IL FAMOSO INTERNAZIONALISTA

Sono le 19,30 del 2 febbraio 1902, domenica. Nonostante faccia freddo, lungo il corso principale di Rogliano c’è ancora tanta gente che passeggia. Ci sono anche il Vice Brigadiere Gaetano D’Ambrosio ed il Carabiniere Vincenzo Crisigiovanni, ma loro sono di pattuglia e vengono richiamati da un vocio indistinto che, di secondo in secondo, si fa più insistente fino ad arrivare ad essere vere e proprie urla di richiamo nei loro confronti. Si fermano sotto la fioca luce di un lampione e aspettano la decina di persone che stanno correndo verso di loro. Sono zingari di passaggio in paese e che alloggiano in una stalla. D’Ambrosio deve faticare per far si che a parlare sia soltanto uno di loro:

– Correte! Hanno sparato tre colpi a Celestino Guarino davanti alla stalla!

D’Ambrosio ed il Carabiniere vanno sul posto e per terra, sulla strada, trovano il cappello, il bastone e l’arma del feritore, toltigli da Guarino. Avvertito, accorre anche il Comandante della Tenenza dei Carabinieri, Tenente Amerigo Reggio che, osservati gli oggetti sequestrati, dice:

– È il cappello di Giovanni Domanico! Siamo stati insieme fino a poco fa nel Circolo dell’Unione!

Giovanni Domanico, classe 1855, per chi non lo conoscesse, era stato, e forse vorrebbe ancora esserlo, un personaggio di primo piano nell’ambiente socialista ed anarchico a livello internazionale, tanto che nelle aule di giustizia frequentate, a causa di almeno una trentina di procedimenti penali in tutta Italia, per contravvenzione alle norme sulla stampa, diffamazione, incitamento all’odio sociale ed altri reati simili, è definito come il famoso internazionalista. Allievo di Francesco De Sanctis e Giovanni Bovio, in rapporti con tutti i principali esponenti socialisti ed anarchici internazionali, autore di numerosi saggi politici, giornalista, fondatore di giornali e riviste, finanziatore di iniziative politiche, tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani, non è comunque molto ben visto nel suo ambiente e nel 1899 viene allontanato dal Partito perché appartenente alla massoneria (sin dal 1874) e sospettato di essere un informatore della Polizia. Da questo momento si ritira dalla politica e si dedica a scrivere le sue memorie ed a ricostruire la storia dell’Internazionale, forse per riaccreditarsi negli ambienti socialisti. In ogni caso per la Giustizia è un rompiscatole.

Ma torniamo alla sera del 2 febbraio 1902. Riconosciuto il cappello di Domanico, il Tenente ed il Vice Brigadiere lo vanno a prendere a casa ma non lo trovano. Non lo trovano nemmeno a casa di due suoi amici fidati, Pietro Orlando e Giuseppe Amato, né nell’Albergo Nazionale, dove è solito andare. Domanico si presenta il giorno dopo al tenente Reggio e viene dichiarato in arresto con l’accusa di tentato omicidio.

Ieri sera, come al solito verso le sette e pochi minuti lasciai il Casino d’Unione, ove ero stato a giocare a carte, per far ritorno a casa mia, che è posta isolatamente, quasi a metà via tra gli abitati di Rogliano e Cuti. Quando sono arrivato quasi vicino alla casa del signor Gabriele Sottile, ho visto vicino lì un gruppo di persone che discorrevano concitatamente. Dall’accento mi accorsi che erano quei girovaghi che comunemente chiamiamo zingari. Io, sia per la poca fiducia che simili persone ispirano, sia anche per non passare in mezzo a loro, m’incamminai a sinistra. Intanto essi camminavano ed arrivati avanti la casa del signor Salvatore Mauro, sotto la quale essi abitano, vidi che delle donne entrarono nel basso e sulla strada rimasero, se non erro, quattro uomini. Proprio in quel momento io sono arrivato sotto il fanale e quei quattro individui, finito di discorrere, si voltarono a guardarmi. Allora due di essi tornarono indietro e due mi sbarrarono la strada venendomi di fronte ed uno di essi mi disse: “ferma, per la madonna!”. Si fu allora che, saltando indietro di due o tre passi, dissi a quei due che mi erano davanti: “indietro, indietro, fatemi largo!”. In quel momento mi sono inteso urtare violentemente di dietro e caddi sul fianco sinistro e quei due che mi erano davanti erano distanti da me circa quattro metri. Fu allora che tirai dalla cintola la rivoltella, che asportavo con legale permesso, e per spaventare i miei aggressori esplosi per aria un colpo, tenendo l’arma verticalmente. Quasi immediatamente, l’individuo che mi era di dietro mi afferrò la mano con cui tenevo la rivoltella e cercava di strapparmela, mentre con l’altra mano cercava di non farmi alzare da terra tenendomi per il collo. Gli altri due individui che mi erano davanti si fermarono e non si mossero. Con la mano contorta come l’avevo, esplosi altri colpi di rivoltella, senza saperne né la direzione, né il numero. Ad un dato punto m’intesi la rivoltella strappata, un forte dolore al dito indice della mano destra e m’intesi libero. Mi alzai subito e corsi in paese e nella fuga mi trovai senza il cappello e senza il bastone; visto che era aperto il locale del circolo sociale, vi entrai e, trovandovi dentro il dottor Filippo Costanzo e Luigi Costa, agli stessi raccontai l’accaduto. Colà mi lavai e saputo dopo poco tempo che mi cercavate, mi sono presentato

