L’ERNIA

Nel mese di ottobre del 1930 Saverio Viola da Saracena dà in prestito al suo paesano Giuseppe Gagliardi la somma di Lire Tremila, coll’obbligo da parte di costui di corrispondere l’interesse dell’8% e di estinguere il debito nel mese di settembre dell’anno successivo. A garanzia del prestito Gagliardi firma una cambiale per lire duemila ed una dichiarazione di debito per lire mille. Perché Gagliardi ha preso in prestito questa somma, insieme ad altre per circa lire ventimila dategli da altre persone? Per acquistare a Saracena un suolo edificatorio e cominciare la costruzione di una casetta.

Ma una sciagura fa naufragare il suo progetto: prima che la casetta sia finita crolla e da un momento all’altro si trova completamente rovinato e nell’impossibilità di pagare i suoi creditori, che però, compenetrati di questa precaria e critica situazione, non gli danno fastidio. Tutti meno uno: Saverio Viola, che non ha alcuna considerazione in quanto, appena scaduto il debito e non avendo ricevuto neanche gli interessi, comincia ad assillare Gagliardi con richieste di pagamento, alle quali il pover’uomo risponde sempre di avere la pazienza e la bontà di aspettare perché venderà qualche pezzetto di terra e lo pagherà. Niente da fare, le insistenze di Viola continuano e Gagliardi allora gli propone di acquistare un suo fondo e trattenere dal prezzo capitale ed interessi, ma Viola risponde che è disposto ad acquistarne solo una parte, fino alla concorrenza del suo credito. Gagliardi non vuole frazionare il terreno per non deprezzarlo e non se ne fa niente. Allora gli propone di acquistare, alle stesse condizioni, il suolo edificatorio con tutto il materiale residuato dopo il crollo della casa, ma Viola rifiuta anche questa proposta. Infine, non sapendo più come fare per far cessare le continue e incessanti richieste, Gagliardi propone al suo creditore di concedergli un’ipoteca su qualcuno dei suoi beni, purché anticipi le spese dell’atto in quanto non ha più neanche un soldo, ma Viola rifiuta anche questa proposta e invece pensa di scontare la cambiale presso la Cassa Rurale di Saracena, ma il Presidente, Francesco Maradei, obietta che la Cassa non fa di queste operazioni e aggiunge:

Non è il caso di preoccuparvi tanto perché Gagliardi è una persona onesta e farà certamente onore ai suoi impegni, avendo una discreta proprietà.

A Viola, però, non stanno bene neanche le rassicurazioni di Maradei e risponde:

Ne ho bisogno urgente, devo operarmi di ernia… vi prego di usare i vostri buoni uffici presso Gagliardi per indurlo ad estinguere subito il debito o, nella peggiore delle ipotesi, mi farete il favore di persuaderlo a rinnovare la cambiale perché, secondo me, quella che ho in mano non ha alcuna efficacia così come è stata rilasciata.

– E va bene, cercherò di venirvi incontro parlando con Gagliardi.

Ma Maradei, invece di parlare con Giuseppe Gagliardi, la sera del 12 marzo 1932, verso le 18,30, crede opportuno di mandare a chiamare Leone Gagliardi, il figlio di Giuseppe, sia perché con costui, giovane intelligente e colto, si può trattare meglio, sia perché con costui deve stabilire le modalità di una gita a Mormanno, che l’indomani dovranno fare insieme.

Leone accorre subito alla chiamata, ma quando Maradei gli parla del debito del padre verso Viola, gli risponde:

Non ne so niente, a casa non si è mai parlato di questa faccenda. Ad ogni modo vorrei avere visione della cambiale

Maradei sa che Viola è nelle vicinanze in attesa dell’esito del colloquio, si affaccia dalla finestra e lo chiama, così anche il creditore sale in casa e caccia dalla tasca la cambiale, mostrandola a Leone il quale, dopo averla osservata attentamente, dice:

– Uhm… ho qualche dubbio sull’autenticità della firma di mio padre, ma state tranquillo che ne parlerò in famiglia e tutto si accomoderà.

