LA MATTINA DI PASQUA

La mattina del 25 aprile 1943 è Pasqua e in contrada Limpida Perticoso del comune di San Donato Ninea, davanti alla porta aperta della loro baracca, con la chiave nella toppa, vengono ritrovati i cadaveri dei coniugi Pasquale Gallo e Giulia De Luca, martoriati da colpi di scure. Il cadavere di Pasquale presenta una ferita molto profonda all’avambraccio destro e una all’emitorace destro, in corrispondenza dell’ottava costola, dalla quale fuoriesce del tessuto polmonare. Il cadavere di Giulia è devastato: una ferita alla regione temporo – frontale destra, una alla regione temporo – parietale sinistra con frattura della scatola cranica e fuoriuscita di materia cerebrale, una alla regione orbicolare sinistra con recisione del bulbo oculare, una alla regione carotidea sinistra con recisione del fascio nerveo – vascolare del collo, due ferite incrociate in corrispondenza della regione scapolo – omerale sinistra con recisione del fascio nerveo – vascolare della regione sotto ascellare, una ferita alla mano sinistra con recisione completa del pollice, due ferite all’avambraccio sinistro con interessamento del fascio nerveo – vascolare e del radio. Le ferite alle braccia dimostrano che i coniugi hanno cercato di parare inutilmente i colpi. Pasquale è morto lentamente per dissanguamento, mentre per Giulia la morte è stata istantanea dopo aver ricevuto il colpo di scure che le ha spappolato il cervello.

Il cadavere di Pasquale, che giace presso la porta di ingresso della baracca, dietro la quale c’è una piccola scure; le macchie di sangue che partono da un piccolo orto distante circa dieci metri dalla baracca, le altre macchie di sangue nella scarpata che porta ad un altro orticello sito di fronte alla baracca, nonché nella parte superiore di uno steccato in legno che separa la baracca dal terreno, come se qualcuno, intriso di sangue, vi si sia appoggiato ed il cadavere di Giulia che giace ai piedi del marito, fanno pensare al Maresciallo che Pasquale è stato ferito nell’orticello, che si è trascinato su per la scarpata, poi si è appoggiato, sfinito, allo steccato di legno, infine spingendosi fino alla porta della baracca per prendere la piccola scure, non riuscendoci e che Giulia, uscita dalla baracca per aiutare il marito, è stata uccisa davanti alla porta.

Nel vano adibito ad abitazione, essendo l’altro vano destinato a riporvi arnesi di lavoro, i Carabinieri trovano una cassa aperta con gli indumenti contenuti messi sossopra da Giulia, che in quei tragici istanti stava per togliersi gli abiti della festa perché giorno di Pasqua, ed in fondo alla cassa ci sono un libretto postale di risparmio per lire 6.100 intestato a Giulia De Luca e lire tredicimilaquattrocento in tutto, il che significa che la strage non è stata commessa con lo scopo di derubare le vittime dei loro averi.

Chi e perché li ha uccisi facendone scempio? Le modalità farebbero pensare ad un odio profondo ed è in questa direzione che vengono condotte le indagini. Vengono fermate alcune persone, ma è chiaro che sono tutte estranee ai fatti. Poi una testimonianza parla dell’odio che il ventiquattrenne Salvatore Annuzzi avrebbe nutrito nei confronti di Pasquale Gallo, determinato dal fatto che qualche anno avanti Annuzzi aveva rubato a costui una zappa e una scure, che Gallo aveva ritrovato e riprese a casa del ladro. Troppo poco, ma gli inquirenti sostengono che ci sia dell’altro: Annuzzi prima nega e poi ammette che verso le tre di pomeriggio del giorno di Pasqua si era diretto all’abitazione del padre di Luigi Cirelli, nella cui casa era stata rinvenuta una scure apparentemente sporca di sangue. Ma la circostanza è irrilevante, dato che le vittime furono uccise la mattina e non nel pomeriggio di Pasqua. Poi viene trovato un maglione di Annuzzi già lavato, ma con macchie sospette che si pensa possano essere di sangue. Ancora troppo poco, per non dire niente. Infine c’è la testimonianza di Giuseppe Cirimele:

Ho visto Annuzzi all’alba del 25 aprile che, provenendo dalla baracca degli uccisi, fuggiva senza giacca e cappello lungo il letto del fiume. Sebbene lo chiamai più volte non mi diede retta e continuò a correre saltando alti cespugli. Il giorno successivo ho capito che l’autore del duplice omicidio doveva essere stato lui perché mi minacciò, se avessi parlato, di farmi fare la stessa fine degli uccisi. Aggiungo che un mese prima mi aveva esternato l’intenzione di bruciare Pasquale Gallo nella baracca.

