IL PRANZO DI PESCE STOCCO

Il pomeriggio del 7 agosto 1930, verso le 18, anche se tira una piacevole brezza dal mare, fa caldo a Ravagnese. Dentro la sua bottega da calzolaio, posta lungo la strada provinciale, Demetrio Latella sta lavorando assistito dall’apprendista diciassettenne Francesco Puntorieri.

All’improvviso due detonazioni ravvicinate. Latella non fa nemmeno in tempo ad alzare gli occhi per capire cosa stia accadendo, che cade a terra investito da una rosa di pallini di grosso calibro al braccio sinistro, al torace, al collo e alla testa. L’apprendista, illeso, rimane impietrito, poi si china sul maestro, irriconoscibile per lo scempio del viso:

Mamma… mamma… – balbetta l’uomo, poi esala l’ultimo respiro.

Di fronte alla bottega c’è il cancello di ingresso del fondo Zagarella, aperto, e subito dopo le due detonazioni qualcuno vede un uomo scappare pei campi con un fucile in mano. Non ci vuole molto a capire che il sicario si era appostato dietro una delle due colonne del cancello in modo, così, da avere tutto l’agio di mirare bene il Latella.

I Carabinieri, già dalle prime indagini, vengono a sapere che l’uomo visto allontanarsi di corsa nel giardino è il giovane Fortunato Calabrò da Croce Valanidi e lo arrestano, come arrestano sua madre, Francesca Lia, che è stata vista aggirarsi nei dintorni della bottega prima e dopo l’omicidio. Su di lei pesa il sospetto di avere aiutato il figlio nell’esecuzione del delitto e nella successiva fuga.

Sono partito dalla mia abitazione in Valanidi alle quattro del pomeriggio e sono andato a Ravagnese, giungendovi verso le sei. Mi sono fermato pochi metri prima del cancello del giardino dirimpetto alla casa di Latella e da lì l’ho sparato mentre stava lavorando, dandomi subito dopo alla fuga attraverso il fondo Zagarella. Mentre scappavo fui riconosciuto da Francesco Romeo il quale, vedendomi pallido in viso e con gli occhi stravolti, mi domandò cosa fosse accaduto. Gli risposi “niente, niente” e continuai a correre, poi mi vide pure Luigi Sacchetti – racconta Fortunato.

– Perché lo hai ucciso?

Mi sono determinato ad ucciderlo perché mi aveva imposto di sborsare cinquecento lire per potere avere la di lui protezione e di non venire offeso da alcuno per il fatto che mia madre, mia zia e le mie sorelle sono prostitute.

– Io non c’entro niente – si difende Francesca Lia – sono partita da Valanidi alle undici perché dovevo portare dei pomidori a Reggio, e precisamente al cavaliere Cuzzocrea… poi sono andata a consegnare una salvietta piena di fagiuoli a Latella, potevano essere le cinque e mezzo di pomeriggio. Ho trovato sua moglie a casa di Angela Cilione perché si stava avviando ai bagni e mi mandò a casa sua, distante cento metri, pregandomi di fare la consegna a suo marito.

– Siete informata del fatto che Latella avrebbe cercato di estorcere cinquecento lire a vostro figlio?

Mai mi fece cenno ad una simile pretesa e ritengo impossibile che Latella intendeva estorcere la somma di cinquecento lire a mio figlio, che versa in condizioni finanziarie miserrime.

Una contraddizione grave con le dichiarazioni del figlio e anche sugli orari c’è qualche problema perché un testimone afferma di avere visto partire la donna da Valanidi alle due di pomeriggio e non la mattina. Il garzone di Latella afferma di avere ricevuto da Francesca Lia, per incarico del padrone, la salvietta piena di fagiuoli due ore prima del delitto e in tal caso si può ancor meno spiegare che cosa essa facesse dopo, dato che l’omicidio avvenne quando la Lia passò davanti la casa di Santa Chinnì, abitante a centocinquanta metri dalla casa dell’ucciso. In più, i Carabinieri accertano che un paio di ore prima del delitto Calabrò era stato visto a Saracinello, a pochi chilometri da Ravagnese, senza fucile, ciò che sta a dimostrare che l’arma gli fu trasportata dalla madre nelle ceste caricate sull’asino e ch’erano alte mezzo metro. Che il fucile fosse stato trasportato nascosto si rileva anche dal fatto che Calabrò, mezz’ora prima del delitto, forse perché ebbe a ritenere impossibile l’esecuzione del suo piano, cercò di lasciare in casa di Maddalena Cilione un sacco nel quale era contenuta l’arma, dicendole che se lo sarebbe ripreso sua madre al ritorno da Reggio e tornando subito dopo sui suoi passi col sacco verso il giardino di Marianna Granata, vicina di casa di Latella. Quindi, secondo gli inquirenti, tutto fa comprendere ch’essa giunse a Ravagnese contemporaneamente col figlio e che, allontanatasi dalla casa di Latella, diede istruzioni al figlio sul posto in cui si trovava la vittima designata, dandogli, così, la possibilità di appostarsi dietro il cancello e mettere in esecuzione il suo piano.

