L’ODISSEA DI PASQUALE CAVALLARO

Nel 1917, in piena guerra, tre soldati di Caulonia in provincia di Reggio Calabria, disertano dai rispettivi reparti e, colpiti da mandato di cattura, tornano in paese dandosi a battere le campagne. Si tratta di Pasquale Cavallaro, Ilario Finis e Vincenzo Panetta.

Cavallaro, insegnante elementare, trova spesso accoglienza in casa di sua Zia Elisabetta, cognata della Guardia Giurata Nicola Cavallaro, confidente dei Carabinieri. Costoro, su informazioni della Guardia Giurata, dopo un primo appostamento eseguito infruttuosamente nel mese di luglio 1917, la sera del 14 agosto successivo, guidati dal loro confidente, accerchiano la casa di Elisabetta sapendo che quella sera si sarebbe recato colà Pasquale Cavallaro.

Un rumore sospetto. Pasquale Cavallaro spia dalla finestra e nota un leggero bagliore, forse il riflesso di qualcosa di metallico, e capisce che stanno andando a prenderlo. In fretta e furia scavalca una finestra e corre come un pazzo nella campagna verso il bosco, ma i militari stanno per raggiungerlo e allora gli spara contro due fucilate, andate a vuoto. I Carabinieri rispondono al fuoco ma Pasquale riesce ad evitare la cattura disperdendosi tra i folti boschi ed abbandonando sul posto un gambale di cuoio. Zia Elisabetta invece viene arrestata per favoreggiamento personale.

Passano una ventina di giorni, è la mattina presto del 9 settembre 1917, e Nicola Cavallaro, la Guardia Giurata, si reca da San Nicola alla festa della Madonna in Crochi. Giunto in contrada Pezzolo, qualcuno da dietro un folto cespuglio, accuratamente preparato in guisa da farne un nascondiglio, da circa quattro metri di distanza gli spara due fucilate, uccidendolo sul colpo.

Dopo qualche minuto passano alcuni pellegrini che provvedono ad avvisare i Carabinieri.

Il cadavere presenta due ferite d’arma da fuoco, una nella regione temporale destra, l’altra nella regione torace-addominale posteriore; nei pressi del cespuglio c’è un bossolo di cartuccia calibro 12 e tutt’intorno impronte di scarpe chiodate che si disperdono nel pendio del bosco.

È ovvio che dopo il tentativo di catturare Pasquale Cavallaro i sospetti cadano su di lui, principalmente, e sugli altri due disertori.

Maria Scali e Carmela Simonetta sono le persone che hanno scoperto il cadavere; nelle vicinanze, così accertano le indagini, c’erano anche il tredicenne Ferdinando Foti e due ragazzi che non vengono identificati. Le due donne dichiarano di avere sentito le due detonazioni e, proseguendo il loro cammino, di avere visto il cadavere. Negano però recisamente di aver visto da chi Nicola Cavallaro è stato ucciso, precisando di non avere incontrato nessuno. Ferdinando Foti racconta che, trovandosi a diramare alberi in un suo fondo a breve distanza dal luogo del delitto, subito dopo avere udito le detonazioni, è stato avvicinato dai due ignoti ragazzi i quali piangendo gli hanno detto che Nicola Cavallaro era stato ammazzato e gli hanno indicato un uomo che fuggiva verso la parete bassa del bosco. Lui quell’uomo dice di averlo visto ed è anche in grado di descriverlo: di media età, alquanto tarchiato, la fronte bendata con un fazzoletto bianco, cappello di paglia da contadino, pantaloni bianchi e cenciosi; aveva la giacca avvolta sulla spalla sinistra e su di essa un fascio di erbe, con la destra impugnava il fucile.

Non l’ho riconosciuto, ma escludo che potesse essere Pasquale Cavallaro perché questi, che è stato mio maestro, è a me ben noto – assicura

Poi sorgono dei sospetti anche su un certo Giuseppe Pisciuneri il quale, il giorno precedente al delitto aveva ferito con la scure la propria nipote ed amante ed era ricercato dai Carabinieri, informati da Nicola Cavallaro, parente anch’egli della donna ferita. Ma le indagini, condotte molto sommariamente, non sembrano concludenti e la pista viene abbandonata. In verità non emerge niente di certo nemmeno su Pasquale Cavallaro e sugli altri due disertori. Presentatisi spontaneamente tutti e tre ai Carabinieri, vengono arrestati e forniscono alibi plausibili per cui, il 27 maggio 1918 l’Ufficiale Istruttore presso il Tribunale Militare di Monteleone di Calabria, li proscioglie per insufficienza di prove, sentenza confermata anche dopo il ricorso presentato dal Pubblico Ministero. Tutto finito. Almeno così sembra.