E le cose adesso per Salvatore Annuzzi cominciano a complicarsi. Ed a complicarle di più ci pensa suo fratello Giuseppe il quale, interrogato, dice:

Mio fratello è un traviato, non è stato sincero e nei fatti relativi all’omicidio dei coniugi non ci vedo chiaro

Ci sarebbe da approfondire, ma nessuno indaga da quali motivi può essere spinto Giuseppe Annuzzi a fare tali dichiarazioni sul conto del fratello e secondo gli inquirenti ci sono prove sufficienti per chiedere e, il 7 agosto 1944, ottenere il rinvio a giudizio dell’imputato davanti la Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di duplice omicidio premeditato.

La causa si discute il 25 gennaio 1945 e subito ci sono due clamorosi colpi di scena: il Pubblico Ministero, dopo avere ascoltato la deposizione del teste chiave Giuseppe Cirimele, che cada più volte in conraddizione, chiede il rinvio del dibattimento per supplemento d’istruttoria al fine di accertare la responsabilità di Giuseppe Cirimele in ordine al duplice omicidio e per procedere a precisa e circostanziata descrizione dei luoghi. Immediatamente dopo Giuseppe Cirimele ritratta tutto. La Corte accoglie la richiesta e subito scattano i ferri ai polsi di Cirimele.

Interrogato come imputato, Cirimele, il 30 gennaio 1945, prima ritratta la ritrattazione (sic), poi dice:

Lo accusai per evitare di essere incriminato

Rinviato a giudizio il 27 agosto 1945, Giuseppe Cirimele comparirà davanti la Corte d’Assise di Cosenza, seduto nella gabbia degli imputati in compagnia di Salvatore Annuzzi.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni, osserva: ad Annuzzi Salvatore si attribuisce il movente della vendetta come causale del fatto, ma tale motivo non convince perché il furto di una zappa e di una scure in danno di Gallo era avvenuto qualche anno avanti e quindi non pare conforme alla normalità delle azioni umane che Annuzzi abbia atteso tanto tempo per vendicarsi di Gallo il quale, in sostanza, sospettandolo del furto, aveva rinvenuto presso di lui gli arnesi e se li era ripresi. Si sospettò che fossero di sangue le macchie sul maglione di Annuzzi; il perito chimico dottor Francesco Pisani opinò che non erano di sangue umano le macchie di sangue misto a ruggine esistenti su due scuri sequestrate all’imputato. E se Annuzzi negò, da principio, di avere appreso da Francesca De Luca la scoperta fatta da questa di Giulia tutta insanguinata, ciò è dipeso dal perché egli, contadino ignorante, temé, come accadde, di essere incolpato del duplice omicidio. Le dichiarazioni di Giuseppe Annuzzi sul conto del fratello lasciano perplessi, avendo l’imputato eccepito nel dibattimento che per l’eredità paterna vi erano state discordie tra di loro. Dunque, poteva essere accusa contro Annuzzi la deposizione di Giuseppe Cirimele il quale, però, al dibattimento del 25 gennaio 1945, dopo averla confermata, l’ha ritrattata, così come ha fatto in seguito e che ha confermato in questo dibattimento. Tale equivoco comportamento di Cirimele indica in modo irrefragabile ch’egli fu l’autore dell’uccisione dei coniugi Gallo – De Luca. Per le premesse considerazioni, la Corte ritiene che Annuzzi Salvatore dev’essere assolto per non aver commesso il fatto. Al contrario, opina fermamente che le prove della reità del Cirimele sono palmari.

