IL PROPRIETARIO DEL BORDELLO

È l’alba del 16 giugno 1930 a Corigliano Calabro quando alcuni passanti scorgono nella cunetta di Via Margherita, sul lato che dall’abitato centrale conduce alla stazione ferroviaria, il cadavere di un uomo. Qualcuno lo riconosce, si tratta di Francesco Groccia.

Gli inquirenti ed i periti, dall’esame del cadavere, dalla località in cui è stato trovato, dalle notizie raccolte sulle abitudini di Groccia e dall’autopsia, ritengono che la morte sia stata causata dalla caduta accidentale della vittima dal muro che sovrasta il punto in cui è stato trovato. Caso chiuso.

Nell’autunno del 1930, però, i Carabinieri, indagando su di una presunta associazione per delinquere, vengono informati da alcuni confidenti che la morte di Groccia non fu accidentale e il bello è che praticamente tutti, tranne le forze dell’ordine e i magistrati inquirenti, sapevano fin dal primo momento che Groccia, frequentatore di un postribolo di proprietà di Giuseppe Albanese, ma condotto dalla cognata Teresa La Grotteria, solito ad ubriacarsi, era stato nel postribolo il pomeriggio del 15 giugno, che ivi era giaciuto con certa Santoro, che si era detto come in tale occasione la prostituta Maria avesse avuto modo di vedere che Groccia teneva alquanto denaro nel portafoglio, che la prostituta Grazia, detta Pupetta, aveva più tardi saputo che nella casa di tolleranza si attribuiva la morte di Groccia all’opera di Giuseppe Albanese e di alcuni suoi compagni.

Partono, così, nuove e più approfondite indagini e dalle dichiarazioni più particolareggiate fornite da Grazia e da Francesco Meligeni, servo alle dipendenze di Albanese e di Teresa La Grotteria, si ha il fondato sospetto che Giuseppe Albanese da Scilla, Aurelio Ricci da Ceglie Messapica e Giovanni Calabrese da San Giorgio Jonico uccisero il povero Groccia e poi lo depredarono del denaro che aveva nel portafogli. Certo, un conto è un fondato sospetto, un altro è trovare i riscontri che trasformino il tutto in prove concrete e per farlo bisognerebbe ricostruire la dinamica dei fatti, l’arma usata, il movente. Insomma si è ancora in alto mare, ma intanto i tre vengono arrestati.

I due testimoni però, oltre a queste informazioni, raccontano anche che Albanese è il capo della malavita che si è formata a Corigliano e fanno i nomi di moltissime altre persone che si sarebbero associate al capo. Tutti denunciati per associazione per delinquere, ma tutto risolto in una bolla di sapone perché, come al solito, sembra impossibile che dei rubagalline ignoranti abbiano la sfrontatezza e la capacità di associarsi, dandosi anche delle ferree regole di comportamento. Ma questa è un’altra storia, meglio occuparci della morte di Francesco Groccia.

Giovanni Calabrese non regge e, quando viene interrogato dal Maresciallo, confessa:

– I fatti sono andati così: Groccia, la sera del fatto, verso le ventiquattro o poco prima, si era fermato ad ingiuriare Albanese dalla strada e costui, fortemente irritato, uscì armato del manico di una pala e seguì Groccia, lo colpì al capo e lo fece stramazzare a terra, ove rimase cadavere, poi disse a Ricci di aiutarlo a trasportare il cadavere, ma questi rifiutò e allora venne da me e mi costrinse a trasportare il cadavere, da me poi gettato a terra ai piedi del muretto e poi, senza curarmi d’altro, mi allontanai. Albanese rimase alcuni minuti presso il cadavere, senza che io possa dire quello che fece

Ma poi ritratta davanti al Giudice Istruttore:

La dichiarazione mi è stata estorta dai Carabinieri con la violenza, io nemmeno ero a Corigliano quel giorno perché il 12 giugno, incaricato dal signor Alfonso Cilento di formare una squadra di lavoratori per la raccolta del grano nella Piana di Sibari, ero partito per Taranto, dopo avere ricevuto trecento lire dal suo massaro,  e mi accompagnai con un mio paesano per andare a San Giorgio Jonico. Da lì telegrafai al signor Cilento per avere altro denaro, necessario per l’ingaggio e il trasporto dei lavoratori. Il denaro mi fu spedito a San Giorgio Jonico a mezzo vaglia telegrafico e ripartii con i lavoratori il 18 giugno, fermandomi a Sibari… posso indicare varie persone che mi hanno visto e posso anche esibire tutti i documenti che ho nominato