Passano 15 anni e i Carabinieri di Roccella Jonica, in un rapporto del 26 aprile 1932, riferiscono di avere raccolto nuovi e gravi elementi di prova a carico di Pasquale Cavallaro, che qualificano come un temibile pregiudicato il quale, insieme ad altri suoi luogotenenti, tra cui Ilario Piscioneri e Vincenzo De Masi, da vari anni scorazzava per le frazioni del Comune di Caulonia commettendo gravi reati contro la proprietà (furti, rapine, truffe), rimasti sempre impuniti perché neppure denunciati, tale era il timore che in tutta la popolazione avevano destato le sopraffazioni e le vendette da lui compiute.

Un criminale pericolosissimo. In realtà Pasquale Cavallaro è un comunista, fiero oppositore del regime fascista già dal 1923 insieme a Pietro Mancini ed Enzo Misefari, che si prodiga, oltre che ad organizzare una rete di contadini, anche a nascondere oppositori latitanti, calabresi e non.

Il rapporto dei Carabinieri di Roccella fa si che, con ordinanza del Giudice Istruttore del Tribunale Militare di Napoli dell’8 ottobre 1932, l’istruttoria sull’omicidio di Nicola Cavallaro venga riaperta e affidata alla Procura del re di Gerace Marina (Locri), competente per territorio e viene emesso un nuovo mandato di cattura.

Le nuove prove consistono nelle deposizioni di tre testimoni: Vincenzo Panetta, cognato ed acerrimo nemico, da dodici anni, di Pasquale Cavallaro; Nicolangelo Cavallaro, figlio dell’ucciso e genero di Panetta; Francesco Dominelli, noto pregiudicato e persona corruttibile.

Vincenzo Panetta dichiara che il cognato, quando era ancora latitante nel 1917, gli aveva confidato che il delitto era stato da lui commesso; gli altri due raccontano di avere avuto la medesima confessione in epoca non precisata, forse nel 1930, quando entrambi erano alle dipendenze di Pasquale Cavallaro. E questo già dovrebbe far nascere dei seri dubbi, ma l’indagine va avanti e vengono identificati i due ragazzi rimasti ignoti fin dal 1917. Si tratta di Francesco Simonetta e Bruno Bombardieri i quali, interrogati, riferiscono che, recandosi anch’essi alla festa di Crochi, avevano incontrato Nicola Cavallaro e, sorpassatolo, avendo udito le due detonazioni erano ritornati indietro, avevano constatato che la Guardia era morta e avevano veduto fuggire pel bosco un uomo e riconosciuto in lui, senza possibilità di dubbio, Giuseppe Piscioneri. L’affannosa istruttoria si chiude il 17 febbraio 1933 con la dichiarazione di non luogo a procedere per insufficienza di prove, ritenendo sospette, inattendibili e inverosimili le deposizioni dei testi a carico. Pasquale Cavallaro viene scarcerato, ma questa vicenda offre al regime la scusa per trattenerlo a disposizione dell’Autorità di Pubblica Sicurezza  e mandarlo al confino il 3 marzo 1933.

Passa poco più di un anno e la vedova di Nicola Cavallaro, con un esposto diretto a S.E. il Capo del Governo, Benito Mussolini, si lamenta che un delitto tanto grave è rimasto impunito, che molti testi hanno taciuto o non hanno deposto il vero per intimidazioni e per timore di Pasquale Cavallaro, che i giudici hanno malamente vagliato le risultanze processuali e chiede, ancora una volta, la riapertura dell’istruttoria. Detto, fatto. Il 23 ottobre 1934, in seguito a nuove indagini fatte dai Carabinieri, l’istruttoria viene riaperta.

Questa volta le nuove prove consistono nelle ritrattazioni di Francesco Simonetta e Bruno Bombardieri: adesso sostengono che ad uccidere la Guardia Giurata fu Pasquale Cavallaro e di avere, per insinuazioni e minacce di costui, accusato Piscioneri perché, essendo deceduto, non poteva smentirli.

