UN VERO ASSALTO AL COLTELLO

È il pomeriggio del 24 aprile 1894 e la cantina di Giuseppe Martire a Pedace è piena di avventori, la maggior parte dei quali giocano a carte e bevono vino. Altri bevono e basta. Molti sono ubriachi. Entrano altri due avventori, Matteo Cava e Luigi Lupo, e ordinano un mezzo litro di rosso:

– Non te ne do vino, sei già ubriaco – dice il cantiniere a Matteo Cava.

Lo devo complimentare al mio compagno, io non ne voglio – risponde quello biascicando le parole, ma l’oste continua nel suo rifiuto e Cava continua ad insistere finché ottiene il mezzo litro che, ovviamente, bevono insieme.

Sono ormai le 16,30 e i due amici ordinano un altro mezzo litro che il cantiniere serve loro senza discutere, dopo la promessa che Matteo Cava quel mezzo litro se lo porterà a casa. Così, Cava, barcollando, si alza ed esce, ma quel vino non lo berrà perché la bottiglia gli cade di mano e si rompe. Contemporaneamente, da uno dei tavoli dove si gioca a carte si alza anche Gabriele Scarcella, che paga il conto ed esce insieme a Cava:

– Appoggiati che ti accompagno a casa – fa Scarcella all’altro.

– Appoggiati tu che sei più ubriaco di me – gli risponde ridendo sguaiatamente.

– Siamo ubriachi tutti e due! – e si mette a ridere anche lui.

Poco distante dalla cantina, sulla Piazza Pezze accanto al campanile della chiesa, ci sono il possidente Baldassarre Rota, il medico del paese Filomeno Martire ed il mugnaio Antonio Valente che stanno chiacchierando tra loro e vedono i due che ridono barcollando. Poi pare che qualcosa tra i due cambi e quando sono a pochi metri da loro, sentono distintamente le parole che si scambiano:

Tu hai due mogli e non puoi averne una terza, non ti darei mia figlia neanche se venissi carico di oro e brillanti! – dice Scarcella.

È stata la porcella di mia cognata e di Antonia Felice… – risponde Cava. Poi, all’improvviso, sbotta – io non ho paura di te, andiamo al fiume o alla fontana del convento a farla fuori!

Che mi devo fare con te? – dice Scarcella.

Te lo faccio vedere adesso! – urla mentre toglie dalla tasca un coltello a serramanico, che apre con i denti, poi con la mano sinistra afferra l’avversario per il petto e comincia a tirargli colpi, senza però riuscire a ferirlo. In questi pochi, concitati e drammatici secondi anche Scarcella mette mano al suo coltello a scatto e avviene un vero assalto al coltello, del quale nessuno riesce a vedere o capire chi dei due può avere la meglio e chi la peggio. Ad un tratto Scarcella cade a terra immobile e Cava scappa. I presenti pensano che, purtroppo, c’è scappato il morto, ma Scarcella si rialza e si mette ad inseguire Cava urlando:

Vile! Ha tirato il coltello ed è fuggito!

Proprio in questo momento arrivano sul posto il fratello di Matteo Cava ed un altro paio di persone che riescono a bloccare Scarcella e tutto sembra essere finito senza conseguenze, se non uno strappo alla sua giacca, dovuto ad una delle coltellate.

Ma sicuramente delle conseguenze ci saranno perché la lite è avvenuta praticamente davanti alla caserma dei Carabinieri, che hanno sentito le urla e sono usciti sulla piazza trovando Scarcella col coltello in mano:

– Favorite in caserma – gli dicono prendendolo per le braccia dopo essersi fatti consegnare l’arma e proprio mentre arriva la notizia che Cava ha due ferite al petto.

Due anni or sono Matteo Cava mi manifestò il desiderio di prendere in moglie una delle mie figlie a nome Teresina, proposta che punto non mi poteva aggradare perché era notoria la cattiva condotta ed i mali costumi di lui che si era tenuto in concubinato già due donne, che poi aveva abbandonato; fin da quel giorno io, con le buone, tentai di dissuadere Cava perché dimettesse un tale pensiero e sembrava che si fosse convinto perché in seguito e pel corso, quindi, di due anni circa più non se ne fece parola, restando entrambi buoni amici e senza che lui manifestasse alcuna idea di risentimento. Ora avvenne che oggi a sera, tanto io quanto Cava ci trovassimo nella cantina di Ambrogio Martire a bere del vino, sebbene ciascuno fosse per sé. Io mi bevvi circa mezzo litro di vino, dopo di che lasciai l’esercizio, seguito quasi subito da Matteo Cava. In strada percorremmo alquanti passi insieme senza pronunziare parola alcuna, se non che, ad un certo punto, Cava, soffermandosi ed improvvisamente irritato, mi rammentò il rifiuto fattogli della mano di mia figlia, soggiungendo che egli di un tale rifiuto non si era scordato. E poiché potei riconoscere il contegno aggressivo di Cava, che appariva oltremodo brillo, con le buone maniere come già feci la prima volta, lo consigliai alla persuasione, non sottacendogli, del resto, che io non potevo concedere la mano di mia figlia, ragazza onesta, ad un uomo che così notoriamente era dipinto come di non buoni costumi. Allora Cava, improvvisamente e senza darmi tempo di mettermi in difesa, mi abbrancò con la sinistra mano al petto e destramente estrasse con la destra un coltello col quale mi colpì al braccio sinistro, senza però ferirmi perché per buona ventura il grosso panno della giacca mi fece riparo. In quel momento io, accecato dall’ira, temendo di essere stato ferito, temendo ancora delle conseguenze più gravi, tirai il coltello dalla sacca e mi difesi, vibrandolo al petto dell’avversario, son so se una o due volte; Cava allora si allontanò da me dirigendosi verso la sua abitazione e io, mentre con la gente accorsa mi ero soffermato a discorrere della lite pocanzi avvenuta, venni arrestato da voi…

Da quando è avvenuta la lite sono passate appena due ore e, mentre i Carabinieri stanno uscendo per andare a prelevare a casa l’altro coinvolto nella rissa, arriva la notizia che Matteo Cava è morto. Adesso si tratta di omicidio e Scarcello viene sentito di nuovo per chiarire alcune cosette:

Pur confermando il mio delitto, dichiaro però che, oltre a non avere avuto intenzione alcuna di uccidere Cava, fui da lui gravemente provocato e che fui indotto a commettere il ferimento per difendere la mia persona, già attaccata dall’avversario nel modo aggressivo di cui ho raccontato.

