IL PRODOTTO ABORTIVO

Stella Pugliese è una contadina trentaquattrenne di Placanica in provincia di Reggio Calabria. Della frazione Sambiase, per l’esattezza. Stella è sposata con figli, il maggiore dei quali è una ragazzina di 13 anni. Stella è sposata con figli ma vive senza il marito, emigrato da qualche anno Allamerica in cerca di fortuna. Stella non gli è rimasta fedele perché ha da tempo un relazione con il contadino suo compaesano Antonio Pugliese, di dieci anni più giovane.

Stella, nel mese di novembre del 1933 rimane incinta ed è un grosso guaio. Per mesi riesce a nascondere la sua disonorevole condizione, ma la sera del 7 maggio 1934, accusando un grave malessere, sollecita la visita del dottor Ilario Raspa.

– Guardate come mi sono gonfiata… mi sento malissimo! – gli dice subito, cercando disperatamente di dissimulare la gravidanza. Ma ha davanti un medico e Raspa non impiega che qualche secondo a capire tutto. La fa stendere sul letto, la visita accuratamente ed espone le sue conclusioni:

– Avete qualche piccola perdita sanguigna, c’è una lieve minaccia di aborto… da quando, esattamente siete gravida? Io direi da sei a sette mesi

– Più o meno… – risponde Stella, tutta rossa per la vergogna.

– Dovete stare a riposo altrimenti possono sorgere guai grossi…

Guai grossi? E quale guaio più grosso potrebbe capitarle se non quello di essere svergognata in pubblico e lasciata in mezzo alla strada dal marito?

Dopo quattro giorni, l’11 maggio, il dottor Raspa torna a casa di Stella per una visita di controllo e riscontra che si era verificato l’aborto.

– Quando è successo? Perché non mi avete chiamato? Non avete seguito la mia prescrizione di starvene a riposo, maledizione!

Fin da due giorni avanti, la notte del 9

– Vi ha aiutata qualcuno?

– No, nessuno se ne è accorto… lo sapete, sono sposata con figli e non ho voluto palesare a nessuno le mie condizioni

– Il feto dov’è?

È ancora nascosto in quell’angolo, dietro la madia

Il dottor Raspa va a frugare dietro la madia e rinviene il prodotto abortivo, constatando che, in effetti, è un feto di sette mesi, chiuso ancora nel sacco integro delle acque e con la placenta intera attaccata al di fuori. Non perde tempo. Con l’involto contenente la creaturina corre dai Carabinieri per denunciare l’accaduto e in caserma redige il suo referto medico: escludo, a mio giudizio, ogni dolo e pratica abortiva da parte della Pugliese Stella, trattandosi da strapazzo corporeo avvenuto pochi giorni prima dell’aborto.

Cose che possono capitare ad una donna che deve lavorare duramente per portare a casa il pane. E può capitare ad una donna che abortisce da sola in casa di prendere un’infezione, come la prende Stella, le cui condizioni di salute peggiorano di ora in ora, tanto che la sera del 13 maggio, alle 23,00, muore, ma prima di morire ha il tempo di dire ai suoi fratelli, a sua suocera, a sua figlia ed ai vicini che sono accorsi al suo capezzale:

La causa del mio male deve attribuirsi ad Antonio Pugliese. Ho ingoiato un medicinale che mi ha dato il mio amante, allo scopo di procurarmi l’aborto

Vengono avvisati i Carabinieri che si fanno ripetere dai testimoni le parole ascoltate e quando parla Filomena, la figlia di Stella, i militari rimangono a bocca aperta:

Un giorno, in contrada Api, Pugliese consegnò a mia madre una bottiglietta contenente medicinale, dicendole:Prendila in tre volte e non avere paura perché non ti fa male”.

Anche i fratelli di Stella, Fiorino e Pasquale, aggiungono dell’altro, che non interessa direttamente l’aborto, ma che delinea altri reati ai loro danni: un accoltellamento con esiti invalidanti, non denunciato, avvenuto nel 1929 e una minaccia a mano armata, avvenuta in un periodo imprecisato, in un luogo imprecisato e senza la presenza di testimoni. Ovviamente questi fatti, dicono i fratelli Pugliese, sono avvenuti perché, sapendo della relazione adulterina della sorella, cercavano di convincere l’amante a lasciarla in pace, ottenendo come risultato l’accoltellamento e la minaccia di morte.

