‘NCAPU ALLA CUDILLA

Il 16 febbraio 1895 i Carabinieri di Amantea ricevono una comunicazione dal sindaco di San Pietro in Amantea che annuncia la morte del bambino Andrea Porco di otto anni, che dalla voce pubblica si diceva causata da percosse ricevute dal proprio padre Benedetto. Il Vice Brigadiere Nunzio Russo non perde tempo, avvisa il Pretore, che ordina l’autopsia del bambino, e va sul posto per iniziare le indagini. Dai primi accertamenti effettivamente risulta che nel pomeriggio del giorno 16 il trentaquattrenne Benedetto Porco, in pubblica via, aveva percosso suo figlio Andrea dandogli tre pugni dietro la schiena. Il padre, appena finito di percuotere suo figlio se ne andò in casa, mentre il bambino, inginocchiatosi, incominciò a vomitare senza poter proferire più parola e mentre si trovava in tale posizione si trovò a passare Tale Cicerelli Bruno che, avendo visto Andrea in quello stato, l’avvicinò domandandogli cosa aveva, ma avendo veduto che l’infelice avea perduta la favella, si recò a chiamare il padre, il quale andò subito a prenderlo e se lo portò a casa, dicendo a Cicerelli che soffriva dei vermi allo stomaco, ma dopo pochi minuti il povero bambino cessava di vivere. Dalle informazioni assunte risulta che Benedetto Porco spesso percuoteva brutalmente tanto la propria moglie, quanto i figli, tanto è vero che l’anno scorso il Sindaco del paese lo rimproverò severamente. In più viene consegnata a mano una lettera appena scritta dal medico condotto, dottor Michele Ianne, nella quale spiega di essere stato chiamato per soccorrere Andrea, di averlo trovato in agonia e di aver constatato fenomeni che indicavano imminente paralisi di cuore, sicché furono inutili tutti gli aiuti possibili. Inoltre, il medico precisa che gli fu detto che quasi un’ora prima il fanciullo fu attaccato da vomito e secesso e quindi, raccolto e posto sul letto, restava privo di sensi. Quindi, secondo quanto il dottor Ianne scrive, nessun accenno alle percosse gli fu fatto, per cui la diagnosi che fece di paralisi cardiaca derivata da morboso attacco al centro bulbare del sistema nervoso, essendo che il fanciullo era molto debole e deperito di nutrizione per gravi febbri malariche precedentemente sofferte, potrebbe essere errata. Lo ammette lo stesso Ianne non appena viene avvisato delle percosse ricevute da Andrea, forse temendo conseguenze per sé stesso, e scrive: poiché detta mia diagnosi può offrire qualche dubbio trattandosi di morte così repentina, stimo necessario riferirle quanto di sopra per mio discarico. Giuste o sbagliate che siano, le informazioni date dal dottor Ianne inquadrano lo stato di debolezza fisica del bambino al momento delle botte ricevute, debolezza che potrebbe aver contribuito alla sua morte.

Inquadrati sommariamente i fatti, in attesa dei risultati dell’autopsia adesso bisogna capire la precisa dinamica dei fatti per, eventualmente, qualificare la tipologia del reato. Per farlo, il Vice Brigadiere interroga le persone presenti sulla piazza, per lo più bambini che giocavano, al momento del fatto.

Io e parecchi altri ragazzi giuocavamo sulla Piazza di San Pietro – racconta Antonio Paladino –; Andrea Porco stava a qualche distanza contemplando i nostri giuochi e teneva in braccio il fratellino suo a nome Minichello. La casa dei Porco è prospiciente al punto dove noi giuocavamo. Tutto ad un tratto il padre di Andrea uscì dalla sua casa, si avvicinò al figlio e, forse pel motivo che quegli era distratto nell’osservarci avea fatto cadere il fratellino, gli diede tre pugni ‘ncapo alla cudilla (la regione sacrale), tanto che Andrea si diede a piangere. Immediatamente dopo, egli consegnò il fratellino al padre, dicendogli “tieni perché mi è venuto di fare un bisogno”. Così dicendo si avviò verso un fosso non molto distante e arrivato in quel luogo cadde ginocchioni a terra e si diede a vomitare della materia giallastra. Allora si trovò a passare di là Bruno Cicerelli e vedendolo in quello stato l’interrogò e non ottenne risposta. Quindi chiamò il padre di Andrea e questi andò e se lo pigliò in braccio e lo portò in casa

La stessa dichiarazione fanno gli altri ragazzini che erano sulla piazza.