Viola non obietta, né protesta per i dubbi espressi da Leone e i tre continuano a discutere nella massima serenità e tranquillità, senonché, ad un tratto, Viola scoppia in un dirotto pianto e comincia a sbottonarsi i pantaloni per mostrare l’ernia da cui è affetto. Dopo poco si calma e, augurata la buona sera sia a Maradei che a Leone Gagliardi, va via, lasciando i due a parlare dei fatti loro.

Dopo una ventina di minuti Leone saluta e si avvia verso casa, ma ad un certo punto gli si para davanti Saverio Viola con uno scannaturu in mano e senza dire una parola gli vibra un tremendo fendente al petto, tra l’ottavo ed il nono spazio intercostale di sinistra, che gli perfora il polmone ed il peritoneo, causando una imponente emorragia interna, poi sparisce nel buio.

A fatica Leone viene trascinato a casa da alcuni passanti che hanno assistito alla scena di sangue e riesce a raccontare tutto prima ai familiari e dopo ai Carabinieri, immediatamente avvisati, ma per lui non ci sono speranze e dopo una lunga notte di agonia, la mattina del giorno dopo muore.

Saverio Viola viene arrestato e, interrogato, racconta la sua versione dei fatti:

Non volevo ucciderlo… l’ho fatto in un momento di grande eccitazione determinato dal dubbio da lui espresso sulla sussistenza del debito e dalle parole da lui pronunziate in tono canzonatorio quando avvenne l’incontro: “ora ti conto i danari!”.

– Questa frase quando l’avrebbe detta?

– Quando ci siamo incontrati sulla strada e ho insistito per avere pagato il debito. C’era presente Luigi Mazzuca!

– Riesce difficile credervi per l’arma che avete adoperato. Come spiegate che a quell’ora di notte avevate in tasca uno scannatoio?

Dovevo portarlo ad affilare

– Sapete benissimo che è un’operazione che normalmente non si fa di notte! In realtà quello cha abbiamo sequestrato a casa vostra, e che avete riconosciuto essere l’arma del delitto, risulta essere affilato da poco tempo.

– Quando sono passato davanti all’arrotino, la bottega era aperta…

– E allora perché non vi siete recato direttamente dall’arrotino e vi siete fermato, invece, all’angolo del Palazzo Municipale? Ve lo dico io perché! Perché da quel punto potevate vedere la casa di Maradei, in cui sapevate che ancora si trovava Leone Gagliardi e non appena lo avete visto uscire avete abbandonato il punto di osservazione e come vi è stato vicino gli avete immediatamente vibrato quel tremendo colpo, senza che il povero Gagliardi ha potuto profferire alcuna parola!

– Non è vero! Chiedete a Luigi Mazzuca!

– Glielo chiederemo, ma abbiamo almeno quattro testimoni che giurano che avete vibrato la coltellata proditoriamente, senza che la vittima avesse avuto il tempo di dire una sola parola!

Per gli inquirenti è tutto chiaro e il 4 luglio 1932, meno di quattro mesi dopo il fatto, ottengono dal Giudice Istruttore il rinvio a giudizio di Salvatore Viola che dovrà rispondere davanti alla Corte di Assise di Castrovillari di omicidio volontario.

La causa si discute il 25 febbraio 1933 e la difesa invoca la concessione di due attenuanti: la provocazione e la mancanza di volontà omicida.

La Corte osserva che, a seguito della confessione dell’imputato, la sua responsabilità dev’essere senz’altro affermata senza attenuazione di sorta, soprattutto perché egli ha agito senza una vera e propria causale, ma sotto l’influsso della sua fantasia esaltata e visionaria, a meno che non si voglia ritenere causale la ingiustificata eccessiva sua preoccupazione di perdere il credito o il dubbio manifestato dal figlio del debitore sull’autenticità della firma apposta sulla cambiale.