Dopo queste rivelazioni i Carabinieri cercano la famosa bottiglietta ovunque, ma non la trovano e nemmeno Filomena sa che fine abbia fatto, ma nel frattempo appare sempre più evidente che la relazione tra Stella ed Antonio era un fatto notorio, tanto è vero che, se non si riesce a trovare la bottiglietta, spuntano molti testimoni che giurano di avere visto Antonio dare il medicinale a Stella e di avergli sentito pronunciare le stesse parole riferite da Filomena.

E non importa, se così stanno le cose, che la bottiglietta non si trovi, Antonio Pugliese deve essere rintracciato ed arrestato con l’accusa di procurato aborto seguito da morte, lesioni gravi e minaccia a mano armata.

– Si, anni fa ho avuto relazioni intime con la povera Stella Pugliese, ma tutto era già finito molto prima che abortisse…

– Ci sono testimoni che dicono di averti visto dare una bottiglietta di medicinale alla Pugliese per farla abortire…

– Medicinali per farla abortire? Ma quando mai! Ve lo ripeto, tra me e la Pugliese tutto era finito molto tempo prima!

– Dell’accoltellamento di Fiorino Pugliese e delle minacce a Pasquale Pugliese ne sai qualcosa?

– No!

Antonio resiste, ma almeno l’accoltellamento è costretto ad ammetterlo quando viene messo a confronto con Fiorino:

– Si… lo ammetto, ma si trattò di un semplice scambio di persona

Intanto, il 17 maggio, Filomena si presenta in caserma con in mano tre pezzetti di vetro con incrostazioni.

Sono i rimasugli della bottiglietta! Li ho trovati vicino casa, certamente l’avevano presa i miei fratellini e, giocando, l’hanno rotta e buttato i pezzi.

Bisognerà farli analizzare. Le testimonianze si susseguono e descrivono Antonio come un donnaiolo impenitente. Ma qualcuno insinua anche che, un mese prima del fatto avesse atteso a comporre una miscela di limatura di ferro, calce e polvere di vetro che, secondo la credenza popolare, avrebbe efficacia di produrre l’aborto.

I periti avranno il loro bel da fare, anche perché non c’è certezza sulla data in cui Antonio avrebbe consegnato la bottiglietta a Stella. Filomena prima la colloca un paio di mesi prima del fatto, poi un mese prima, come fanno alcune donne presenti al fatto. Ma è possibile che il fantomatico medicinale abbia potuto fare effetto in un tempo così lungo? E poi, è possibile che il dottor Raspa si sia così grossolanamente sbagliato, confondendo un avvelenamento con un aborto spontaneo? Si, i periti avranno proprio un bel da fare per sciogliere questi dubbi.

Qualche dubbio potrebbe essere sciolto dall’autopsia, ma questa accerta solo ovvietà e quindi bisognerà aspettare la parola decisiva dell’analisi chimica sui frammenti di vetro e sui resti di Stella.

Pertanto i pezzi di vetro e le visceri della Pugliese vengono affidati al professor Sirianni dell’Università di Messina ed al professor Giuffrè dell’Istituto Industriale della stessa città i quali, il 5 agosto 1935, relazionano: Dalle ricerche macro – micro chimico-tossicologiche eseguite sui visceri e loro contenuto non risulta presenza di polvere di ferro, di segata di corniolo, di alcaloidi e di altre sostanze in genere. Quanto al reperto costituito da frammenti di vetro di bottiglia rotta, possono dire di avervi trovato, aderente, del carbonato di calcio e verosimilmente di polvere finissima di vetro che fa supporre, solo supporre, la presenza di polvere più grossa di vetro andata perduta per mancata sufficiente adesione nello strato soffice di sostanza calcarea riscontrata. Tali sostanze non sono notoriamente abortive. La polvere di vetro, se assunta in granelli di una certa grossezza, non come quella impalpabile da noi verosimilmente ritrovata, può determinare contrazioni peristaltiche intestinali e, per via riflessa, contrazioni uterine espulsive, ma poiché dagli atti risulterebbe che tale sostanza sarebbe stata assunta molto tempo prima della morte, possiamo categoricamente escludere che l’aborto e la morte siano stati determinati da essa. Le condizioni in cui fu espulso l’uovo ed i dati dell’esame necroscopico materno, indicano soltanto essersi verificato un aborto interno con emorragia ed infezione che condussero a morte la donna. La notizia di mancanza di vomito e di diarrea, quest’ultima solo confermata dalla nostra costatazione di feci formate nell’intestino, nonché l’assenza di qualsiasi alterazione infiammatoria della parte gastro-intestinale, ci indirizzano ad escludere l’assunzione di sostanze abortive o comunque tossiche. Nessun dolo emerge.

