche se non ha capito il perché di quella richiesta
– Ti ho detto di piegarti, perlamadonna!
– No! Lasciami! – Luigino adesso ha paura e cerca di liberarsi dalla stretta
– Piegati! – continua Ciccio il quale, visto che non ottiene alcun risultato, comincia a tempestare il bambino di calci – ti pieghi o no?
– Mi fai male… dov’è mamma? – vorrebbe urlare ma non può. Ciccio lo colpisce ripetutamente finché non ottiene il risultato voluto. Luigino si piega e lui, divaricategli le gambette con un calcio, non fa nemmeno fatica per abbassargli i pantaloncini scuciti e fa scempio del bambino.
Non dura molto, ma per Luigino è un’eternità. Il dolore è l’unica cosa che riesce a percepire ed è una liberazione quando sente quel corpo estraneo sfilare via. Si accascia a terra, sente dolore e vergogna,poi quando cerca di cacciare un urlo di disperazione si accorge che la voce non gli esce, come se fosse diventato muto, muto come la promessa che ha fatto a Ciccio.
Sente anche qualcosa di caldo che gli scorre tra le cosce: il suo stesso sangue.
Ciccio è in piedi sopra di lui. Si rassetta alla meglio e se ne va lasciandolo lì da solo.
– Mò vattene a casa e non dire niente a nessuno! – gli dice col tono minaccioso del malandrino.
Lo smarrimento è totale. Luigino capisce che quella è una cosa brutta di cui non deve parlare. Vorrebbe alzarsi ma il dolore è troppo forte e si accascia sfinito. No! Deve tornare a casa, costi quel che costi. Pian piano si rimette in piedi e si trascina fino a destinazione, dove la mamma sta allarmando tutto il vicinanzo, preoccupata per non averlo trovato dentro.
Non appena lo vede con quell’aria sconvolta, muto, le gambette sporche di sangue e le lacrime che gli solcano il visino, lo abbraccia e se lo porta in casa.
– Marì, vai a chiamare il medico, Luigino mio sta male…
Il dottor Stanislao De Santis ci mette pochi secondi a fare la diagnosi e a constatare, in più, le ecchimosi sui glutei, provocate dai calci di Ciccio. Non c’è alcun dubbio, bisogna chiamare subito i carabinieri.
– Io sono una donna sola… chi mi crede? – teme la mamma di Luigino – la denuncia la farà domani sera mio marito che è uomo e lo stanno a sentire…
La sera dopo, Pasquale Guido va a denunciare lo stupratore che viene prontamente arrestato e interrogato.
– Marescià, non nego di avere avuto un rapporto anale col bambino, ma non gli ho fatto nessuna violenza. È venuto con me di sua volontà, si è abbassato i pantaloncini da solo e da solo si è piegato… non l’ho costretto…
– No? E tutte quelle botte nere che ha sul culetto gliel’ha fatte l’angelo custode? Chiudetelo in camera di sicurezza che domani se ne parla…
– Vi giuro che non l’ho picchiato! – urla Ciccio mentre un carabiniere fa girare la serratura della cella.
I risultati della perizia medica, così come l’esito della visita del dottor De Santis, lo inchiodano. Ma lo inchioda soprattutto il racconto preciso e particolareggiato di Luigino.
Ciccio viene rinviato a giudizio e insieme a lui anche suo padre come responsabile civile del danno procurato dal figlio minorenne.
La questione adesso si sposta sul piano puramente tecnico. Lo stupro, secondo il codice penale vigente non è un reato contro la persona ma contro la morale. E bisogna stabilire in che misura essa sia stata violata per potere determinare la giusta pena per il colpevole. La cosa più importante da fare, in questi casi, è stabilire se il reato sia stato consumato in un luogo pubblico o meno. Se il luogo è pubblico sono guai serissimi, ma se dovesse essere un luogo non direttamente accessibile alla pubblica vista la pena sarà più mite.
Viene ordinata una perizia e si stabilisce che quel posto non è un luogo pubblico (per il fatto di essere distante una decina di metri dalla pubblica via, per il fatto di essere seminascosto alla vista dalle cataste di travi e, in ultimo, per il fatto che era buio) ma un luogo esposto al pubblico. La differenza, come abbiamo visto, è sostanziale e Ciccio può tirare un sospiro di sollievo in attesa del processo.
Dopo circa un anno, Ciccio viene condannato a due anni e sei mesi di reclusione e non presenta domanda di appello. Anche il padre viene condannato a risarcire il danno e anche lui rinuncia a presentare appello ma niente di tutto questo servirà a restituire a Luigino l’innocenza dei suoi sette anni.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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