SE SPOSI UN’ALTRA TI AMMAZZO

È il 19 marzo 1931, San Giuseppe. Concetta Palmieri, in compagnia della sua vicina di casa Maria Francesca Veneziano, va a legnare nella boscosa contrada di Manca di Sopra, territorio di Alessandria del Carretto. Finito il lavoro, stanche e cariche come bestie da soma, si avviano verso il paese e dopo un po’ Concetta si accorge di aver dimenticato la sua scure.

– Torno indietro a prenderla, ti busso appena arrivo a casa – dice all’amica.

– Ma è tardi, tra poco fa buio, senti a me, andiamocene e domani se ne parla.

Dopo un po’ di tira e molla, Concetta si convince e tornano a casa. Il giorno dopo, di buon’ora, va a casa di Maria Francesca e di un’altra vicina per farsi accompagnare, ma nessuna delle due è disponibile e allora Concetta si avvia da sola, non prima di aver consegnato la chiave di casa a Maria Francesca, dicendole:

Torno presto, ho già preparato il lievito per fare il pane.

Ma le ore passano e la giovane non torna. Non è tornata nemmeno la mattina del 21 marzo e allora Maria Francesca, preoccupata, va ad avvisare il podestà del paese il quale, a sua volta, telegrafa ai Carabinieri di Oriolo, competenti per territorio, e nell’attesa per suo conto dispone le opportune ricerche. Niente, nonostante le accurate perlustrazioni lungo la mulattiera per Manca di Sopra e nei boschi circostanti, Concetta sembra essere sparita nel nulla. Poi, la mattina del 23 marzo, arriva di corsa in paese il milite fascista Vincenzo Adduci che, trafelato, avvisa il podestà di aver ritrovato il cadavere di Concetta.

È in un fosso naturale e giace coperta da rami di spine trattenuti da una grossa pietra!

Subito viene formata una squadra e il podestà si fa guidare sul posto, ma non può far altro che constatare che Concetta è stata uccisa mediante colpi di scure inferti sul lato destro della faccia e del capo.

Chi può essere stato a compiere un delitto così orrendo? Il podestà sembra avere sin dal principio le idee chiare perché conosce il passato della vittima: Matteo Napoli, un giovane che poco tempo prima aveva sedotto Concetta e non aveva voluto sposarla nonostante le continue minacce di morte da parte di lei ed anche perché nella mattinata del giorno 20 era stato visto pascolare il suo gregge nella contrada Manca di Sopra. Napoli è in giro, viene subito fatto fermare dal podestà e condotto nella Casa Comunale, in attesa dei Carabinieri.

Con l’arrivo dei militari, i contorni delle relazioni tra Concetta e Matteo Napoli vengono definiti con più precisione e viene accertato che nell’aprile del 1928, qualche giorno prima di partire soldato, Matteo aveva sedotto Concetta, con la quale amoreggiava; la ragazza, rimasta incinta, si era procurato l’aborto e, per questo, era stata condannata dal Tribunale di Castrovillari. Appena Matteo Napoli era tornato in paese, Concetta prese a molestarlo perché intendeva da lui essere sposata, dando causa a continui litigi e facendo fallire parecchie trattative di matrimonio intraprese da Napoli, sempre minacciandolo che l’avrebbe ucciso se avesse sposato un’altra donna. Quindi, per i Carabinieri, Matteo Napoli nel giorno 20 marzo uccise Concetta per liberarsi dalle sue molestie. Ma i Carabinieri arrestano anche Luca Veneziano, convinti che costui, fornendo false informazioni sul conto di Napoli ha cercato di favorirlo eludendo le investigazioni.

Non ho mai amoreggiato con Concetta Palmieri e non l’ho sedotta io – si difende Matteo Napoli.

– Ma la mattina del 20 marzo ti hanno visto pascolare il gregge a Manca di Sopra…

– Si, ero nelle vicinanze dell’ovile di Alessandro Veneziani, dove da quindici giorni rinchiudevo le mie pecore.

– A che ora sei andato all’ovile?

Verso le otto e sono sempre rimasto in compagnia del ragazzo Francesco Veneziano, figlio di Alessandro.

– E dopo cosa hai fatto?

Verso mezzogiorno feci pascolare le pecore nella vallata, dove incontrai Maria Adduci, Maria Vuodo e Carmine Arvia. Dopo circa un’ora giunse all’ovile Luca Veneziano, che conduceva un asino carico di concime e lo aiutai a riempire due sacchi di paglia.

– Quando sei andato via dall’ovile?