Tutto chiarito, Antonio Pugliese non c’entra davvero niente con l’aborto e con la morte di Stella. Almeno fino a che non si fa avanti il dottor Barillaro, uno dei due periti che effettuarono l’autopsia, il quale, il 4 settembre 1935, confuta con una propria relazione le conclusioni dei periti messinesi, asserendo che l’aborto e la conseguente morte furono provocate da ingestione di sostanze che hanno esercitato effetti dannosi sull’organismo sin dal primo momento ed hanno determinato contrazioni lente e continue nell’apparato viscerale e nell’utero gravido, tanto da provocare l’espulsione del feto immaturo. Quindi, secondo Barillaro, non ha importanza il lungo tempo trascorso dall’ingestione della sostanza contenuta nella bottiglietta perché gli effetti sono durati nel tempo, fino agli esiti fatali.

Tanto questo ragionamento che l’accusa lanciata da Stella in punto di morte contro il suo amante – si sa che in punto di morte nessuno riesce a mentire – convincono il Giudice Istruttore e Antonio Pugliese viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Locri per rispondere di tutti i reati che gli vengono contestati.

La Corte, però, non è d’accordo e confuta punto per punto le conclusioni di Barillaro partendo da dati oggettivi certi come l’assenza di ogni traccia di polvere di vetro nei reperti e la dottrina medica che non ritiene assolutamente abortive le sostanze eventualmente ingerite da Stella Pugliese. Ma c’è di più: Barillaro non ha dati certi in mano per arrivare alle sue conclusioni, semplicemente desume che vi siano stati forti dolori, contrazioni addominali ed uterine, erroneamente presuppone una sintomatologia (vomito, diarrea) che nessuno ha constatato, nemmeno i familiari e nemmeno il dottor Raspa che ha visitato due volte la Pugliese. Laonde, da premesse errate e non dimostrate, ha dedotto conclusioni che non possono essere accettate, specialmente dopo il responso dei periti chimici, i quali obiettivamente hanno escluso la presenza di sostanze tossiche che abbiano agito per via riflessa sull’utero. Per arrivare al risultato negativo delle ricerche dei periti chimici, il dottor Barillaro ha spiegato che le sostanze tossiche o sono state eliminate o si sono annidate nelle mucose degli intestini, sfuggendo ad ogni indagine, anche del microscopio. Una mera ipotesi campata in aria, non essendo accompagnata da qualsiasi altro sicuro elemento probatorio e quindi non può essere accolta come fondamento di responsabilità.

Se, come argomenta la Corte, le cose stanno così, nemmeno la dichiarazione fatta da Stella in punto di morte, cioè di avere ingerito una misteriosa sostanza datale dal suo amante, può essere presa in considerazione come prova sicura perché lo dicono i risultati scientifici della perizia chimico-tossicologica, seppure qualche piccolo dubbio sembri ancora persistere.

Ma se c’è anche un piccolissimo dubbio sulle cause dell’aborto e conseguentemente su quelle della morte di Stella, è chiaro che Antonio Pugliese non può essere condannato ma deve essere assolto, almeno per insufficienza di prove, dalla grave imputazione di procurato aborto seguito da morte. E questa è precisamente la decisione della Corte, che non riscontra elementi di prova nemmeno per quanto riguarda l’accusa, troppo vaga, di minaccia a mano armata nei confronti di Pasquale Pugliese e quindi l’imputato va assolto anche da questa accusa per non aver commesso il fatto.

Gli elementi di prova, però, ci sono per quanto riguarda l’accoltellamento che ha lasciato a Fiorino Pugliese limitazioni funzionali al braccio ferito e per questo reato la Corte condanna l’imputato a 3 anni di reclusione, aumentati di altri 6 mesi per l’aggravante dell’arma.[1]

Non risultano ricorsi contro la sentenza.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.