Basta? Si. Il primo luglio 1935 Pasquale Cavallaro, che si dichiara innocente e vittima di una macchinazione ordita, per vendetta, dal cognato e da altri suoi nemici, viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Locri con l’accusa di omicidio premeditato.

Durante il dibattimento viene accertato che i tre disertori avevano fatto giungere a Nicola Cavallaro, direttamente ed indirettamente, parole di minaccia per indurlo a non fare la spia nei loro confronti e che, dopo l’episodio del 14 agosto 1917, sia Elisabetta Cavallaro che l’imputato, espressero propositi di vendetta. È certo anche che Nicola Cavallaro da quel giorno non si sentì più tranquillo e tale preoccupazione espresse ai Carabinieri.

Se così stanno le cose, è logico pensare che il movente prospettato dall’accusa sussiste, è grave e proporzionato al delitto. Ma lo stesso ragionamento, per logica, potrebbe e dovrebbe essere fatto anche per gli altri due disertori e non esclusivamente per Pasquale Cavallaro, sostiene la Corte, che continua: il movente di un delitto non può sostituirsi alle prove e costituire da solo elemento di accertamento di verità. Esso è il filo conduttore che deve guidare il Giudice nella ricerca del colpevole; è controllo delle prove raccolte, perché rende queste convincenti; agisce sulla misura della pena quando una responsabilità viene accertata. E ha ragione, di prove, al momento, non c’è nemmeno l’ombra, esclusa la ritrattazione, tardiva, dei due testimoni.

Così la Corte rilegge tutte le carte e nota che Maria Scali e Ferdinando Foti, i primi  testimoni ad arrivare sul luogo del delitto, per ben nove interrogatori sono sempre stati fermi e costanti nei propri detti, affermando, la prima, di non aver veduto alcuna persona, ripetendo l’altro di non aver riconosciuto il fuggitivo che egli ritenne avesse commesso il delitto, ma di escludere che fosse Pasquale Cavallaro. Nelle carte è anche evidente il tentativo di indurre i due testimoni ad essere più accondiscendenti perché vennero accusati di falsa testimonianza, la Scali perché prostituta e ladra, Foti perché pessimo soggetto, come il Maresciallo Mura lo ha qualificato. Per comprovare il loro falso furono indicati come testimoni, nella seconda istruttoria, Teresa Simonetta, Concetta Simonetta, Giuseppe Gallo e Cristina Gallo. Le prime due deposero che nel 1930 Maria Scali aveva loro confidato di avere riconosciuto Pasquale Cavallaro come assassino della Guardia Giurata e che non aveva, né avrebbe fatto mai il nome di costui perché prevedeva che Cavallaro si sarebbe vendicato. Il problema è che le due testimoni vengono anch’esse indicate come degradate al massimo grado, dedite abitualmente ai furti e Concetta Panetta associata a Maria Scali in tutte le imprese ladresche. Ed allora – osserva la Corte – con quale serietà si può affermare che esse abbiano detto il vero e che abbia mentito la Scali, se questa e quelle sono sospettabili e sospettate? E come può prestarsi fede a Concetta Scali se le sue deposizioni rivelano acredine  ed odio contro l’imputato, che accusa di furti, di danneggiamenti, di sopraffazioni in suo danno, senza peraltro fornirne la prova?

E cosa dire dei fratelli Giuseppe e Cristina Gallo quando depongono che pochi giorni dopo il delitto Ilario Panaja, deceduto, aveva riferito al padre loro, anch’esso deceduto, di avere appreso dalla nipote Teresa Mazzà, del pari defunta, che Foti aveva assicurato a quest’ultima che il delitto era stato commesso da Pasquale Cavallaro?

Man mano che le deposizioni vengono rese, la Corte le smonta tutte ad una ad una: quella di Nicolangelo Cavallaro, figlio della vittima, ritenuta inattendibile perché inverosimile; quella di Vincenzo Panetta perché non si comprende come il teste, la cui prima deposizione è dell’aprile 1932, abbia per quindici anni taciuto, e perché dal 1919 acerrimo nemico dell’imputato. Questi, in detta epoca, lo accusò di avere avuto relazioni sessuali con la madre di una sua amante, che in seguito sposò; tre o quattro anni dopo lo denunciò insieme al figlio per tentato omicidio in suo danno ed entrambi furono processati per tale reato; nel 1920 o 1930 lo accusò di avere avvelenato la propria moglie per cui il cadavere della donna, già sepolto, fu esumato; posteriormente tra i due sorsero ancora più gravi dissidi per la divisione dell’eredità del rispettivo padre e suocero. Priva di valore probatorio è quella del teste Frammartino, che narra di aver saputo da Panetta, forse nel 1930, che il delitto era stato commesso da Pasquale Cavallaro. E per le medesime considerazioni, inattendibili si appalesano anche le deposizioni di Pietro Panetta, nipote di Vincenzo, e di Orlando Fragomeni, i quali hanno riferito di avere più volte sentito che Teresa Cavallaro, moglie di Vincenzo Panetta, addebitava al fratello il delitto.

