UN MALEDETTO EQUIVOCO

Tra le famiglie Trioli e Giordano di San Lorenzo del Vallo, legate da stretti vincoli di parentela, esistono rapporti cordiali, tanto che i giovani Francesco Trioli e Enrichetta Giordano si innamorano e il 29 luglio 1931, incontratisi in un fondo in contrada Timparossa tenuto in fitto dalla famiglia Giordano, presi dalla passione e incuranti delle conseguenze, si lasciano andare e si amano stesi all’ombra di un albero.

Enrichetta, conscia della gravità del fatto commesso, appena torna a casa racconta tutto alla madre e questa a sua volta racconta tutto al marito. Nessuna scenata, nessuna tragedia e, per mezzo dei buoni uffici interposti dal Podestà, Andrea, il capofamiglia, ottiene la formale assicurazione da parte di Francesco Trioli che avrebbe riparato col matrimonio ed all’uopo interessa il Podestà pel sollecito rilascio dei documenti necessari. È l’8 agosto e bisogna festeggiare il fidanzamento in allegria, così i Trioli vanno a casa dei Giordano e la festa comincia. All’appello manca solo Vincenzo Giordano, uno dei fratelli di Enrichetta che è andato a lavorare da parecchi giorni lontano dal paese e non sa niente di tutto ciò che è successo. Lo informeranno non appena tornerà e magari ci scapperà un’altra bella bevuta di vino buono!

Il caso vuole, però, che Vincenzo arrivi in paese proprio la sera della festa di fidanzamento. Prima di arrivare a casa si ferma a parlare con alcuni amici, che forse ancora non sanno del lieto fine della storia o forse per stuzzicarlo, i quali gli raccontano soltanto che Francesco Trioli si è unito carnalmente con Enrichetta e che la cosa è di dominio pubblico

– Non sai niente? Quello a casa tua ormai fa il padrone!

Gli occhi di Vincenzo diventano subito di brace, le narici si dilatano e i pugni sono serrati mentre pensa alla immediata vendetta per salvare l’onore della famiglia. Ucciderà, deve farlo, sia sua sorella che quel pezzo di infame che se ne è approfittato. Corre a casa e li trova insieme, due piccioni con una fava. Apre violentemente la porta urlando. Enrichetta, terrorizzata, si nasconde sotto il letto. Francesco non fa in tempo a scappare e deve subire tutta la furia di Vincenzo che lo tempesta di bastonate, lasciandolo solo quando crede di averlo ucciso, poi scappa. Per fortuna Francesco è solo svenuto e si riprenderà nel giro di qualche giorno, ma l’aggressione determina, naturalmente, la rottura di ogni trattativa di matrimonio e fa sorgere un odio feroce tra le due famiglie. Le conseguenze sono subito evidenti, infatti la mattina dopo, 9 agosto, Antonio Trioli, uno dei fratelli di Francesco, incontrato il vecchio Andrea Giordano innanzi alla chiesa e ritenendo che fosse stato costui ad incitare il figlio la sera precedente a percuotere suo fratello, gli si avventa addosso e lo ferisce ripetutamente con un rasoio.

Dopo questa aggressione, i Trioli, temendo ritorsioni, fanno andare via dal paese Francesco e lo spediscono a casa del fratello maggiore Oreste a Fagnano Castello. Temono per la sua vita o vogliono sottrarlo alle insistenze che, nonostante tutto, i Giordano gli fanno per riavviare le trattative di matrimonio?

Comunque sia, Francesco a Fagnano ci resta un mese e poi, ritenendo che le acque si siano calmate e non avrebbe più avuto noie, l’8 settembre torna a San Lorenzo accompagnato da suo fratello Oreste. Ma gli altri Trioli non sono così convinti che gli animi si siano calmati e decidono di far alloggiare Francesco non a casa con i genitori dove sarebbe più facile notare la sua presenza, ma a casa del fratello Antonio.

È una precauzione inutile perché Enrichetta viene subito informata che il suo seduttore è a casa del fratello e subito si presenta alla porta di Antonio invocando, tutta piangente, da Francesco la giusta riparazione.

Tutti e tre i fratelli, però, piuttosto che commuoversi di fronte a tanto dolore, dopo averle rivolto le più volgari contumelie, la mettono alla porta e continuano a banchettare. La poveretta, umiliata e oppressa dal disonore e dalla vergogna, si siede sui gradini della casa di fronte in attesa di Francesco, nella speranza che le sue lacrime possano commuovere il di lui cuore, che pure aveva palpitato per lei.