– Siete scappato perché avete ferito gravemente quell’uomo!

– No, posso dire che quando scappai non sapevo se qualcuno era rimasto ferito dai colpi da me esplosi, l’ho saputo quando mi avete dichiarato in arresto.

– Avete testimoni che possono confermare il vostro racconto?

– No, non c’era nessuno oltre quegli zingari che non conosco e verso i quali non ho motivi di rancore, quindi credo che mi hanno aggredito per derubarmi. Per questo voglio sporgere querela contro di loro.

– Come fate ad esserne certo?

Sono Direttore Amministrativo della Cooperativa di Rogliano e ieri dovevo fare un versamento di centosettanta o centottanta lire al cassiere Domenico Nicoletti. Ieri mattina, perciò, mi misi la somma in tasca per consegnarla a Nicoletti ed uscii. Non avendolo incontrato per strada a Rogliano, non credetti di andare a trovarlo a casa e mentre verso mezzodì me ne tornavo verso la mia abitazione, arrivato presso il luogo dove abitano gli zingari, volli accertarmi se avevo tutto il danaro occorrente. Aprii, quindi, il portafoglio e verificai le altre monete che tenevo in tasca e sono stato certamente visto dagli zingari, i quali la sera mi aggredirono per derubarmi

– Avete testimoni che possono confermare quello che dite?

– No, non c’era nessuno oltre me e gli zingari…

Domanico viene fatto visitare da un medico e, in effetti, gli viene trovata sul dito indice della mano destra una ferita lacero contusa con i bordi accartocciati verso la base della falange, prodotta da corpo contundente.

A questo punto viene arrestato il ferito Celestino Guarino con l’accusa di tentata rapina.

Ero stato nella cantina a giuocare a vino assieme ai miei compagni Antonio Berlingieri, Nicola Manzo, Giuseppe Anzillotti e Antonio Bevilacqua. Dopo di aver giuocato e bevuto insieme quattro litri di vino uscimmo. Io, dovendo soddisfare un bisogno corporale, mi allontanai dai compagni e nel ritorno per unirmi ai compagni, vidi che questi bisticciavano animatamente con un individuo, non so per quale ragione. Mi avvicinai, ma come fui presso di loro, quell’individuo mi esplose contro diversi colpi di rivoltella. Nonostante che io fossi ferito mi avventai sull’individuo e riuscii a strappargli la rivoltella, che vi consegno, ma lo sconosciuto, svincolatosi, poté darsi alla fuga – racconta Celestino Guarino con un filo di voce perché le sue ferite sono molto serie ed è in pericolo di vita.

– Puoi descrivere questo sconosciuto?