E infatti fornisce le copie autentiche del telegramma spedito a Cilento il 14 giugno e la ricevuta del vaglia telegrafico di 200 lire speditogli da Cilento il 16 giugno a San Giorgio Jonico. Un alibi inattaccabile. O forse no, perché gli inquirenti hanno un dubbio: potrebbe essere possibile che dopo aver spedito il telegramma Calabrese sia rientrato a Corigliano, da dove potrebbe essere ripartito la mattina del 16, dopo commesso l’omicidio. Perché questo dubbio? Prima di tutto c’è la sua confessione, seppure poi ritrattata, davanti ai Carabinieri e a due testimoni; poi ci sono Grazia e Francesco Meligeni che giurano di averlo visto nel postribolo la sera del 15. Da una verifica degli orari dei treni, la tesi che Calabrese sia rientrato a Corigliano prima dell’omicidio e sia ripartito subito dopo è assolutamente fondata e per lui potrebbero essere guai molto seri.

Albanese e Ricci tengono duro e negano tutto. Di punto in bianco, però, Albanese chiede di essere ascoltato dal Giudice Istruttore e racconta:

La sera del 15 giugno, mentre mi trovavo in casa di Teresa La Grotteria, udii un ubriaco che dalla strada lanciava contro di me atroci ingiurie. Attesi un po’ senza muovermi, ma poi, udendo che il mio offensore si era messo a tirar pietre contro la porta, uscivo in strada insieme a Ricci e, preso un manico di scopa, colpivo con questo al capo dell’individuo, che nemmeno mi curai di stabilire chi fosse. L’uomo proseguì il suo cammino senza reagire ed io non mi preoccupai oltre della cosa. Dopo aver cenato insieme a Ricci, a certo Coletti, a Teresa e alla mia amante Rosa, andai a riposare. Il giorno dopo uscii per tempo e andai con Ricci a Castrovillari per acquistare un cavallo, secondo un progetto da tempo stabilito. Ritornato a Corigliano con Ricci, venni a conoscenza del ritrovamento del cadavere di Groccia nella cunetta di Via Margherita.

Praticamente una disgrazia, che però ha tenuto nascosta per mesi. Gatta ci cova.

A questo punto anche Ricci ha qualcosa da raccontare:

Groccia, la sera del fatto, verso le ventiquattro o poco prima, si era fermato ad ingiuriare Albanese dalla strada e costui, fortemente irritato, uscì armato del manico di una pala e seguì Groccia, lo colpì al capo e lo fece stramazzare a terra, ove rimase cadavere. Allora cercò di farsi aiutare da me per trasportare altrove il cadavere, ma io mi rifiutai… – dichiarazione identica a quella data da Calabrese e poi ritrattata.

Raccontati così i fatti sono assolutamente diversi, ma la prima ipotesi di reato fatta dagli inquirenti di  omicidio a scopo di rapina in concorso non regge e le imputazioni vengono modificate in omicidio volontario per Albanese, concorso in omicidio volontario per Ricci e favoreggiamento per Calabrese. Tutti, inoltre, di correità in furto semplice, perché avvenuto come conseguenza e non come movente del delitto, in danno di Groccia. Ed è per questi reati che i tre vengono rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Rossano.

Durante il dibattimento Albanese conferma la sua versione dei fatti, Ricci ritratta tutto e Calabrese ribadisce che lui non era a Corigliano la notte del delitto. Tutti e tre, inoltre, si dichiarano, ovviamente, innocenti anche per il reato di furto semplice.

Per la Corte non c’è alcun dubbio che Francesco Groccia sia morto a causa di un colpo al capo vibratogli da Giuseppe Albanese e che non si trattò di incidente: inquirenti e periti avrebbero dovuto capirlo immediatamente dopo che fu trovato il cadavere perché, se la lesione alla parte posteriore del capo fosse stata riportata nel posto dove fu rinvenuto, nella cunetta ci sarebbe dovuta essere una abbondante chiazza di sangue, mentre ne fu trovato poco e in parte coagulato. È una esplicita critica alle indagini. E che Groccia non continuò a camminare dopo aver subito la bastonata in testa, come continua a sostenere Albanese, ma morì praticamente sul colpo, è provato dai risultati dell’autopsia che accertò la frattura delle ossa occipitali e un forte stravaso di sangue.