E ricostruisce i fatti e gli indizi che l’hanno portata al convincimento: risulta che Cirimele, alcuni giorni prima dell’uccisione dei coniugi, aveva patito il furto di lire ottomila ad opera di persona che si era introdotta nella sua abitazione profittando della sua assenza e di quella di sua moglie. Pur sospettando di Luigi Cinelli, si era rivolto a Gallo perché l’abitazione di questi è la più vicina alla sua per avere indicazioni sull’autore del furto, senza però ottenerne alcuna. Sicché è ragionevole e verosimile pensare che nell’animo di Cirimele nacque risentimento contro Gallo e che, preso dall’intimo convincimento che fosse l’autore del furto o dovesse saperne, incominciò a nutrire rancore contro di lui, specie considerando che, come amico e vicino, non avrebbe dovuto derubarlo o avrebbe dovuto indicargli il colpevole. Risulta che il 2 maggio 1943, ossia sette giorni dopo l’uccisione dei coniugi, Cirimele presentava al dito mignolo della mano destra piccole cicatrici, intorno alle quali si notava desquamazione degli strati superficiali della pelle e che i capi ossei dell’articolazione falange – falangina erano ingrossati, di talché il dottor Augusto Squartini, il quale gli aveva visto verso le ore 18 del 26 aprile 1943 lo stesso dito fasciato, ritenne che in esso vi fosse stato un processo suppurativo, negato da Cirimele, che attribuì le piccole cicatrici al morso di una scrofa. Ma al dibattimento del 25 gennaio 1945, domandato dal Presidente – che non fece alcun accenno a Giulia De Luca – circa il come aveva riportata la lesione al dito, esclamò: “non mi poteva essere stata prodotta dalla moglie dell’ucciso; ciò poteva avvenire se fossi stato giovane e avessi cercato di possederla!”. Appare alla Corte che fu la De Luca ad assestargli il morso al dito quando, accorsa in aiuto al marito ed assalita, impegnò colluttazione con lui. Essa gli oppose ogni sua forza e quindi egli, piuttosto avanti negli anni, le inferse colpi di scure all’impazzata, mentre ciò non gli era stato necessario fare contro Gallo, perché questi non riuscì a resistergli. La moglie di Cirimele negò che costui le aveva parlato del morso ricevuto dalla scrofa e specificò che tale notizia le aveva dato dopo che Francesca De Luca aveva detto di avere scorto Giulia tutta insanguinata davanti la baracca. Nei giorni successivi alla scoperta del duplice omicidio, nulla le aveva riferito a carico di Annuzzi e specie dell’implicita confessione dallo stesso fattagli nel minacciarlo di morte, se avesse dichiarato di averlo veduto fuggire verso il fiume Abatemarco. Il Cirimele, nell’interrogatorio del 30 gennaio 1945 ha finito per dichiarare di non ricordare se la scrofa l’avesse morsicato il mercoledì o il giovedì o il sabato precedente al giorno di Pasqua, mentre in istruttoria aveva affermato che era stato morsicato il mercoledì o il giovedì. Ha cercato di giustificare perché non era ricorso al medico, col dire che il paese è lontano dalla sua abitazione, ma è da obiettare che il 26 aprile s’incontrò col dottor Squartini e quindi avrebbe potuto facilmente rivolgersi a questi per le opportune medicature ed evitare il processo suppurativo nel dito.

Ma se è stato davvero Cirimele ad uccidere Pasquale e Giulia, spinto dall’odio per il furto delle ottomila lire subito, perché non si è impossessato delle tredicimila lire che erano nella cassa dei coniugi? A questa obiezione, la Corte risponde: è ragionevole opporre ch’egli, dopo la colluttazione avuta con Giulia De Luca, che tempestò di colpi di scure, e perciò stancatosi, preferì allontanarsi al più presto dalla baracca, anche per timore di essere scoperto.

Detto questo, la Corte ritiene di poter escludere l’aggravante della premeditazione in quanto non risulta con certezza che Cirimele lo abbia premeditato e ne spiega il perché ricostruendo logicamente i fatti. Oggettivamente, Cirimele era dolente per il furto patito ed aveva rancore verso Gallo. Il mattino del 25 aprile 1943, recatosi presso Gallo per indagare ulteriormente in ordine al furto e indispettito che le insistenze che faceva a costui per venire a capo di qualche cosa erano vane, gli assestò i colpi di scure come, poscia, ne assestò a Giulia De Luca per sbarazzarsi di incomoda testimone. Sentimento di vendetta contro Gallo spinse Cirimele ad uccidere costui. Di questa versione dei fatti la Corte si è convinta in base alle prove acquisite.

È tutto, affermata la responsabilità di Giuseppe Cirimele quale responsabile di duplice omicidio volontario, non resta che determinare la pena da infliggergli: il Cirimele va condannato ad anni 30 di reclusione, risultanti dal cumulo della pena di anni 21 di reclusione che gli si infligge per l’omicidio di Gallo Pasquale e della pena di anni 21 di reclusione per l’omicidio di De Luca Giulia. Oltre, naturalmente alle spese, ai danni e alle pene accessorie.

Il 5 maggio 1947 la Suprema Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Cirimele.

Il 20 settembre 1950 la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara condonati anni 3 di reclusione.

L’8 marzo 1954 la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara condonati anni 3 di reclusione in base al D.P. 19/12/1953, n. 922.

Il 24 gennaio 1964 la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro dichiara condonati mesi 6 di reclusione.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.