Ero affacciata alla finestra della mia abitazione che dà sulla piazza e vidi Andrea Porco che, inchinato verso terra vicino ad un albero, rovesciava dalla bocca – dice la trentanovenne Rosa Bruno –. Si trovò a passare Bruno Cicerelli ed avendolo chiamato non ottenne risposta perché avea perduto la parola. Chiamò allora il padre e questi accorse e lo trasportò sulle braccia più morto che vivo. Immediatamente si chiamò il medico Ianne, il quale accorse subito, ma non poté fare nulla perché il bambino era già in agonia e dopo poco spirò. Posso dirvi che tra il vomito e la morte non passò nemmeno una mezzora. Da alcuni ragazzi che erano sulla piazza udii dire che Andrea era stato colto dal vomito perché il padre lo avea percosso. Andrea non era di molto valida salute, ma era piuttosto malaticcio. Il padre era solito percuotere i figli, ma sempre per correggerli.

Ebbi occasione di vedere che Benedetto Porco percosse alla schiena il figlio Andrea – racconta la quarantottenne Anna Ianne –. Non mi diedi alcun pensiero di questo fatto, ma dopo poco udii la voce di Bruno Cicerelli che chiamava Benedetto perché accorresse a prendere il figlio, il quale stava vomitando. Il padre accorse ed accorremmo anche noi vicini per vedere di cosa si trattasse e credemmo, in sulle prime, che si trattasse di verminazione. Si ebbe anche la visita del medico Ianne, ma tutto fu inutile

Mi trovai a passare per la piazza e vidi il bambino Andrea Porco che si allontanava dalla sua abitazione. Era pallido come una carta e tremava – dice Bruno Cicerelli –. Fatti alcuni passi si sedé a terra e, curvato il capo in avanti, cominciò a vomitare della materia quasi biancastra. Mi accostai a lui, lo toccai, lo chiamai, ma egli avea perduto la favella e la conoscenza. Chiamai subito il padre, che era in casa, ed egli venne e portò via il figliuoletto fra le braccia. Io lo seguii in casa e feci aspergere le sopracciglia ed il naso con aceto ed io stesso gliene misi qualche goccia in bocca. Il bambino allora rinvenne e disse che sentiva lo stimolo di fare un atto corporale. Il padre gli sbottonò i calzoni ed io mi allontanai con la ferma convinzione che si era trattato di un malessere passeggiero.

Intanto arrivano i risultati della stringata perizia autoptica, nella quale non c’è accenno ad analisi microscopiche e batteriologiche che fornisce la scienza moderna. La causa della morte del piccolo Andrea è addebitata ad una paralisi cardiaca, che potrebbe essere stata determinata tanto da trauma alla regione addominale, quanto da una febbre perniciosa fulminante perché tanto l’una quanto l’altra di queste due cause, potendo portare la paralisi cardiaca, ha potuto produrre tutte le conseguenze di essa, cioè l’arresto della circolazione e le congestioni notate, che dove più si accentuarono hanno apportato la rottura dei vasi venosi. Nella prima ipotesi le lesioni all’intestino si spiegano come effetto del trauma il quale, producendo contusione nel peritoneo e colon discendente, ha prodotto l’arresto del cuore. Nella seconda ipotesi le lesioni intestinali si spiegherebbero come effetto di un catarro intestinale cronico sofferto dall’individuo per le ripetute febbri malariche. In conclusione, io non ho elementi per stabilire se le lesioni trovate sugli intestini siano l’effetto di un catarro cronico intestinale, ovvero di un trauma all’addome e quindi non posso pronunziarmi nettamente per l’una o l’altra delle due ipotesi. Osservo, in ultimo, che queste due cause non poterono esistere insieme. Sarà difficile, in questa incertezza, scoprire la verità dei fatti, al cui accertamento manca ancora la versione di Benedetto Porco che, per non sbagliare, intanto viene arrestato con l’accusa di lesioni personali seguite da morte in persona del proprio figlio Andrea.

