L’UOMO SUI BINARI

È la mattina presto del 22 agosto 1947. Un contadino sta camminando con la zappa sulle spalle lungo la linea ferroviaria Cosenza-Sibari, tra le stazioni di San Marco Roggiano e Tarsia. Man mano che cammina, qualcosa buttato tra i binari, da indistinto che era, prende sempre più forma. Un sussulto, una bestemmia, un conato di vomito. L’uomo gira la testa dall’altra parte e comincia a correre verso un vicino casello ferroviario. Quando arriva, trafelato, non ce la fa nemmeno a parlare e riesce solo ad indicare con un dito una direzione. Il casellante, Cataldo Fortino, lo fa sedere, gli dà un po’ d’acqua e finalmente l’uomo farfuglia:

– Là… un morto… è brutto… è brutto…gesugiuseppemaria!

Fortino si mette immediatamente al telefono e avvisa i Carabinieri di San Marco Argentano i quali, dopo meno di due ore sono sul posto con il Pretore ed un medico. La scena è davvero raccapricciante perché il morto deve essere finito sotto un treno.

Ferita lacero contusa in corrispondenza della regione fronto-parietale sinistra della lunghezza di circa dieci centimetri e della larghezza di circa quattro, fra i margini della quale notasi la presenza di materia cerebrale; contusioni ed ecchimosi in corrispondenza dell’occhio sinistro; amputazione traumatica dell’arto superiore destro in corrispondenza dell’articolazione del gomito; amputazione traumatica del secondo e terzo dito del piede destro e contusioni varie a carico della regione toracica. La morte è dovuta alla frattura della volta cranica, nonché alla grave emorragia conseguente all’amputazione del braccio – assicura il dottor Tarantino.

– Poveretto, che brutta fine… provvedete alla rimozione del cadavere – fa il Pretore.

– Qualcuno lo conosceva? – chiede il Maresciallo agli ormai molti curiosi che si sono raccolti intorno al cadavere.

– È Salvatore Fusaro… abitava a meno di un chilometro da qui – gli rispondono.

Il caso è chiuso e il Pretore sta per firmare l’autorizzazione alla sepoltura, quando arriva di corsa il Maresciallo con una notizia che fa bloccare tutto: dalla caserma dei Carabinieri di Roggiano Gravina hanno appena comunicato che qualche giorno prima dell’incidente, Salvatore Fusaro era stato visitato a Roggiano dal dottor Angelo Bruni il quale gli aveva riscontrato delle ecchimosi all’occhio sinistro e numerose contusioni alla regione toracica. E questo è sospetto. Ma i Carabinieri aggiungono qualcos’altro che taglia la testa al toro: Fusaro aveva dichiarato al medico che le lesioni a lui riscontrate gli erano state prodotte da certo Frangella Cesarino per incarico avuto dalla moglie di esso Fusaro, Mariannina Fabbricatore, che aveva, da tempo, deciso di ucciderlo.

Frangella e Mariannina, la quale dimostra la più grande indifferenza per la morte del marito, vengono immediatamente fermati; si dichiarano estranei alla morte di Salvatore Fusaro e forniscono una spiegazione alle lesioni riscontrate dal dottor Bruni: aveva pronunciato parole poco riguardose all’indirizzo della madre di Frangella ed al pestaggio Mariannina era completamente estranea.

Ma il Maresciallo non ci crede e continua a incalzare la donna con domande sempre più dirette, finché non ottiene quello che vuole: la confessione.

– Sono stata io ad ammazzare mio marito e nessuno mi ha aiutata…

– Spiegatemi perché e come lo avete ucciso.

Era dedito al vino e all’ozio e mi maltrattava continuamente… faceva mancare a me e ai bambini ogni mezzo di sussistenza, tanto che fui costretta a sporgere denunzia ai Carabinieri di Spezzano Albanese

– Verificheremo… continuate.

La sera del 21 agosto, essendo ritornata da Tarsia dove avevo portato frutta ed ortaggi al mio padrone Angelo Rizzo, mio marito mi proibì di entrare in casa perché sospettava che fossi andata a denunziarlo. Durante la notte, però, profittando del suo sonno riuscii ad entrare, presi una coperta e dissi ai miei figli che andavo a dormire in cucina, invece mi avviai verso lo scalo ferroviario di San Marco per prendere il treno e recarmi dai miei parenti ad Acri. Presi anche una scure onde difendermi da mio marito nel caso che, accortosi della mia assenza, mi avesse rincorsa e malmenata. Infatti mio marito mi raggiunse in prossimità del ponticello ferroviario “Cona” e appena mi vide disse: “Ferma o ti sparo!”. Mi fermai ed appena mio marito mi fu vicino, senza pronunciare parola, gli vibrai un colpo di scure alla testa e stramazzò al suolo. Pensai che fosse ancora vivo e gli posi la coperta sotto la testa, ma avendo notato che era deceduto lo presi per un braccio e lo trascinai sulla linea ferroviaria, distante circa dieci metri, e lo collocai lungo una rotaia allo scopo di simulare un investimento ferroviario. Poi tornai a casa portando meco la coperta e la scure

Potrebbe essere credibile, ma c’è qualcosa che non quadra: perché mai il marito, che l’aveva chiusa fuori di casa, avrebbe dovuto accorgersi che si era allontanata da casa? A cosa le serviva la coperta? Mariannina è abbastanza forte da trascinare per 10 metri un cadavere, tirandolo per un braccio? E dov’è il sangue nel punto in cui lo avrebbe ammazzato?