Ma il movente indicato da Calabrò non è ritenuto verosimile dagli inquirenti perché, come sostiene la madre, risulta che l’omicida è figlio di famiglia e nullatenente, tanto che doveva alla vittima trenta lire per due paia di scarpe e perché la sua famiglia versa in condizioni finanziarie così tristi che nessuno le fa credito nemmeno per i generi alimentari. Se così stanno le cose, è evidente che Latella non aveva speranze di riuscire ad estorcergli cinquecento lire e il movente deve essere ricercato in qualche altra faccenda.

La posizione processuale di madre e figlio si aggrava quando spuntano due testimoni che riferiscono di averli visti, insieme col rispettivo marito e padre, la sera del delitto risalire pel torrente di Valanidi e che, essendosi essa messa a ridere, il marito la rimproverò dicendole: “Non ridere, non ridere, non si sa quello che può capitare ancora a te” e che essa, a tale richiamo, rivolta al figlio esclamò: “Ne hai fatto uno? Fanne un altro!”.

Dalle indagini emerge un’altra, inquietante pista investigativa che porta a pensare che il delitto sia maturato nell’ambito della malavita locale. Risulta, infatti, che Latella era stato il capo della malavita di San Gregorio, ma dopo che gli venne inflitta l’ammonizione si era dato al lavoro e nella carica di capo era stato sostituito da Francesco Cuzzocrea che, insieme agli altri affiliati, lo odiava perché, dato ch’egli era a conoscenza di parecchi fatti, lo riteneva un confidente della Polizia. Quindi, per tali ragioni fu decisa la sua soppressione, che infine fu commissionata da Cuzzocrea a Calabrò.

Il 24 novembre successivo, raccolte le deposizioni di alcuni testimoni, i Carabinieri arrestano Cuzzocrea con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio. E secondo quanto hanno ricostruito i Carabinieri ci sarebbe anche un altro motivo che spinse Cuzzocrea a ordinare l’esecuzione del calzolaio. Pare, infatti, che Latella  si fosse interessato di far restituire a Giuseppe Minniti da Croce Valanidi la somma di lire cinquanta che, nel mese di maggio, era stata estorta al di lui figlio Antonino dallo stesso Cuzzocrea e da Calabrò, mediante la forza intimidatrice derivante dalla loro appartenenza alla malavita, costringendolo a pagare un pranzo a loro due e ad altri tre ‘ndranghetisti nella cantina di Giuseppe Zema, dicendogli, alla fine, che con quel pranzo era entrato a far parte della malavita. A niente valsero le preghiere del giovane Antonino per riavere indietro il denaro datogli da suo padre per comprare una partita di uova e così, tornato a casa, gli raccontò tutto. Giuseppe Minniti, allora, uscì di casa per andare a denunciare i malfattori, ma lungo la strada incontrò Latella al quale raccontò l’accaduto, ottenendo la promessa che si sarebbe interessato per la restituzione della somma. Più volte Latella mandò il suo garzone a chiamare Cuzzocrea ma questi, ora per un motivo, ora per un altro, non si presentò agli appuntamenti e Latella, infastidito, incontrò Giuseppe Minniti e gli disse: “Io me ne sono interessato ma nulla si è ottenuto. Ve la vedete voi con il Curato”. Curato, il soprannome di Cuzzocrea. A questo punto, Minniti avvertì il padre di Cuzzocrea che avrebbe sporto fra tre giorni denunzia alla Questura e così recuperò la somma, consegnatagli da Francesca Lia.  Poi accaddero due fatti di cui, sul momento, ai Carabinieri non riuscì di individuare le cause: il 15 giugno Latella, nella piazza di Ravagnese, fu fatto segno a due colpi di pistola da parte di Domenico Fascì e riportò una ferita al petto; pochi giorni dopo, in contrada Bovetto, Antonino Cortese, detto “U Rengu” esplose quattro colpi di pistola, senza colpirlo, contro Antonino Minniti con la scusa di essere stato chiamato “cornuto”. E secondo i Carabinieri fu proprio Cuzzocrea ad incaricare Antonino Cortese di dare una buona lezione a Minniti e che per tale ragione chiamò quest’ultimo “infame, spia e traditore”.

