L’IMMONDA LIBIDINE

È l’alba del 15 agosto 1889. Gaetana Peluso deve andare a fare la guardia ai fichi nel podere tenuto in colonia dal marito Michelangelo Iannac, in contrada Amarata di Luzzi, ma non si sente bene e sveglia suo figlio Francesco di otto anni per farci andare lui. Il bambino sbadiglia, si stiracchia e anche se è un po’ più presto del solito, si alza senza fare storie, è abituato a dare una mano nei campi, e si avvia con solo una camiciola addosso. Quando arriva sul posto a poche centinaia di metri dalla casetta rurale dove abita la famigliola, si rende conto di non aver indossato i calzoni, così torna indietro, li indossa e torna al suo lavoro. Accende anche un fuocherello, l’aria è già frizzante in collina, e vi si siede accanto. Dopo una mezzoretta nota un giovanotto sconosciuto che sta attraversando il podere e, rispettando la consegna che gli hanno dato i genitori, gli dice:

Non ci passare più dal mio fondo ché ti faccio prendere da mio padre!

Non ho paura di tuo padre, mò piglio una frusta e ti faccio vedere! – gli risponde seccato, poi si mette a sedere a pochi passi da Francesco, si leva le purcine, toglie da un sacco un paio di scarpe e le indossa. “Forse sta andando alla fiera di San Vito”, pensa il bambino quando il giovanotto si alza. Si sbaglia, il giovanotto gli si avvicina con noncuranza in modo da non destare sospetti e all’improvviso lo per la vita, lo solleva da terra mentre il bambino comincia ad urlare ed a dibattersi per liberarsi dalla stretta, gli molla un sonoro ceffone sul viso e lo butta in un fosso. Adesso gli è sopra, lo gira bocconi, gli strappa i calzoni e a niente serve il disperato tentativo del bambino di tenerli addosso, gli solleva la camicia e, mentre lo tiene fermo a terra in questa posizione, tira fuori il membro eretto e senza pietà lo stupra.

Francesco piange e urla per il dolore durante quegli eterni secondi che dura la violenza e lo sconosciuto, soddisfatta la sua immonda libidine, si ritrae, toglie di tasca sei soldi e li porge al bambino che, con un gesto di stizza, glieli butta in faccia. Lo sconosciuto fa spallucce, raccatta i soldi, li rimette in tasca e se la dà a gambe levate, temendo che possa passare qualcuno. Infatti subito dopo accanto al fondo passa Francesco Novara, un contadino del posto, che vede lo sconosciuto correre e Francesco zoppicare. Pensando che il giovanotto gli abbia dato un calcio, devia la sua strada e va ad avvisare la madre del bambino, che corre sul posto.

Ma in questo frattempo un altro uomo, il mulattiere Gabriele Altomare, ha visto da lontano la scena, ha capito immediatamente ciò che è successo e si lancia all’inseguimento dello sconosciuto. Appena arrivano in contrada San Vito dove c’è la fiera e lo sconosciuto cerca di salire sulla carrozza postale di Luzzi, guidata da Salvatore Pepe, lo afferra e a viva forza, coadiuvato dal suo paesano Domenico Sena, lo consegna ai Carabinieri che si trovano di servizio alla fiera e tosto dichiarato in arresto.

In realtà lo sconosciuto è tale solo al piccolo Francesco perché tutti gli altri lo conoscono benissimo: Domenico Tenuta, 19 anni da Luzzi, contadino.

Ignara di quanto è avvenuta, la mamma di Francesco, avvisata che il figlio ha ricevuto un calcio e cammina a fatica, se lo prende in braccio e va ad avvisare il marito che vende qualcosa alla fiera. Michelangelo Iannace, non dubitando che la cosa fosse diversamente, dà un’occhiata distratta alla parte che sua moglie gli indica e si convince che si tratta veramente di un calcio, ma siccome Francesco piange per il dolore e non riesce a camminare, lui e la moglie pensano che sia opportuno andare a riferire l’accaduto ai Carabinieri, così la mamma col bambino in braccio si mette a cercare i militari in mezzo alla folla.

– Un calcio? Magari fosse stato un calcio… – risponde imbarazzato il Brigadiere Pompeo Quartulli, che ha già arrestato Tenuta.

– E cosa è stato? – gli chiede sgranando gli occhi la madre.