– Io e i due Veneziano facemmo ritorno a sera.

– E Concetta l’hai vista?

– No, in quella giornata non la vidi. Sono innocente!

– Questa scure è tua? Ci sono le tue iniziali incise… e poi è stato anche grattato il manico. Secondo noi per eliminare le tracce di sangue…

– No! È di mio fratello Salvatore!

– Uhm… quella di tuo fratello è questa, ci sono le sue iniziali… NS – gli contesta il Maresciallo, mostrandogli la seconda scure sequestrata in casa dei Napoli.

Ripeto che è di mio fratello.

Interrogato, Luca Veneziano conferma le parole di Matteo Napoli nei suoi riguardi e nega di aver favorito l’indagato. Dopo qualche giorno, su disposizione del Giudice Istruttore, viene rimesso in libertà perché il reato contestatogli non prevede l’emissione del mandato di cattura.

Intanto arrivano i risultati dell’autopsia e l’omicidio assume contorni ancora più orribili perché il colpo di scure al viso si è addentrato fino alla cavità faringo – nasale e quello alla regione frontale di destra è penetrato nella massa cerebrale. Inoltre, siccome le mutandine di Concetta sono integre e abbottonate, non si è trattato, o almeno l’assassino non ci è riuscito, di un omicidio a sfondo sessuale. L’unica consolazione, se consolazione può esserci, è che la morte è stata istantanea e Concetta non ha sofferto.

Continuando ad indagare spuntano altri testimoni e dicono tutti cose molto importanti: Pietro Adduci colloca con certezza Matteo Napoli nelle immediate vicinanze del luogo dove fu trovata uccisa Concetta, pochi minuti prima che la ragazza passasse da lì e questo potrebbe inguaiarlo seriamente:

Nel mattino del giorno 20 marzo ero sulla località ad aggiustare la via mulattiera. Verso le ore sette vidi Matteo Napoli venire dal paese e percorrere il viottolo sottostante che conduceva le pecore all’ovile di Alessandro Veneziano. Dopo circa dieci minuti vidi una donna, senza legna, camminare nella zona soprastante, in senso parallelo al viottolo percorso dal Napoli, nella direzione ove poi fu rinvenuto il cadavere di Concetta Palmieri. Verso mezzogiorno, percorrendo la via sottostante, vidi sul Timpone San Vincenzo un uomo avvolto in un mantello, che cercava di raccogliere le pecore sparse e ricondurle nel versante opposto, verso Alessandria del Carretto.

Matteo Napoli viene interrogato di nuovo e ammette che quel giorno aveva addosso un mantello.

Poi c’è Pasquale Adduci che riferisce una circostanza molto importante:

Ritornando dal mio fondo vidi posato sul sentiero un fascio di legna, proprio nel posto ove all’andata avevo visto Concetta Palmieri, ma, ripassando verso le dieci, non la vidi.

Quindi Concetta arrivò sul posto poco dopo le sette e tagliò della legna, che lasciò sul posto, ma alle dieci non c’era più. È possibile che Pasquale Adduci si sia sbagliato, ma le sue parole vengono confermate da Agostino Napoli che assicura:

Quella donna era proprio Concetta Palmieri, che notai nello stesso posto mentre legnava. La salutai e scambiammo qualche parola. Poi il guardiano della contrada, Vincenzo Napoli, mi chiese chi fosse quella donna che legnava e io gli feci il nome della Palmieri.

La conferma alla deposizione di Pasquale Adduci significa che Concetta fu uccisa tra le 8,00 e le 10,00 e che fu uccisa in un luogo diverso da quello dove lasciò la fascina di legna e sicuramente anche lontano dal luogo dove fu rinvenuto il cadavere perché né vicino alla fascina e né vicino al cadavere furono trovate tracce di sangue e sangue dovrebbe essercene stato in quantità, viste le numerose ferite rinvenute sul corpo di Concetta.

Terminate le indagini, il 17 ottobre 1931 Matteo Napoli e Luca Veneziano vengono rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Castrovillari per rispondere rispettivamente di omicidio aggravato e di favoreggiamento personale.