A questo punto rispunta fuori la storia del debito che Calabrò aveva con Latella, per resto di due paia di scarpe e gli doveva pure restituire una salvietta con la quale erano state avvolte le scarpe. E viene fuori anche che Latella, quindici giorni prima del delitto, si era recato appositamente a Valanidi con un carrozzino insieme con Antonino Foti e Pasquale Latella. La sera precedente al delitto, inoltre, Calabrò gli promise che l’indomani avrebbe mandato con sua madre il denaro nonché la salvietta piena di fagiuoli, giusta la promessa da lui fatta sin dal primo momento. Il pomeriggio dopo, infatti, la madre di Calabrò portò salvietta e fagiuoli al povero Latella, che poco dopo fu ucciso.

Questi ultimi fatti potrebbero essere interpretati in vari modi; per esempio potrebbero costituire un altro movente, del tutto personale, che avrebbe portato Calabrò al delitto, oppure un rafforzamento dei motivi di odio della malavita per la troppa insistenza di Latella. Vedremo.

Sono innocente, nessun rancore avevo nei confronti di Latella – si difende Cuzzocrea.

– Ci risulta, invece, che ce l’avevi con lui perché si era interessato per la restituzione di cinquanta lire a Giuseppe Minniti, somma che avevate estorto tu e Calabrò al figlio e che per questo hai dato mandato a Calabrò di ammazzarlo.

– Si, è vero che Latella si interessò per le cinquanta lire che il giovane Minniti pagò per il pranzo, ma lo fece spontaneamente, senza che nessuno glielo avesse imposto. E poi io non avrei mai potuto dare il mandato di cui parlate e di cui non so niente perché io e Calabrò siamo nemici!

– Tanto nemici da cenare insieme?

Comunque, qualche testimone conferma l’inimicizia ma gli inquirenti non ci credono, anche perché Calabrò si affretta a precisare di non aver partecipato alla cena nella bettola di Zema. Evidentemente, secondo i Carabinieri, allo scopo di non compromettere Cuzzocrea e poter rispondere lui solo del delitto, giusto il piano prestabilito.

Per la Procura le prove sono sufficienti per chiudere l’istruttoria e chiedere il rinvio a giudizio  di Fortunato Calabrò per omicidio premeditato, Francesca Lia per complicità in omicidio e Francesco Cuzzocrea quale mandante.