E se verrà accertato che le cose sono davvero andate come ha raccontato Scarcella, non c’è dubbio che si è trattato di legittima difesa. Nel frattempo Pasquale Cava, il fratello della vittima, si presenta dal Pretore di Spezzano Sila e sporge querela contro Scarcella, raccontando una storia completamente diversa:

Nessun motivo di rancore animava la nostra famiglia contro Scarcella, vicino di casa e da noi benvisto. Invece Scarcella fu quegli che provocò la contesa. Mio fratello era manifestamente ebbro perché reduce da altre cantine, a malapena poteva reggersi in piedi. Quando Matteo uscì dall’osteria, Scarcella lo seguì offrendoglisi come appoggio, al che mio fratello rifiutò dicendo che avrebbe fatto una cattiva figura presso la gente, ma Scarcella insistette e come furono in strada cominciò ad interrogarlo se fosse vero che aspirasse alla mano di una sua figlia e Matteo rispose negativamente, aggiungendo che mai aveva avuta una tale idea perché aveva già altra donna. La contesa si accalorò ed i litiganti, trascesi alle vie di fatto, si scagliarono l’un contro l’altro contemporaneamente con i coltelli, vibrando lo Scarcella due colpi a mio fratello, che subito fuggì a casa e appena arrivò ai piedi della scala dell’abitazione, stramazzò a terra

Chi dice la verità? Intanto bisognerebbe che qualcuno chiedesse a Pasquale Cava come sa queste cose, visto che non era presente al fatto, ma di certo deve avergliele raccontate Matteo prima di spirare.

Scarcella ha dichiarato di non avere avuto la volontà di uccidere Matteo Cava e potrebbe essere difficile dimostrare il contrario con prove testimoniali, ma forse potrebbe essere smentito dai risultati dell’autopsia.

Quando il Pretore ed il dottor Filomeno Martire arrivano a casa dell’estinto, lo trovano disteso su un letto, già ricomposto, con indosso un abito di zigrino blu, scarpe ed un asciugamano che gli copre il collo e parte della faccia; alla mano sinistra tiene un rosario. Ovviamente non è possibile procedere all’autopsia in casa, quindi il cadavere viene fatto trasportare nella camera mortuaria del cimitero e qui il perito accerta che sul torace del fu Matteo Cava ci sono due lesioni prodotte da arma da punta e taglio penetranti in cavità. La prima, sulla località parasternale destra, ha perforato la pleura ed il polmone. La seconda, sulla base dell’appendice ansiforme, è arrivata fino al cuore perforando il ventricolo destro e ledendo anche il pericardio. Dopo aver constatato tutto ciò, la diagnosi è semplice: la ferita del cuore e del pericardio ha procurato una emorragia bruta e di conseguenza la morte è dovuta all’arresto della funzione cardiaca, effetto quasi immediato sia della ferita in sé del muscolo cardiaco e sia della emorragia stabilitasi nel cavo del pericardio.

Questa è una brutta notizia per Gabriele Scarcella perché per procurare ferite di tale gravità servono dei colpi inferti con estrema violenza, anche in considerazione del fatto che la lama del coltello a scatto adoperato per colpire Cava è lunga dieci centimetri, e adesso sarà quasi impossibile credere che non colpì per uccidere.

Ma prima di prendere qualsiasi decisione bisogna ascoltare i testimoni del fatto e questi lo raccontano esattamente come lo abbiamo narrato. Anche gli avventori della cantina confermano che i due non parlarono tra loro mentre bevevano a tavoli diversi. Tutto ciò porta a credere alla versione dell’imputato, però suona strano se messo in relazione alla violenza dei colpi riscontrata dall’esame autoptico. Per gli inquirenti sarà una decisione difficile da prendere.

Il Pubblico Ministero, però, sembra non avere il minimo dubbio e nel trasmettere gli atti alla Camera di Consiglio, scrive: dalle circostanze  del fatto si appalesa chiara e manifesta la intenzione omicida in quanto il mezzo adoperato era efficace a raggiungere il fine ed i colpi furono ripetuti e distinti in parti vitali del corpo dell’infelice estinto. Omicidio volontario. La Camera di Consiglio, a sua volta, sposa in pieno questa tesi e trasmette gli atti alla Sezione d’Accusa che dovrà decidere definitivamente se si tratta di omicidio volontario o di legittima difesa. Il 26 giugno 1894 arriva la sentenza: omicidio volontario. Così l’imputato viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.

Il dibattimento è fissato per il 30 luglio 1894 e in una sola udienza la Corte emette la sentenza: Gabriele Scarcella è responsabile di omicidio volontario, con la circostanza attenuante di averlo commesso per eccesso di difesa al seguito di grave provocazione. Oltre a queste due attenuanti, la Corte ritiene l’imputato meritevole della concessione delle attenuanti generiche per cui la pena viene fissata in complessivi anni 5 di reclusione, più pene accessorie, spese e danni.

Il 17 dicembre 1894 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Gabriele Scarcella.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.