La causa si discute il 23 giugno 1932 e i due imputati confermano ciò che hanno dichiarato durante l’istruttoria. Napoli, alle contestazioni rivoltegli in merito ad una cartolina illustrata da lui spedita a Concetta, risponde:

Prima di partire soldato andai per la prima volta in casa di Concetta Palmieri la quale, per ricordo, mi offrì un fazzoletto, che rifiutai. Mi raccomandò di scriverle e fu perciò che le spedii una cartolina illustrata in vista della parentela che correva tra noi. Mentre ero soldato ella mi calunniò affermando di essere stata da me sedotta. Fui congedato nel settembre del 1929 e dopo quindici giorni dal mio ritorno in paese, mentre mi recavo in campagna fui raggiunto da Concetta, la quale mi disse che era stata costretta a dire di essere stata sedotta da me, non potendo fare il nome di altri, ma poi mi disse che l’avevo sedotta io.

– Perché sei andato al Municipio con la Palmieri?

Andai al Municipio assieme a Concetta denunziando le continue molestie di lei, mentre Concetta sosteneva che era stata da me sedotta e che erano i miei genitori che si opponevano al matrimonio.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni, si dichiara convinta che fu Matteo Napoli ad uccidere Concetta Palmieri a colpi di scure, non ostante le sue affermazioni di non aver mai amoreggiato con lei e tanto meno di averla sedotta. I risultati del processo a carico della povera Concetta per procurato aborto ed i risultati del dibattimento lo smentiscono in pieno. E spiega: la Palmieri, tratta in arresto insieme al padre, che calunniosamente veniva accusato come autore della gravidanza, tale accusa smentì e fece il nome di Matteo Napoli, che l’aveva sedotta e resa incinta. Dal verbale dei Carabinieri di Oriolo del 16 novembre 1928 si rileva che Concetta Palmieri, con voce interrotta dai singhiozzi, raccontò la sua storia d’amore; disse che da oltre un anno amoreggiava di nascosto con il Napoli, il quale le aveva promesso di sposarla, non ostante il contrasto dei suoi genitori, che gli volevano fare sposare un’altra ragazza del luogo; precisò che il giorno 20 aprile 1928 il Napoli, qualche giorno prima di partire soldato, approfittando che essa era rimasta sola in casa, era riuscito a sedurla con formale assicurazione che, appena congedato dal servizio militare, l’avrebbe sposata. Disgraziatamente quel contatto carnale la rese madre e, vedendosi gonfiare i fianchi e sentendo circolare la voce che riteneva il padre autore della gravidanza, piena di vergogna credette por fine a tale calunniosa accusa abortendo e difatti essa abortì al sesto mese, mentre era sola in campagna, comprimendosi fortemente il ventre con una grossa pietra. Non potette sottrarsi ad un procedimento penale perché una sua congiunta, con la quale non era in buono accordo, la denunziò a mezzo di un anonimo. In quella processura Matteo Napoli venne esaminato, ma negò di avere avuto congressi carnali con la Palmieri, senza sapere spiegare la ragione per cui questa facesse il suo nome. Il comportamento tenuto da Concetta Palmieri quando Matteo Napoli, congedato, tornò in paese, sta a dimostrare che essa non mentiva allorché affermava che era stata da lui sedotta e resa incinta. Se ciò non fosse vero, non si saprebbero spiegare le sue continue insistenze verso il Napoli per indurlo a riparare l’onta arrecatale al suo onore e le persistenti minacce di morte se avesse sposato un’altra donna. Lo stesso Napoli ammette le continue persecuzioni da parte della Palmieri, la quale un giorno lo costrinse ad andare nella casa comunale, dove essa sperava che il Napoli avesse confessato la sua colpa e le avesse promesso di sposarla, ma anche questa volta negò al podestà di averla sedotta e si ebbe da lei la minaccia espressa con le seguenti parole: “O la tua o la mia vita!”. Frequenti erano i litigi e risulta che ella riuscì a mandare a monte due trattative di matrimonio che il Napoli stava per conchiudere. A questo stato erano le cose, prima che il delitto fosse stato commesso.