Di statura bassa, piuttosto grosso, con la barba e indossava un mantello. Posso affermare che lo stesso vestiva decente e ritengo certamente che sia un signore

Le dichiarazioni del ferito portano all’arresto di Antonio Berlingieri e Giuseppe Anzillotta per correità in tentata rapina. Questi, però, forniscono versioni opposte a quella di Guarino. Dice Antonio Berlingieri:

Per strada incontrai i miei due amici Giuseppe Anzillotti e Matteo Veneziani e, avendomi offerto del vino, andammo nella cantina di Giuseppe Cianflone. Tornammo a casa e, arrivati innanzi la stalla di Salvatore Mauro ove abitano i miei compagni, ci separammo perché io abito un po’ più in là. Rimasto solo sulla via, vidi poco distante da me un signore con cappotto, di statura piuttosto bassa e con barba, che camminava. Avevo fatto pochi passi quando dalla stalla vidi uscire correndo Celestino Guarino, che buttò a terra quel signore a cui prima aveva detto: “fermati per la madonna!” e ci si mise sopra. Quel signore, impugnata la rivoltella esplose due o tre colpi ed intesi poscia Celestino gridare: “Madonna mia che mi hanno ammazzato!”. Indi Celestino tornò nella stalla e non so dove quel signore fosse andato. Io me ne tornai a casa e null’altro vidi o intesi.

– A noi risulta che Guarino accorse dopo che era sorta una rissa tra te, i tuoi compagni e quel signore e che fu ferito allora…

– Non è vero!

Poi è la volta di Giuseppe Anzillotta:

Ero con i miei compagni Antonio Berlingieri e Matteo Veneziani nella cantina di Cianflone. Quando uscimmo sulla Piazza San Domenico sentimmo davanti la stalla di Mauro, ove abitiamo, la detonazione di tre colpi di rivoltella. Affrettammo il passo e trovammo nella stalla Celestino Guarino gravemente ferito all’addome. Fui sollecito a domandargli chi lo avesse in quel modo ridotto ed egli, a stento, mi rispose che, mentre si recava ad adempiere ad un bisogno corporale, disse ad un signore che di là passava: “buona sera” e questi, senza dirgli altro gli aveva tirato contro tre o quattro colpi di rivoltella e poscia si era dato alla fuga.

– A noi risulta che con Guarino avete aggredito quel signore, che per difendersi esplose i colpi.

Non è vero che io e Guarino abbiamo aggredito quel signore!

Secondo il racconto fatto da Giovanni Domanico, le persone che tentarono di sbarrargli il passo erano quattro, ma finora ne sono stati identificati tre. Il quarto, secondo i Carabinieri, sarebbe Antonio Bevilacqua, che viene arrestato e interrogato:

Ieri sera, dopo aver bevuto nella cantina di Cianflone con un altro zingaro a nome Vincenzo, me ne tornai a casa e trovai Celestino Guarino ferito con diversi colpi di arma da fuoco. Gli domandai sul motivo delle ferite e non mi rispose.

Insomma, le cose non sono chiare, anche se i racconti di Giovanni Domanico e di Antonio Berlingieri sembrano combaciare sul punto focale: Guarino aggredì e buttò a terra Domanico, che gli sparò contro ferendolo. Ma c’è un testimone, l’ebanista Giuseppe Giuliani, che il 4 febbraio si presenta dai Carabinieri e  racconta particolari molto interessanti:

Mi trovavo in casa mia, ove poco lontano ora abitano vari zingari. Circa le ore 19,45 intesi tre colpi di revolver, uno prima e pochi secondi dopo gli altri due consecutivi. Al primo colpo uscii subito in strada e vidi davanti alla casa di Salvatore Mauro un gruppo di gente portando un ferito verso la stalla. Vidi che nel medesimo tempo varie persone si colluttavano, ma non seppi distinguere chi fossero. Pochi istanti dopo gli zingari si divisero: una parte corse verso Rogliano, una parte verso Cuti e altri si fermarono in cerca, certo, del feritore, che io non avevo conosciuto. Gli zingari rimasti sul luogo mi presero per le braccia ed uno di questi aveva in mano un coltello piuttosto lungo. Gli chiesi dove il ferito era stato colpito e mi indicò il luogo. Anche gli altri zingari avevano in mano bastoni, spiedi e aghi da materassaio, che si costruiscono, e avendomi riconosciuto perché venuti varie volte nella mia bottega mi lasciarono andare. In quel momento arrivò la carrozza di Giuseppe Tallarico e gli zingari gli fermarono i cavalli credendo che ci fosse gente e non volendo che andasse verso Rogliano. Siccome gli zingari mi conoscono, dissi loro di lasciar passare la vettura, loro acconsentirono ed io mi ritirai in casa.