Proprio in questi momenti arriva a San Lorenzo un Carabiniere della caserma di Spezzano Albanese con l’incarico di invitare i fratelli Trioli a recarsi in caserma dove li attende il Maresciallo, forse per fare opera di pace tra le due famiglie e persuadere Francesco a sposare la cugina Enrichetta.

Oreste, Antonio e Francesco consegnano alla sorella Serafina un pugnale ed una pistola ed escono da casa per andare all’appuntamento. Enrichetta li vede e li segue

– Vattene! – le intima Francesco

Dove vai tu, vengo anche io – gli risponde

Questa risposta, però, indispettisce Oreste che, con tono minaccioso le dice

Vattene, proprio da noi vuoi essere uccisa?

Intanto, anche Serafina Trioli segue i fratelli, armata con la pistola ed il pugnale che le erano stati lasciati poco prima. Enrichetta si gira e vede luccicare il pugnale sotto il grembiule della cugina e, temendo di essere aggredita, le si lancia addosso, così tra le due donne nasce una furiosa colluttazione, durante la quale Enrichetta riesce ad impossessarsi del pugnale.

In questo momento Andrea Giordano, padre di Enrichetta, che si trova in quelle vicinanze ed è stato quasi testimone oculare del trattamento inumano fatto alla figlia, la vede litigare e reagisce raccogliendo un sasso e lanciandolo contro i Trioli. Oreste, colpito, bestemmiando porta le mani all’occhio destro che comincia a sanguinare e non appena vede il suo sangue perde la testa e si avventa contro il vecchio Andrea buttandolo a terra e tempestandolo di pugni e calci.

Serafina, liberatasi da Enrichetta accorre in aiuto di Oreste, tira fuori la pistola e spara un colpo contro il vecchio che fortunatamente va a vuoto.

È un susseguirsi di azioni violente: adesso Francesco aggredisce Enrichetta che ha ancora in mano il pugnale ed è svelta ad evitare i colpi del suo seduttore ed a tirargli un fendente che lo ferisce al labbro superiore. Poi, mentre Francesco si distrae per portarsi le mani alla bocca, gli vibra un altro colpo alla regione scapolare sinistra, lasciandogli il pugnale nelle carni. Inorridita per quello che ha fatto, scappa.

Serafina, attirata dalle grida di dolore di Francesco, lo soccorre, gli estrae la lama dalla spalla e con quella stessa lama, sporca del sangue Trioli, si avventa su Andrea Giordano e lo colpisce ripetutamente

– Dammelo! Dammelo! – le urla Oreste con gli occhi iniettati di sangue, facendosi consegnare l’arma per colpire anche lui il vecchio, ma una furia si abbatte sulle sue spalle: è Maria Giordano, accorsa in aiuto di suo padre. Allora Oreste cambia obiettivo e colpisce la cugina, la quale, sebbene sanguinante, riesce a sollevare da terra il padre ed a spingerlo in uno stanzino al piano terra di una casa lì accanto.

La furia assassina di Oreste Trioli però non si placa. Col pugnale in mano, sbuffando come un toro, si lancia nello stanzino e vibra al vecchio un tremendo fendente al collo, che gli recide anche la colonna vertebrale, lasciando la testa attaccata solo da qualche brandello di carne e lo stanzino adesso sembra un mattatoio, con il sangue che schizza dappertutto.

Poi all’improvviso, come d’incanto, dopo l’orrore torna la calma. Quando arrivano i Carabinieri in manette finiscono Oreste, Antonio, Francesco e Serafina Trioli da una parte con accuse che vanno dalle lesioni personali all’omicidio aggravato, Enrichetta e Vincenzo Giordano dall’altra con accuse che vanno dalle lesioni personali al tentato omicidio.

Terminata l’istruttoria, nei confronti di Vincenzo Giordano e Antonio Trioli viene dichiarato il non luogo a procedere perché i reati loro ascritti rientrano nell’amnistia del 5 novembre 1932, mentre gli altri imputati vengono rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Castrovillari. Con Serafina che viene rinviata a giudizio per il solo reato di mancato pagamento delle tasse di concessione per il porto d’armi.