La difesa di Cuzzocrea, in una lunga memoria difensiva cerca di smontare uno ad uno i risultati delle indagini e per farlo critica aspramente l’operato del Maresciallo Romano per il diverso giudizio sulla personalità criminale di Demetrio Latella, la vittima, descritto dopo la morte come un uomo dedito al lavoro e pentito del proprio passato, ma in un verbale del 16 giugno 1930, meno di due mesi prima della sua morte, considerato “un pericoloso pregiudicato, capo della malavita di S. Elia” e quindi il cambiamento di giudizio è effetto di una disposizione di animo ostile a Cuzzocrea e di compiacenza e di favore verso la memoria del morto. Poi cerca di far passare un concetto decisivo per la sorte del suo assistito: “un ignobile come Latella poteva usar prepotenza, minacciar violenza contro Calabrò per incitarlo a consegnargli lire cinquecento? Il suo passato, la sua costante tendenza al male lo presumono senz’altro. Si è voluto notare che per lire cinquecento Latella non si sarebbe rivolto a Calabrò, giovane e in condizioni economiche misere, ma il rilievo non va preso in considerazione. Calabrò era un giovane laborioso che non apparteneva a famiglia ricca, ma che poteva certo – attraverso sacrifici, richieste al padre ed eventualmente con azioni poco corrette – procurarsi il denaro. Il capo di malavita, l’uomo dall’anima inquieta, il camorrista che ha un desiderio, un bisogno, un capriccio cerca di ottenere lo scopo rivolgendosi di solito al giovane, che presume debole e non fa esami di situazioni finanziarie. Gli occorrono cinquecento lire? Si manifesta il pensiero con atteggiamento spavaldo e minaccioso, se del caso. Sarà poi cura e interesse dell’altro cercare, sapere trovare la somma, del resto non troppo rilevante”. Certo, se riuscisse a convincere il Collegio o almeno ad insinuare il dubbio che il tentativo di estorsione raccontato da Calabrò ai suoi danni è plausibile, si tratterebbe di un omicidio commesso per motivi personali e quindi cadrebbe la tesi che si trattò di un omicidio di ‘ndrangheta, con l’assoluzione di Cuzzocrea. Ma per avvalorare e rafforzare la tesi del delitto personale, bisogna smontare un altro caposaldo dell’accusa: il pranzo nella bettola di Giuseppe Zema: “ma al Minniti figlio fu imposto il pagamento del pranzo o invece egli lo eseguì liberamente, spontaneamente? Egli osò talvolta asserire che avesse pagato malvolentieri e che Calabrò e Cuzzocrea lo avessero sospinto. Ma tale dichiarazione trova smentita in altra sua successiva parola, quando in un confronto non poté non ammettere che avesse pagato spontaneamente. Eccitato dal padre e da altri espose particolari bugiardi circa il famoso pranzo di pesce stocco. Egli incomincia col riferire che entrò in cantina insieme col Calabrò e col Cuzzocrea che ordinarono del pesce salato e che poi vi si accostarono altri quattro individui che mangiarono con loro. Egli, per perseguire Cuzzocrea, lo pone accanto a sé e accanto a Calabrò nel momento dell’ingresso nella bettola. Solo così, egli pensa, può acquistare valore la sua asserzione, che cioè Calabrò fosse stato con lui presso Cuzzocrea prima dell’entrata nel suo esercizio. Ma c’è chi lo smentisce in pieno. Non solo i fratelli Martino, non solo Lorenzo Artuso, ma anche la cantiniera, che depose di aver visto entrare Calabrò e Antonino Minniti, il figlio di “Brazzuddu” e ordinarono un po’ di pesce salato per poter bere un bicchiere di vino. Dopo una mezzoretta arrivarono Cuzzocrea e i fratelli Martino, che sedettero ad un tavolo per conto loro. Fu propriamente Minniti che, rivolto ai tre, disse: “mettetevi vicino a noi”. Al momento di pagare, poi, i componenti la comitiva dissero che si doveva pagare un po’ per ciascuno, ma Minniti disse all’ostessa: “Signora, io ho ordinato e io debbo pagare”.

Malavita? Ma quando mai! Calabrò e Cuzzocrea non erano dei cattivi soggetti appartenenti alla malavita. Il Maresciallo, con la consueta facilità, li definisce tali, ma la definizione contrasta con i precedenti morali e penali dei due. Cuzzocrea, padre di numerosi figliuoli, ex impiegato ferroviario e fattore del cavalier Giuffrè, non ha nel suo passato una manifestazione qualsiasi che lo possa far sospettare. E allora cosa resta? Resta la generosità di Antonino Minniti, che vuol pagare ad ogni costo e che poi teme le ire del padre al quale deve rendere conto delle lire 124 trattenute indebitamente e spese allegramente.

In ultimo, il movente: l’interessamento di Latella per la restituzione delle cinquanta lire. Non esiste. È certo che le cinquanta lire furono restituite. Se Cuzzocrea fosse il tipo che calunniosamente viene definito, se avesse provato disappunto, si sarebbe opposto alla restituzione. Forte delle sue buone ragioni, consapevole della spontaneità del pagamento del giovane Minniti, non solo restituì la sua quota, ma si adoperò perché fosse restituita quella degli altri.

Ma è una memoria difensiva retoricamente mafiosa e i testimoni addotti sono tutti pregiudicati affiliati, secondo i verbali dei Carabinieri, alla ‘ndrangheta e il Collegio della Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Messina, il 27 giugno 1931, la respinge e accoglie la richiesta della Procura, rinviando tutti e tre gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Reggio Calabria.

Il dibattimento si svolge il 23 febbraio 1932 e la Corte, il 19 marzo successivo, dichiara Calabrò Fortunato colpevole dei reati a lui ascritti e Cuzzocrea Francesco colpevole di avere eccitato e rafforzato nel Calabrò la risoluzione di commettere l’omicidio, con l’aggravante della premeditazione e condanna Calabrò Fortunato, all’epoca dei fatti minore degli anni 21 e con le circostanze attenuanti, ad anni 20, mesi 10 e giorni 8 di reclusione; condanna Cuzzocrea Francesco ad anni 15 di reclusione. Per entrambi pene accessorie, spese e danni.

Francesca Lia viene assolta per insufficienza di prove.[1]

[1] ASRC, Corte d’Assise di Reggio Calabria.