Per la Corte, visto che Concetta nella giornata del 19 marzo 1931, si allontanò per qualche minuto da Maria Francesca Veneziano al fine di andare a vedere se nelle vicinanze ci fosse Matteo Napoli, è legittimo ipotizzare che nella mattinata del 20 marzo ebbe ad avvicinarsi a lui per ricordargli quella promessa che le aveva fatto nel giorno della seduzione ed è probabile che gli abbia ripetuto le solite minacce. Matteo Napoli, con qualche scusa e per parlare più comodamente, ebbe ad attirarla nell’ovile e crudelmente la uccise con la scure che ogni pastore è solito asportare. Commesso il delitto, l’imputato cercò procurarsi un alibi per sfuggire ad una condanna. Verso mezzogiorno, senza una necessità di pascolo, menò le pecore nella vallata per farsi vedere da Maria Giuseppa Vuodo, Maria Adduci e Carmine Arvia, col quale scambiò qualche parola. Sostenne che con lui, durante il pascolo, fu sempre il ragazzo Francesco Veneziano, che faceva pascolare una capra. E qui la Corte cala il suo asso: risulta invece che il ragazzo si partì dal paese dopo l’ora della scuola, cioè dopo le 8,30 e, tenendo conto che tra il paese e l’ovile v’intercede una distanza di circa mezz’ora di cammino e che durante la strada il piccolo deve aver fatto pascolare la capra, indubbiamente egli vi giunse oltre le ore nove, quando il delitto era stato già commesso. In ogni modo, la teste Maria Vuodo precisa di aver visto il ragazzo lontano dal posto ove era Matteo Napoli.

A questo punto entra in gioco Luca Veneziano, l’altro imputato: verso le ore 13 giunse all’ovile Luca Veneziano, fratello del piccolo Francesco, con l’asino carico di concime. Tanto Luca che Matteo sono di accordo nell’affermare che, dopo scaricato l’asino, riempirono due sacchi di paglia. Questa operazione poteva essere eseguita dal solo Veneziano e se l’imputato abbandonò le pecore al pascolo e si recò all’ovile, ciò sta a dimostrare che egli credette informare il compagno del delitto da lui commesso e chiedere il suo aiuto per trasportare il cadavere di Concetta Palmieri. Luca Veneziano dovette prestarsi e ciò è spiegato dalla circostanza che egli, senza necessità, si trattenne all’ovile fino alla sera e dal fatto che il fratellino fu fatto partire da solo con la capra alla volta del paese. Indubbiamente Napoli e Veneziano attesero che si fossero ritirati dalla campagna quelli che lavoravano nella contrada Manca di Sopra e, rimasti soli, trasportarono il cadavere nel posto ove poi fu rinvenuto. Napoli dovette prenderlo per la parte del capo, come dimostra il fatto di essere stato rinvenuto il pantalone che quel giorno indossava, lavato soltanto nella parte superiore per far scomparire le tracce di sangue, mentre Veneziano dovette sorreggerlo per i piedi.

La difesa, dal canto suo, cerca disperatamente di sostenere che Concetta sia stata uccisa da altri che avrebbe voluto con lei congiungersi carnalmente e poscia adagiato il cadavere nel posto ove fu rinvenuto. Ma la Corte stronca questo tentativo affermando che tale versione è insostenibile e inverosimile perché le mutandine furono trovate integre ed abbottonate e poi Concetta avrebbe certamente gridato e la sua voce sarebbe stata intesa dallo stesso Napoli e dagli altri che lavoravano nella contrada, oltre alle tracce di sangue che certamente sarebbero state notate sul luogo ove il cadavere fu adagiato o quanto meno in prossimità.

È tutto, la Corte dichiara che Matteo Napoli deve essere ritenuto responsabile di omicidio semplice, esclusa l’aggravante di avere agito per solo impulso di brutale malvagità perché questa aggravante si addice a colui che uccide senza motivo o causale alcuna e soltanto per malvagità d’animo. Invece Matteo Napoli uccise Concetta Palmieri con crudeltà e violenza, ma deve riconoscersi che fu spinto da un odio feroce contro di lei che non gli dava pace e pretendeva di essere sposata ad ogni costo. La Corte, tenuto conto della intensità del dolo e delle condizioni sociali dell’imputato, reputa idonea la pena della reclusione per anni 21, oltre alle spese, ai danni e alle pene accessorie.

Ma c’è ancora da esaminare la posizione di Luca Veneziano, imputato di favoreggiamento personale, e la Corte ha motivo di dubitare la sussistenza del reato perché l’accusa si basa sul semplice sospetto di aver taciuto circostanze a lui note che potevano chiarire fin dal primo momento la responsabilità di Matteo Napoli. Il comportamento tenuto da Veneziano è giustificabile se si tien conto che egli, dicendo la verità poteva andare incontro ad un’accusa per lo meno di complicità non necessaria. Quindi tacendo favorì sé stesso e ciò fa dubitare dell’elemento intenzionale di aver voluto favorire il suo compagno e va assolto.

È il 23 giugno 1932.

Il 17 marzo 1938 la Corte d’Assise di Castrovillari, in virtù del R.D. di indulto 15 febbraio 1937, n. 77, dichiara condonati anni 4 della pena inflitta a Matteo Napoli.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Castrovillari.