– Ehm… signora, lo ha violentato…

Il cielo crolla sulla testa della donna, che guarda Francesco cercando una risposta, ma il bambino continua a piangere e a non dire una parola. Poi il Brigadiere lo prende in braccio e con la promessa di comprargli un dolciume si allontana dalla madre, inebetita dalla brutta sorpresa.

Francesco, intanto, mordendo un pezzo di mostacciolo, si va calmando e il Brigadiere riesce ad avere, con i cenni di assenso del bambino, la conferma che cercava e la promessa che si farà visitare da un medico e poi racconterà tutto al Maresciallo, che proprio in questo stesso momento comincia ad interrogare Domenico Tenuta.

È vero che mi sono servito del bambino onde sfogare le mie voglie, ma non è vero che io l’abbia gittato a terra e sfogato con violenza le mie voglie. Il fatto è avvenuto così: verso le ore sei io mi recavo da Luzzi incontro alla corriera postale, che fa il servizio dei viaggiatori dalla stazione al paese, essendo al servizio di Gennaro Alfano, proprietario della carrozza ed appaltatore di tale servizio. Durante il cammino sulla pubblica via che da Luzzi conduce alla stazione, pensai di allontanarmi dalla strada percorrendo un accorciatoio che passa per la contrada Amarata, vicina alla via comunale, ed arrivato in un fondo aperto incontrai, precisamente ove era la vecchia strada, un ragazzino a me sconosciuto. Egli mi disse che non voleva passassi da quella parte, ingiuriandomi coi titoli di “figlio di purcella” e “figlio di puttana”; io gli risposi: “Se vengo vicino a te ti do due schiaffi”. Il ragazzino mi disse: “Vieni, vieni”, io mi avvicinai e gli dissi di calare i calzoni. Ci appartammo, lui calò i calzoni ed io allora, estratto il membro e calatimi i calzoni, glielo introdussi nell’ano. Quindi, sentendo che il ragazzino piangeva, mi diedi alla fuga ed affrettai il passo per andare incontro alla corriera postale ed ero già arrivato alla corriera, che si trovava vicino alla contrada San Vito, quando un tale Gabriele Altomare, che mi aveva visto fuggire, mi afferrò per la giacca ed aiutato da Domenico Sena mi condusse dai Carabinieri, che assunte informazioni mi dichiararono in arresto.

– Noi sappiamo che gli hai prima dato uno schiaffo e poi lo hai buttato a terra e a viva forza hai sfogato le tue voglie – tuona il Maresciallo.

Non è vero! – si difende – Il fatto è avvenuto come ho detto!

È poco probabile che, dopo averlo ingiuriato, il bambino volesse compiacerti nelle tue voglie, a modo che tu hai usato parole e modi minacciosi tali da intimorirlo!

Io non ebbi ad usare alcuna violenza, né con fatti, né con parole, ma solo, come ho detto, lo invitai a compiacermi ed egli lo fece.

Francesco viene sottoposto a visita medica dal medico condotto, che gli riscontra lacerazioni nella mucosa dell’ano con rossore e turgore, che si estendono per buon tratto verso la parte sfigmoidea del crasso; si osservano anche delle ecchimosi e delle tracce di sangue. Il ragazzo è molto dolente. Giudico che detta lesione, avvenuta in giornata e prodotta da corpo quale il pene umano, è guaribile fra giorni trenta a contare da oggi e per questo tempo durerà la malattia e l’incapacità al lavoro.

Una cosa bestiale.

Io ero entro il mio fondo e mentre stavo colà passò nel fondo stesso un giovanotto a me sconosciuto e gli dissi di non passare più nel mio fondo se no lo dicevo a mio padre e lui rispose che non aveva paura di mio padre e che pigliava una frusta… poi si mise a sedere a cinque o sei passi da me per mettersi le scarpe. Si alzò e si avvicinò a me – comincia a tremare e gli occhi si riempiono di lacrime – che stavo seduto e non temevo niente non potendomi immaginarenon potendomi immaginare mai la sua trista intenzione… mi afferrò ed a viva forza mi trascinò verso una buca e siccome io facevo resistenza mi diede uno schiaffo e mi gittò a terra… mi calò i calzoni a viva forza mentre cercavo di rialzarli… mi alzò la camicia e poi… – Francesco scoppia a piangere e non riesce ad andare avanti. Dopo un po’ si calma, asciuga le lacrime, passa il dorso della mano sul naso per asciugarlo e continua – io piangevo ma nessuno era nelle vicinanze e neanche mamma che era in casa mi sentì… quando ebbe finito mi volle dare sei soldi ed io glieli respinsi gittandoli sopra una pietra. Lui li prese e fuggì. Sentivo grande dolore e piangendo uscii dalla buca coi calzoni in mano. Mi vide un tale Francesco ma non mi interrogò, io mi ritirai a casa e dissi a mamma che quello sconosciuto mi aveva dato un calcio e mi condusse da mio padre