La verità, dice la Corte, è che Groccia, colpito, cadde a terra e poi fu trasportato di peso e gettato nella cunetta di Via Margherita; questo non perché lo hanno raccontato Ricci e Calabrese, che poi hanno ritrattato, ma perché i periti hanno accertato la presenza di vomito nella gola della vittima e la profusa emorragia dalla ferita, ma nella cunetta non si rinvenne alcuna traccia di vomito e, come già evidenziato, poche tracce di sangue, quindi il delitto è avvenuto altrove. Detto questo, la Corte accoglie per buono il fatto che Albanese, udite le frasi oltraggiose pronunciate da Groccia nei suoi confronti e notato il lancio di sassi contro la porta, preso da ira, armatosi del primo bastone che gli capitò tra le mani, uscì per dare una lezione all’ubriaco petulante che lo offendeva pubblicamente e lo colpì al capo, senza avere l’intenzione di ucciderlo.

Certo, si potrebbe obiettare che una bastonata data con tanta violenza da fratturare le ossa del cranio non sembra voler “dare una lezione”, ma certamente la Corte ha valutato correttamente per l’unicità del colpo inferto e avendo avuto la possibilità di guardare negli occhi l’imputato e capire se stesse mentendo – cosa consentita all’imputato – o no. E quindi, riaffermando la responsabilità dell’imputato, aggiunge: è manifesto, per tutte le circostanze del fatto, che Albanese non poté essere in quel momento dominato dalla precisa intenzione di togliere la vita al suo avversario. E siccome non vi è dubbio che Giuseppe Albanese abbia agito in uno stato di ira determinato da fatto ingiusto di Francesco Groccia, la Corte ritiene di potergli concedere l’attenuante della provocazione lieve.

Per quanto riguarda Aurelio Ricci, la Corte osserva che non esistono nel processo elementi sufficienti per affermare il suo concorso nell’uccisione di Groccia. Certo, se non si può escludere che l’imputato abbia, sia pure in modo minore, cooperato al delitto, non si può d’altra parte affermare che siano emersi elementi obiettivi di prova in base ai quali la Corte possa affermare tranquillamente la reità del giudicabile quale cooperatore immediato, né quale complice, come vorrebbe la pubblica accusa. In tali condizioni si impone l’assoluzione di Ricci per insufficienza di prove per il delitto di omicidio.

La posizione di Giovanni Calabrese è molto delicata, ma la Corte non ha dubbi: è provata la sua responsabilità per il delitto di favoreggiamento. E spiega: non si può negare che l’alibi offerto dall’imputato abbia una certa importanza; per le deposizioni si ha motivo di ritenere, in conformità della prova documentale offerta, che Calabrese il 14 giugno 1930 si trovasse a San Giorgio Jonico e che in tale località si trovasse anche la sera del successivo giorno 16. Tuttavia va invece tenuto presente che, pur trovandosi a San Giorgio Jonico il 14 giugno, Calabrese poteva con tutta comodità essere a Corigliano il giorno dopo e poi ripartire il 16 per il suo paese, senza dare ai compaesani la sensazione del suo allontanamento temporaneo. D’altra parte, Calabrese in un primo momento, subito dopo il suo arresto, in presenza del podestà di Corigliano e di altri cittadini di quel comune, dichiarò ai Carabinieri di aver preso parte al delitto, confessando di avere trasportato il cadavere di Groccia da San Domenico a Via Margherita, collocandolo in modo da far supporre che la morte fosse dovuta a disgrazia. Inoltre, le sue dichiarazioni concordano con quelle di Ricci e la sua presenza a Corigliano il giorno del fatto è ammessa dalle testi La Grotteria e dalla prostituta Grazia.

Resta da esaminare il reato di furto semplice addebitato a tutti e tre. La Corte liquida subito la questione affermando che non è rimasto provato che Groccia avesse, al momento della sua morte, una somma di denaro superiore a quella che gli venne trovata in tasca. Non è provato, quindi, che gli imputati abbiano commesso il delitto di furto semplice e quindi vanno assolti per insufficienza di prove.

Le pene: Domenico Albanese viene condannato, per il reato di lesioni seguite da morte, ad anni 8 di reclusione, oltre alle pene accessorie e alle spese. Giovanni Calabrese viene condannato, per il reato di favoreggiamento, ad anni 1 di reclusione, oltre alle pene accessorie.

La Corte dispone l’immediata scarcerazione di Aurelio Ricci, se non detenuto per altra causa, e quella di Giovanni Calabrese, che ha già scontato la pena con la carcerazione preventiva.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Rossano.