Durante il dibattimento Oreste Trioli si dichiara responsabile di tutti i reati che gli vengono contestati, ma si giustifica

Ho agito in un momento di incoscienza determinatosi nel vedere mio fratello Francesco a terra, gravemente ferito

Anche Enrichetta ammette le sue colpe e dice

Ho ferito il mio seduttore nel momento che si era scagliato contro il mio povero padre e dopo essere stata a mia volta aggredita da lui

Al contrario, Serafina Trioli, accusata di aver portato con sé le armi, il pugnale e la pistola, servite a commettere tutti i delitti, ma non di averle usate contro Andrea Giordano, nega di averlo fatto, però tutti i testimoni presenti ai fatti di sangue la smentiscono dichiarando di averla vista quando sparò un colpo contro Giordano, testimoni che smentiscono anche la versione fornita da Oreste Trioli, tanto da far dichiarare alla Corte che balza chiara e precisa la sua responsabilità. Il delitto di omicidio da lui commesso denota una ferocia non comune e, soprattutto, se non ci fosse stato il suo malefico intervento, la famiglia Giordano oggi non vestirebbe le gramaglie e la giovane Enrichetta forse potrebbe percorrere le vie del suo paese a fronte alta a fianco del suo legittimo sposo. Oreste Trioli ha un grande scendente sul fratello perché maggiore di età e perché è diventato il capo di famiglia dopo la morte del comune genitore. Se avesse voluto sarebbe certamente riuscito ad indurre e forse anche a costringere il fratello a riparare al fallo commesso con le giuste nozze. Ma egli, che è uomo violento, prepotente e senza scrupoli e tale si è dimostrato anche in udienza, avendo mantenuto un contegno cinico e sprezzante, ha fatto opera perfettamente contraria e deleteria, come chiaramente emerge dalle parole che ebbe a dire alla povera sedotta che invocava pietà: “Vattene, proprio da noi vuoi essere uccisa?”. Egli ha agito senza una causale propria e soltanto per brutale malvagità.

Per Enrichetta le parole della Corte sono di tenore diverso: la Corte crede opportuno rilevare che il contegno da lei mantenuto nelle diverse fasi di questa scena di sangue è stato sempre remissivo perché la sua mente era ossessionata dal giusto desiderio di ottenere la riparazione del suo onore infranto e pensava che per conseguire tale scopo non fosse adatta la violenza. Ella infatti disarma del pugnale Serafina Trioli per prevenire atti cruenti e ferisce solo quando è aggredita dal suo seduttore. A prescindere che questa sua azione potrebbe ritenersi come una legittima reazione alla ingiusta aggressione subita ed anche una manifestazione del suo animo esacerbato nel vedere il proprio genitore per terra gemere sotto i colpi di Oreste e Serafina Trioli, la Corte nella sua azione non riscontra la volontà omicida perché il suo speciale stato d’animo è incompatibile con tale volontà, difatti è incerta, ferisce Francesco Trioli prima al labbro e poi alla scapola, entrambi parti non vitali, mentre se avesse voluto uccidere avrebbe affondato il pugnale nel torace di chi del suo onore aveva fatto scempio, invece che al labbro. Essa, pertanto, agì senza avere la precisa cognizione di quello che faceva e perciò la si deve ritenere responsabile non di tentato omicidio ma soltanto di lesioni volontarie commesse con arma, reato questo pel quale non può procedersi essendo rimasto estinto per effetto dell’ultimo decreto di amnistia.

Arrivata a queste conclusioni, la Corte dichiara Oreste Trioli responsabile di omicidio volontario e sua sorella Serafina responsabile della contravvenzione fiscale per non avere pagato le tasse stabilite dalla legge per il pugnale e la pistola.

Oreste Trioli viene condannato a 22 anni di reclusione, più pene accessorie; Serafina se la cava con una multa equivalente al sestuplo della tassa dovuta pel porto di pistola ed alle spese processuali relative alla contravvenzione da lei commessa.

Per Enrichetta Giordano viene dichiarato il non luogo a procedere in relazione al delitto di lesioni volontarie commesse con arma, così modificata la rubrica nei suoi confronti, per essere estinto il reato per amnistia e ordina che sia escarcerata, se non detenuta per altra causa.

È il 21 febbraio 1933.

Il 18 marzo 1938 Oreste Trioli gode dell’indulto emanato con R.D. n. 77 del 15 febbraio 1937, in base al quale gli vengono condizionalmente condonati anni quattro di reclusione.

La pena definitiva resta così fissata in 18 anni di reclusione.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme. Sentenze della Corte d’Assise di Castrovillari.

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