Bisogna indagare a fondo. Intanto si scopre che in precedenza aveva spesso minacciato di morte il marito ed anzi una sera fu sorpresa da costui con una scure nascosta sotto il guanciale. E Mariannina ci mette anche del suo perché continua a contraddirsi nei numerosi interrogatori a cui viene sottoposta: alcune volte afferma che colpì il marito a pochi metri di distanza dalla strada ferrata, altre volte invece afferma che lo colpì ad oltre cinque minuti di cammino dalla predetta ferrovia ed infine ad un certo Luigi Leone disse di averlo ucciso in una località distante oltre un chilometro. Queste contraddizioni fanno ragionevolmente presumere che la Fabbricatore mentì nell’indicare il luogo dove uccise il marito.

Poi, in seguito ad alcuni sopralluoghi e grazie alle indicazioni di una nipote del morto, vengono ritrovati, nascosti nel porcile, un materasso, una coperta ed altri indumenti macchiati di sangue, nonché sotto il pagliericcio su cui soleva dormire Fusaro, in corrispondenza del posto occupato dal guanciale, una grossa macchia di sangue coagulato.

– Si è sporcato tutto col sangue che gocciolava dalla coperta – cerca di difendersi Mariannina.

Giustificazione del tutto inattendibile perché la coperta, specie dopo un po’ di tempo necessariamente trascorso tra la uccisione del Fusaro ed il ritorno a casa della Fabbricatore, mai poteva contenere tanto sangue da imbrattare tutti quegli indumenti, trapassare il materasso e bagnare il pavimento, tanto più che la nipote del morto racconta anche di averla vista mentre cercava di lavare la macchia di sangue, però senza riuscire a farla scomparire del tutto.

Ecco, adesso c’è la certezza che Fusaro venne ucciso nella propria casa, e precisamente mentre era a letto, e poi trasportato sulla strada ferrata per simulare una disgrazia. E fin qui ci siamo, ma resta una domanda senza risposta: come ha fatto Mariannina a trasportare da sola il cadavere di suo marito per gli 800 metri che separano la casa del delitto dal punto in cui è stato rinvenuto il cadavere?

Evidentemente trovare una risposta non è importante. L’importante è che gli elementi a carico della donna siano sufficienti per rinviarla al giudizio della Corte di Assise di Cosenza con l’accusa di uxoricidio premeditato. Pena prevista: ergastolo.

L’11 maggio 1950 si decide la sorte di Mariannina Fabbricatore.

La Corte taglia subito la testa al toro ed esclude, nel caso in esame, l’aggravante della premeditazione perché non vi è in processo alcun elemento da cui possa con sicurezza desumersi come e quando sia sorto nella mente della Fabbricatore il proposito di soppressione della vittima, né come e quando la riflessione sia divenuta premeditazione, cioè protrazione e persistenza nel tempo del proposito omicida. Al contrario, la Corte fa questo ragionamento: la causale del delitto fu la serie continua di maltrattamenti a cui Fusaro, specie negli ultimi tempi, sottopose la moglie, che è risultata essere persona onesta e dedita ai figli, quindi le va concessa l’attenuante di aver agito in stato d’ira determinato dall’ingiusto ed inumano comportamento del marito nei riguardi suoi e dei suoi figli. E se Mariannina è, come è certo, una donna onesta e dedita ai figli, che non ha precedenti penali, che ha vissuto e vive nella miseria della sua condizione familiare che le impediva di sottrarsi in qualsiasi modo ai maltrattamenti del marito, merita anche la concessione delle attenuanti generiche. Ergastolo scongiurato.

Pena adeguata per il delitto di uxoricidio, ritiene la Corte, tenuto conto delle particolari circostanze che determinarono ed accompagnarono il fatto, è quella di anni 27 di reclusione, ridotti ad anni 14 in virtù delle attenuanti concesse. Ma c’è da applicare l’indulto emanato con il D.P. N° 930 del 23 dicembre 1949 e quindi la Corte dichiara condonati 3 anni della pena, che scende a 11 anni.

Il 4 marzo 1954, la Corte d’Appello di Catanzaro, applicando il nuovo indulto del 19 dicembre 1953, dichiara condonati altri 3 anni della pena inflitta, riducendola così a 8 anni di reclusione.[1]

Ancora un anno e mezzo e Mariannina tornerà libera.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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