L’undici febbraio affidai a mio figlio Andrea l’altro mio figliuolo ed entrambi si recarono nella piazza del paese, sulla quale sorge la mia casa nei pressi della quale essi si sedettero. Siccome Andrea fece cadere il fratellino per poca attenzione da due scalini, io per correzione gli diedi vari schiaffi. Dopo ciò Andrea mi consegnò il fratellino, dicendomi che doveva fare un bisogno corporale, ma non erano decorsi che pochi minuti, quando fui chiamato, dicendomisi che Andrea stava vomitando sulla pubblica piazza. Io accorsi subito e, avendolo trovato seduto a terra che vomitava, lo presi tra le mie braccia, ove dopo circa un’ora morì. Non debbo poi tralasciare di dire che Andrea era affetto da febbri malariche quando io lo percossi.

– Schiaffi o pugni? I testimoni dicono pugni. Lo picchiavate spesso? Qualcuno dice che picchiate moglie e figli…

Non nego che, per correzione, qualche volta battevo mia moglie ed i miei figli… – poi aggiunge – respingo l’imputazione che mi si fa di avere volontariamente cagionato le lesioni che produssero la morte di mio figlio Andrea.

Siccome l’autopsia è contraddittoria e Benedetto Porco non fa ammissione di colpevolezza, per cercare di uscire da questa situazione, il Giudice Istruttore ordina una revisione della precedente perizia autoptica e i dottori Fortunato Benvenuti e Antonio Auletta, in ventuno pagine, abbattono il già traballante impianto della prima autopsia ed esordiscono così: dobbiamo, in primo, rilevare che il medico settore non è stato molto solerte a ben descrivere e valutare quanto sul cadavere ha riscontrato. Esso non ha descritto in che stato si trovava il cadavere nella nutrizione generale, nello sviluppo scheletrico ecc. Non ha rilevato con chiarezza le note ed i fatti anatomo – patologiche riscontrate in alcuni organi, mentre nella descrizione degli altri organi è stato superficiale ed incompleto.

Inutile continuare l’elenco delle inesattezze, imprecisioni ed omissioni, ma è necessario evidenziare che i periti valorizzano il particolare di uno stravaso di sangue a livello cerebrale, dovuto probabilmente ad uno dei pugni, che i testimoni hanno riferito destinati alla schiena di Andrea: il trauma caduto sulla testa che ha prodotto stravaso di sangue in una data sezione meningea che ha dovuto, stante le condizioni generali dell’infermo, produrre commozione cerebrale e lo scommovimento graduale degli organi centrali d’innervazione. Tanto ciò è vero che l’infermo ha perduto in brevissimo tempo la coscienza e la parola, ha cominciato a vomitare, si è imperlato di sudore freddo ed è stato colto da una paresi generale che non gli ha permesso di potersi più muovere dal luogo dove era andato per soddisfare i suoi bisogni corporali, provocati certamente dall’altra lesione addominale, dalla commozione, cioè, riflessa dal plesso solare.

Di conseguenza, le conclusioni a cui arrivano i periti sono che la morte di Andrea Porco è stata causata da traumi capitati sulla sua persona, determinando gli stessi commozione cerebrale e probabile commozione addominale. Inoltre, preesistendo nella vittima infezione malarica cronica, a causa della medesima gli effetti dei traumi in essa vittima sono stati facilmente più letali che in un soggetto sano.

Il 12 luglio 1895 la Sezione d’Accusa, accogliendo la richiesta della Procura, rinvia Benedetto Porco al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio preterintenzionale in persona del proprio figlio Andrea. La discussione della causa viene fissata per il 23 settembre 1895[1], ma negli atti a disposizione manca, purtroppo, la sentenza e nonostante le ricerche fatte non è stato possibile rintracciarla.

Ma, al di là della colpevolezza o innocenza che decretò la Corte, il problema è sempre lo stesso: la convinzione che picchiare selvaggiamente serva a “correggere”. La violenza genera sempre altra violenza.

[1] ASCS, Processi Penali.