In merito alle attenuanti chieste dalla difesa, la Corte afferma che sono destituite da ogni fondamento e spiega: in ordine alla provocazione anche la Corte riconosce che il Viola agì in uno stato d’ira, però tale stato non dev’essere soltanto subbiettivo, ma occorre che sia determinato dal fatto ingiusto altrui, che nella specie manca. Invano la difesa ha voluto riscontrare il fatto ingiusto in una impugnativa del credito, perché tutti gli atti del processo conclamano che mai questa impugnativa vi è stata, anzi sono intercorse tra il creditore ed il debitore trattative di una sistemazione amichevole della pendenza, il che importa un riconoscimento e non negativa del debito. Ammette ciò persino l’imputato, avendo dichiarato che il 6 marzo 1932, cioè sei giorni prima del delitto, alla presenza di suo cugino Vincenzo De Martino, fra lui e Gagliardi Giuseppe intercorsero delle trattative per l’estinzione del debito con la cessione di un pezzo di terreno. Vi è stato semplicemente un dubbio manifestato dall’ucciso sull’autenticità della firma apposta sulla cambiale, dubbio che non doveva destare nessun allarme sia perché non proveniente dal debitore diretto, sia perché questi sino a pochi giorni prima aveva sempre riconosciuto il debito. Ad ogni modo anche Leone Gagliardi finì per tranquillizzarlo perché gli promise che ne avrebbe parlato al padre e tutto sarebbe stato sistemato. Ed egli prestò fede a tale promessa, tanto che quando si allontanò da casa Maradei lo salutò. Né può riscontrarsi la provocazione nell’urgente bisogno di danaro da parte di Viola per farsi operare di ernia perché, a parte che il mancato pagamento non può addebitarsi all’ucciso e non costituisce fatto ingiusto quando è determinato dall’impossibilità materiale di effettuarlo, non sussiste neanche questa urgenza sia perché è incompatibile che si sarebbe anche accontentato di una garanzia ipotecaria che non gli avrebbe dato la disponibilità del danaro, sia perché per l’operazione poteva provvedere con la somma liquidatagli di oltre lire tremila a seguito di un infortunio sul lavoro da lui subito.

Poi spiega perché nega la seconda attenuante richiesta, quella della mancanza di volontà omicida per non avere reiterato i colpi: non può escludersi la volontà omicida perché essa emerge chiara e precisa dalla idoneità ad uccidere dell’arma adoperata e dalla parte vitalissima del corpo presa di mira e colpita. Raramente l’omicida che ricorre all’arma bianca reitera i colpi perché ha la vittima a pochi centimetri di distanza ed è sicuro di non sbagliare. Si potrebbe discutere di tale volontà se il fatto fosse avvenuto improvvisamente dopo un alterco vivace, ma non quando si è avuto il tempo di andarsi ad armare e si è aspettata la vittima al varco. L’imputato spiega che si trovava in possesso di quel coltello perché doveva portarlo ad affilare, ma questa è una storiella a cui la Corte non può prestar fede sia perché era stato affilato poco prima del fatto, come si desume dallo stato della lama, sia perché è un’operazione che normalmente non si fa di notte. Se, dunque, l’imputato aspettò al varco la vittima e colpì con quell’arma così micidiale di cui pochi istanti prima si era armato, non potette avere altro proposito che di uccidere, perché proprio queste modalità di fatto sono la manifestazione chiara e precisa di tale volontà.

È tutto chiaro, non resta che quantificare la pena da infliggere: stimasi condannarlo alla pena di anni 22 di reclusione, alle spese, ai danni e alle pene accessorie. Poi continua: non ostando i suoi precedenti penali, in virtù degli articoli 1,2,4 del R.D 5 novembre 1932 N. 1403 di amnistia, devonsi dichiarare condonati anni 5 di tale pena.

Il 18 marzo 1938 la Corte d’Assise di Castrovillari, applicando il R.D. 15 febbraio 1937, N. 77 di indulto, dichiara condonati anni 4 della pena inflitta a Saverio Viola.[1]

La pena resta così fissata in anni 13 di reclusione.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Castrovillari.