IL MAESTRO ELEMENTARE

Quando i Carabinieri di Aiello Calabro, la mattina del 20 maggio 1910, entrano nella casa di Rosario Filice in contrada Acroce di Aiello Calabro, trovano la moglie sconvolta.
– Dov’è? – le chiede il Maresciallo. Teresa Fata, la moglie del proprietario, si alza dalla sedia e gli fa segno di seguirla. Li porta nella stanza presa in affitto dal comune e adibita a scuola elementare, apre la porta e si tira indietro. La scena che si presenta agli occhi dei Carabinieri è tinta di rosso sangue. Schizzi su tutte le pareti e un lago per terra.
Seminascosto dalla cattedra, in posizione supina con i piedi che quasi escono dal balcone aperto c’è il cadavere di Francesco Del Corchio, il maestro elementare.
È senza giacca, sotto la testa ha un panno scuro intriso di sangue. Il Maresciallo si avvicina stando attento a non sporcarsi le scarpe e nota che dalla zona occipitale scorre un rivolo di sangue che, scendendo lungo la manica destra della camicia, forma una pozza in un leggero avvallamento del pavimento. Sul mento ha due tagli e del sangue esce dagli occhi. Non notano altre ferite ma notano sulla parete di fronte a quella dove si trova il cadavere il foro di un proiettile di grosso calibro e per terra, schiacciato, il proiettile. Chiamato il Pretore e disposta l’autopsia, vengono fuori altre ferite: una sul collo all’altezza della giugulare e un’altra sullo sterno, entrambe prodotte da colpi d’arma da fuoco di grosso calibro; una ferita che sembra prodotta da arma da taglio sul braccio destro.
Dalla traiettoria che i proiettili hanno seguito nel corpo del maestro, il perito stabilisce che i colpi sono stati sparati dall’alto verso il basso, così i Carabinieri pensano che l’autore (o gli autori) dell’omicidio debba aver sparato attraverso un finestrino soprastante il balcone vicino al quale si trovava il cadavere e certamente deve esserci stata la complicità del padrone di casa, ma ad un esame più attento tutto ciò sembra improbabile e il Pretore affida al geometra Caruso l’incarico di individuare le modalità dell’omicidio.
Il geometra esclude categoricamente che i colpi possano essere partiti dal finestrino e stabilisce che i colpi sono partiti dalla quercia prospiciente il balcone, sulla quale vengono rinvenuti dei rami di prugno sistemati a mò di sedile. L’ideale per mirare con precisione stando perfettamente nascosti.
Ma chi e perché ha ucciso il maestro elementare di una piccola scuola rurale? I Carabinieri non hanno nemmeno bisogno di impegnarsi più di tanto per venire a sapere dagli abitanti della contrada tutto ciò che c’è da sapere sulla vita del maestro, cosa essenziale per capire chi gli ha sparato.
Francesco Del Corchio, quarantatre anni, sposato con figli, viene nominato maestro nella scuola elementare di contrada Cannavali di Aiello e, visto che la strada per tornare nel capoluogo è molto disagevole, prende alloggio in casa di un pastore, Giuseppe Mollame. Insieme al padrone di casa vivono la moglie e due figlie, entrambi nubili. L’abitazione non offre nessuna comodità e il maestro è costretto a dormire in un letto con il padrone di casa, mentre le donne dormono tutte insieme in un altro letto e tutti nella stessa stanza. La promiscuità favorisce la progressiva intimità tra Francesco Del Corchio e Maria, la maggiore delle sorelle Mollame e i due diventano amanti.
Il maestro è generoso e spende per la famiglia che lo ospita un sacco di soldi, arrivando perfino a fare qualche debito. Ma in una piccola comunità anche un semplice sguardo è rivelatore, così la tresca diventa ben presto di dominio pubblico e la cosa, ovviamente, viene all’orecchio del capofamiglia il quale giura che ciò non può essere vero perché la figlia non rimane mai da sola in casa. Ignora o forse gli fa comodo farlo, che sua moglie è complice della tresca e concede ai due amanti di intrattenersi in casa fino all’orario in cui Mollame torna a casa dal pascolo.
Quando le voci si fanno sempre più insistenti e arrivano ad affermare che nella famiglia Mollame tutti sono consenzienti alla tresca, il pastore caccia di casa Del Corchio.
I due amanti, però, hanno proprio perso la testa e organizzano una fuga d’amore con la collaborazione di alcuni amici i quali riescono a convincere la madre di Maria a lasciarla scappare dietro la promessa del maestro di intestarle un pezzo di terra non appena le cose si fossero sistemate.
Ma deve essere una fuga molto breve perché Francesco non può sospendere le lezioni per troppi giorni, pena il licenziamento. Il primo maggio prendono il volo e, dopo aver girovagato per i paesi della costa tirrenica, il 13 tornano nella contrada e vanno ad abitare come marito e moglie nella stanza adibita a scuola. Maria non sarebbe voluta rientrare, conoscendo il carattere del padre, ma Francesco si fida del fatto che, essendo la situazione ormai chiara agli occhi di tutti, Mollame sbraiterà un po’ ma poi lo accetterà come genero.
Il padre della ragazza, infatti, non può far altro che dichiarare ai quattro venti che un giorno o l’altro l’avrebbe ammazzato. E questa minaccia la ripete anche davanti a un Brigadiere dei Carabinieri. È così furioso che qualche giorno prima della morte di Del Corchio, va sotto il balcone dove hanno costruito il loro nido i due colombi e si mette a urlare:
– Merda! Ti spello e con la tua pelle mi ci faccio una giacca!
Rosario Filice, il padrone di casa, consiglia ai due amanti di cambiare aria perché Mollame gli ripete continuamente di voler uccidere il maestro e, nel caso in cui decidessero di restare lì, gli consiglia anche di non mettere il naso fuori di casa, né affacciarsi alle finestre perché Mollame gira sempre intorno alla casa per cogliere l’occasione di ucciderlo.
Francesco non ha scelta, deve restare perché ha ricevuto un preavviso di ispezione scolastica, corredata da un provvedimento di sospensione dal servizio per tre mesi. Adesso è davvero nei guai fino al collo e così si tappa in casa.
Il 19 maggio il sole sta tramontando. Maria si assicura che le imposte siano oscurate e va ad accendere il fuoco davanti casa per preparare qualcosa da mangiare, mentre Francesco cammina avanti e indietro nella stanza leggendo e rileggendo la lettera che la moglie gli ha scritto e fatto recapitare quel giorno stesso, nella quale lo rimprovera aspramente concludendo che la festa ti avrà abastato e soverchiato adesso ti dovessi rigettare i tuoi affari serio. Il maestro è perplesso, si passa una mano tra i capelli, va alla cattedra e conserva il foglio nella sua borsa. (Leggi la lettera della moglie)
Nascosto dietro la quercia, a pochi metri da lui, c’è qualcuno che lo sta spiando e, con il fucile puntato, aspetta il momento buono per farlo secco.
Il maestro apre il balcone per fare entrare un po’ di quel piacevole venticello che c’è fuori. Gli sembra di sentire la voce di Maria dietro la porta e si gira. Proprio in quello stesso istante l’uomo dietro la quercia tira il grilletto. Francesco nemmeno sente l’esplosione, che la scarica di pallettoni lo fulmina.
Nemmeno un lamento. L’uomo capisce di aver raggiunto il suo scopo quando vede che l’uomo a terra è immobile e prima che qualcuno entri nella stanza, rimette il fucile in spalla e si allontana nella campagna.
Ovviamente, il primo a essere sospettato è il padre di Maria che è sparito dalla circolazione. Una donna afferma di averlo incontrato subito dopo l’omicidio, armato di fucile, e di avere raccolto la sua confessione:
– Finalmente l’ho ammazzato!
I Carabinieri sono anche convinti che qualcuno debba averlo aiutato: l’attuale padrone di casa. Sospettano che un ruolo nell’organizzazione dell’omicidio lo abbia avuto anche Maria, così arrestano tutti e due. Ma risulta subito chiaro che Rosario Filice e Maria sono completamente estranei ai fatti e subito scarcerati.
Mollame continua a restare latitante e tutti i sospetti cadono su di lui, anche se comincia a essere considerata l’ipotesi che non abbia agito da solo, soprattutto perché l’uomo non ha mai posseduto un fucile.
La moglie del maestro, interrogata, sospetta di uno zio della ragazza che lo avrebbe minacciato di morte con un fucile se non avesse lasciato in pace la nipote.
Finalmente, dopo tre mesi dall’omicidio, Giuseppe Mollame si costituisce e racconta la sua versione. Racconta che il 19 maggio, mentre andava a lavorare in un suo fondo agricolo, intravide il maestro sul balcone e, in un attimo, decise di sparargli. Si appostò su un muretto di pietra, prese la mira col fucile che aveva in spalla e fece fuoco attraverso i rami degli alberi, senza capire se avesse fatto centro o meno, quindi se ne andò per la sua strada e seppe solo dopo tre mesi di essere ricercato. E il fucile?
– Il fucile l’avevo acquistato tre mesi prima del fatto, per 50 lire, da un mio nipote che, prima di partire per l’America aveva venduto tutte le sue armi ma non avevo detto niente a nessuno. Dopo il fatto l’ho venduto a un forestiero che incontrai casualmente… in ogni caso assicuro che ho fatto tutto da solo e nessuno mi ha aiutato, nemmeno mio cognato che in precedenza aveva minacciato di morte il maestro, ma lo minacciò per affari suoi e non per la relazione che il maestro aveva con mia figlia…
Gli inquirenti però nutrono forti dubbi in merito al cognato di Mollame e lo arrestano
– Sono assolutamente estraneo ai fatti. io sono nemico di mio cognato e di mia sorella da quasi trent’anni per questioni di interesse e nemmeno ci salutiamo. È vero che ho minacciato il maestro ma per il fatto che lui aveva preso le difese dei miei nemici e perché essendo comproprietario della casa dove abita mia sorella, la gente diceva che anche io ero connivente con i due amanti.
Si chiarirà tutto in dibattimento. Mollame ha agito da solo e, assodato che nonostante le numerose minacce rivolte alla vittima, si tratta di omicidio volontario e non premeditato poiché Mollame ha agito in preda all’ira determinata dalla grave provocazione subita da parte della vittima e che all’imputato devono essere concesse le attenuanti del caso, la questione è se la pena deve essere di otto anni e quattro mesi come chiede il Pubblico Ministero o di cinque anni come chiede la difesa. La spunta l’avvocato Fagiani e Mollame viene condannato a cinque anni e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese e dei danni alla parte lesa. È il primo aprile 1914.[1]

 

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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