Poi c’è un altro testimone, Francesco Dominelli, che in istruttoria aveva detto di avere ricevuto da Pasquale Cavallaro la confessione del delitto, in udienza ritratta giustificandosi di avere riferito circostanze non vere per insinuazioni e promesse di denaro fattegli da Vincenzo Panetta.

La Corte a questo proposito osserva: prescindendo dalla ritrattazione del teste e dalla inverosimiglianza che l’imputato abbia, in ogni riscontro e futile occasione, conclamata a tutti la sua colpevolezza, la deposizione di Dominelli, attualmente assegnato ad una colonia agricola, al pari di quella del detenuto Vincenzo De Masi, delinquente abituale, il quale afferma di essere stato sollecitato dal con detenuto Francesco Cirillo a deporre a favore di Cavallaro e di avere appreso dallo stesso che un compenso di lire 500 gli era stato offerto da Dominelli se si fosse prestato ad accusare l’imputato, sono di per sé inquinate per le persone da cui provengono e pel luogo in cui furono manipolate.

Non sarà facile uscirne.

Poi viene ascoltato il Maresciallo Mura ed emerge che apprese da un suo confidente che Francesco Simonetta e Bruno Bombardieri, i due ragazzi rimasti sconosciuti per più di 15 anni, sapevano Pasquale Cavallaro autore dell’omicidio e ritenne opportuno non interrogare personalmente i due, ma si rivolse al segretario politico del fascio, Antonio Lofaro,  il quale, a sua volta, si rivolse al vice segretario Ubaldo Franco, alle cui dipendenze si trovava Simonetta. Questi, conoscendo la sua ascendenza su Simonetta, gli disse

Se può essere utile alla giustizia per scoprire l’autore di questo grave delitto, hai il dovere di dire la verità!

Simonetta promise di dire la verità e andò dai Carabinieri. Il Marescisallo Mura usò lo stesso sistema con Bruno Bombardieri, ma non sa quale fosse stato l’esito richiesto al suo confidente.

La Corte ne ha anche per questi ultimi due testimoni, che si sono resi sospettabili da sé perché è certo che una delle due deposizioni non risponde a verità. E non è nemmeno da escludere che a verità non risponda né l’una, né l’altra perché nessuna prova vi è che attesti che siano proprio loro i due ragazzi che avvicinarono Foti dopo il delitto, mai identificati dai Carabinieri. Ed allora se essi, occultando per quindici anni la verità a loro nota, hanno dato sicura prova di omertà e coscienza non onesta: se confessando di avere accusato Piscioneri per insinuazione o minaccia di Cavallaro hanno dimostrato di essere impressionabili al punto di mentire per paura, può escludersi che la seconda deposizione sia stata resa da Simonetta per suggestione delle parole a lui rivolte dal suo padrone Ubaldo Franco e da Bombardieri per l’ignota influenza spiegata dall’ignoto confidente?

È davvero troppo: se questo dubbio permane, non può la Corte adagiare la sua coscienza su una tardiva e neppure spontanea deposizione. Le considerazioni esposte conducono all’assoluzione dell’imputato per insufficienza di prove. Gravi e fondati sospetti sono emersi contro di lui, ma la certezza della sua colpevolezza non è stata raggiunta perché le indagini compiute nell’epoca del delitto furono superficiali. Non è stata raggiunta perché le indagini successive, fatte in un ambiente poco sereno, condussero ad un groviglio di prove, tutte sospette ed inquinate.[1]

È il 12 dicembre 1935 e dal Commendator Giuseppe Nerazio Volpe, Presidente della Corte, non si poteva pretendere di più.

Le vicende di Pasquale Cavallaro non finiscono qui. Prossimamente lo conosceremo meglio.

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