Il giorno dopo, 5 febbraio, Celestino Guarino purtroppo muore, non prima, però, di avere accusato Berlingieri e Anzillotti di avere aggredito Giovanni Domanico e adesso si procede per omicidio volontario, nonostante Nicola Serra, l’avvocato di Giovanni Domanico, invochi lo stato di legittima difesa, così l’imputato resta in carcere, come anche gli altri tre, imputati di tentata rapina ai danni di Domanico.

La faccenda sembra ingarbugliarsi ancora di più quando viene rintracciata e interrogata Maria Manzo, la vedova di Celestino Guarino:

Mio marito uscì per soddisfare un bisogno corporale ed in quel frattempo intesi tre colpi di rivoltella. Subito dopo Celestino entrò nel basso con una ferita all’addome ed un’altra al collo e per suo detto appresi che, mentre Antonio berlingieri e Giuseppe Anzillotti si ritiravano dalla cantina, trovarono lungo la via, proprio davanti al nostro basso, Giovanni Domanico al quale augurarono la buona sera, ma che costui invece impugnò contro di essi la rivoltella ed entrambi si diedero alla fuga. Mio marito, trovandosi poco distante, mentre aveva adempiuto al bisogno corporale e stava per rincasare fu visto da Domanico il quale, credendo che voleva aggredirlo, gli esplose contro due colpi di rivoltella. Mio marito mi disse che si avventò contro Domanico quando era già stato ferito. Sono sinceramente convinta che Domanico fu invaso da una ingiustificata paura e fece fuoco contro mio marito, prima che Celestino si fosse avvicinato.

– Come fai ad esserne certa?

Celestino era di indole buona e mite, incapace ad inveire per qualsiasi causa contro le persone e quella sera non era nemmeno ubriaco.

Per il Pubblico Ministero titolare delle indagini non ci sono dubbi: Giovanni Domanico ha volontariamente ucciso Guarino e va rinviato a giudizio. Inoltrata la pratica al Giudice Istruttore, questi la pensa in modo diametralmente opposto e ne chiede il proscioglimento per avere agito in stato di legittima difesa. Un guazzabuglio.

I tre giudici che compongono Camera di Consiglio presso il Tribunale di Cosenza, al contrario ha le idee molto chiare sulla vicenda e, udite le relazioni del Pubblico Ministero e del Giudice Istruttore, il 2 maggio 1902, osservano: poiché non vi è dubbio che Giovanni Domanico, nel percorrere la strada Rogliano – Cuti vide sulla stessa fermati alcuni zingari e quando costoro si mossero contro di lui, egli esplose in aria un colpo di rivoltella per intimorirli ed aver libero il passaggio per scongiurare ogni attentato alla sua vita ed ai suoi averi, non si può certamente affermare ch’egli fu causa dell’avvenimento perché se gli zingari avessero avuto onesti e non facinorosi propositi, gli avrebbero fatto sentire che poteva liberamente proseguire per la sua strada, anziché andargli incontro. Guarino aggredì Domanico, lo fece cadere per terra e gli usò violenza, certo per derubarlo od attentare alla sua vita. Domanico, perciò, si trovò sotto l’incubo di un pericolo ed agì in stato di legittima difesa. Né si obietti che Giovanni Domanico è in colpa, per come asserisce il Pubblico Ministero, per avere visto negli zingari trovati sulla via degli aggressori, che forse non lo erano. Poiché, in ordine alla tentata rapina addebitata ad Antonio Berlingieri, Giuseppe Anzillotti ed Antonio Bevilacqua si osserva che, se traspare che Domanico fu aggredito a scopo di furto specialmente da Guarino, non si ha la prova convincente per potere ritenere i prevenuti responsabili della tentata rapina. Difformemente alla requisitoria del Pubblico Ministero, la Camera di Consiglio dichiara non farsi luogo a procedimento penale contro Giovanni Domanico, Antonio Berlingieri, Giuseppe Anzillotti ed Antonio Bevilacqua. Ordina che gli imputati siano subito scarcerati, se non detenuti per altra causa.

Il giorno dopo, 3 maggio, il Pubblico Ministero presenta ricorso contro la sentenza per quanto riguarda la posizione di Giovanni Domanico ed il 5 luglio successivo la Sezione d’Accusa accoglie il ricorso e rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, che discuterà la causa il 30 ottobre 1902.

Il 2 novembre successivo, il Presidente della Corte legge la sentenza:

Visto il verdetto dei giurati, dichiara Giovanni Domanico assolto dalla imputazione di omicidio ed ordina che sia posto in libertà, se non detenuto per altra causa.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.