La scelleratezza di Domenico Tenuta non solo ha provocato un grave, indelebile trauma fisico, ma soprattutto psicologico al piccolo Francesco ed alla sua famiglia, quanto ha fatto precipitare la sua famiglia nella miseria più nera, venendo a mancare l’unico, anche se misero, sostegno economico. La madre, disperata, il 30 maggio 1890, dopo quasi dieci mesi dal fatto, scrive (fa scrivere è più corretto) al Procuratore del re di Cosenza, sperando forse in un atto di clemenza:

Andreotta Aurelia, madre di Tenuta Domenico, detenuto in codesto carcere giudiziario, l’espone come il detto suo figlio venne posto in arresti fin dal mese di agosto dello scorso anno 1889, imputato di stupro, all’uopo sottometto alla Signoria Sua che il disgraziato Tenuta, che conta l’età di anni 18, fu acciecato da libidine non conoscendo le pene sangite dalla legge perché ignorante, contadino, di condizione pastore. Or sta quasi compiendosi un anno dacché il medesimo è in prigione e finora non si tratta la causa.

L’infelice vedova, con una figlia di anni otto, è nella più squallida miseria e ridotta in tale stato di non avere neppure una casa ove pernottare e la dura condizione in cui versa la costringe a dormire nei pubblici forni sul lastrico.

Per tanto si presenta personalmente avanti la Signoria Sua Illustrissima perché si degni disporre di trattarsi la causa sul conto del suddetto Tenuta Domenico, dappoiché l’ultima generica fatta dai medici dell’Ospedale Civile di Cosenza dice che l’offeso è totalmente guarito e se per avventura altri medici fecero risultare che non guarì fu uno sbaglio, per maggiormente aggravare lo stato miserando tanto della reclamante, che del figlio giudicabile.

Per carità ed umanità, Illustrissimo Signor Procuratore, si degni richiamare presso di sé l’analogo processo ed al più presto possibile far trattare la causa per così vedersi il risultato.

Il Sommo Iddio le ne renderà il giusto dono di quanto potrà fare, avuto riguardo alla infelice condizione di una povera e derelitta vedova, la quale versa nella squallidissima miseria.

Se per pietà verso la povera donna e la sua bambina o perché infastidito dalla lungaggine di un caso tanto semplice, il Procuratore, a margine del foglio, istruisce il Pretore competente su ciò che c’è da fare:

Al Signor Pretore di Rose

Per unirsi agli atti e non senza interessarlo pel compimento dell’analoga istruttoria da gran tempo pendente.

Se la memoria non mi fa difetto, sembrami che con una delle ultime deleghe fosse disposto chiamarsi il perito onde stabilire se per avventura si trattasse di malattia probabilmente insanabile.

È senza ombra di dubbio una bruttissima storia, ma è altrettanto chiaro che si tratta di un caso giudiziario semplice, se non ci si mettesse di mezzo, oltre al tergiversare del Pretore, anche una disputa tra il Giudice Istruttore, che ritiene il caso di competenza del Tribunale Penale e questo che non si ritiene competente sostenendo che il caso spetti alla Corte d’Assise. Per dirimere la questione, dopo quasi un anno e mezzo dal fatto, viene investita la Suprema Corte di Cassazione che, il 14 gennaio 1891 stabilisce che ha ragione il Tribunale Penale perché la pena prevista per il reato di stupro violento in persona di anni otto supera quella di competenza del Tribunale Penale.

Bene, si può procedere. Il 10 aprile 1891 la Sezione d’Accusa rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza e la causa viene fissata per il 3 giugno successivo e tutto si conclude in una sola udienza.

La Corte dichiara Tenuta Domenico colpevole del reato ascrittogli e lo condanna ad anni 6 e mesi 8 di reclusione, più pene accessorie, spese e danni.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.