SEI STATO TU, PORCO!

– Marì…te ne fa caldo? – dice il ventitreenne Giovanni Lepore a Maria, dieci anni, seduta sulla soglia di casa dove c’è l’unica macchia di ombra sotto al sole a picco di mezzogiorno. È il primo luglio 1930 e in contrada Cannavali di Aiello Calabro fa caldo.

– Assai…

– Tua nonna non c’è?

– No, è andata al battesimo della figlia di commare Rosina

– E sei da sola?

– No, nonna mi ha lasciato con Marietta ‘a ciota… la devo guardare fino a che torna…

– Ah! Io dovevo comunicare una notizia a tua nonna… le dovevo fare vedere una cosa qui vicino che poi devo partire e non posso…

– Vieni più tardi…

– E non posso, devo partire. Vieni tu con me così ti faccio vedere e poi tu lo dici a tua nonna, va bene?

– E va bene – acconsente Maria, controvoglia. I due si avviano, Giovanni avanti col suo fucile in spalla, Maria che gli trotterella dietro. Cinquecento metri circa, sotto il sole cocente, fino alla contrada Vacante.  La piccola Maria trova strano che Giovanni Lepore avrebbe voluto portare sua nonna in questo posto così fuori mano –. Giovà,  ma dove mi stai portando? Qui non c’è niente che interessa a mia nonna… io torno a casa…

– Cammina…

– No, mi volto…

Giovanni, con una mossa fulminea, afferra la bambina per la vita, se la mette sotto un braccio come se fosse un pacco e comincia a scendere nel vallone Rollo. Maria urla più forte che può, cerca di tirare calci, di graffiare il giovanotto, ma non c’è niente da fare, nessuno può sentirla. Dopo poche altre decine di metri, Giovanni si ferma, depone a terra il fucile e poi la bambina. Le ordina di stendersi, le sbottona le mutandine e mette a nudo la verga. In piedi a gambe aperte è, enorme, sopra di lei, piccola piccola, tremante. Le si stende sopra, cerca con le dita il punto esatto; lo trova. Ecco, adesso basterebbe spingere con quella certa violenza che ci vuole per stuprare una bambina di dieci anni, ma non lo fa. Struscia il suo membro sulla vulva e poi, quando comincia a sentire quell’onda che parte dallo stomaco per arrivare al cervello e stordirlo di piacere, le dice

Lo faccio andare dentro? Non ti faccio male

– Noooooo! – urla disperata

Giovanni si ferma, ritrae il membro che stava per entrare nella bambina e glielo strofina sulle cosce. Qualche secondo. Poi si sposta e si mette in ginocchio, lasciando libera Maria che pensa subito di scappare

– Fermati! Guarda qui… – le dice mentre comincia a masturbarsi. Maria, sgomenta, è costretta a guardare e rimane esterrefatta quando vede Giovanni che chiude gli occhi, rovescia la testa ed emette una specie di grugnito, mentre dal membro fuoriesce il semeQuesta robba bianca quanto è bella! La facciamo entrare dentro? – le dice ridendo sguaiatamente. Maria cerca nuovamente di scappare, ma si trova costretta in una breve anfrattuosità del terreno, tra un grosso masso e degli spineti, con l’unica via di scampo preclusa dal giovane, che si erge minaccioso contro di lei –. Adesso vattene e non dire niente a nessuno altrimenti ti ammazzo! Hai capito?

Maria, con gli occhi sbarrati, fa cenno di si, poi si mette a correre verso casa, mentre Giovanni si ricompone, rimette il fucile in spalla e se ne va con passo calmo.

– Dove sei stata? Disgraziata! – la nonna è veramente infuriata e volano anche un paio di ceffoni. Maria piange ma non dice una parola. L’anziana è pensierosa, le è venuto in mente ciò che poco prima le ha detto la moglie di Giovanni Lepore, si proprio lui, e cioè che un giovinetto undicenne del vicinato, certo Tommasino, ha un preoccupante interessamento per Maria.

Decide di andare nel vallone Rollo per accertarsi se colà si trattenesse ancora il Tommasino. Giunta sul luogo, nota che in un certo posto vi è come un giaciglio di foglie che reca chiara l’impressione di un corpo che era stato lì adagiato. Con la mente e il cuore in subbuglio torna a casa e ingiunge alla bambina di dirle tutta la verità. Maria, vinta la paura, le racconta tutto.

– Togliti le mutande!

– Ma… nonna…

– Sbrigati che devo controllarle!

Si sente sollevata, sulle mutande non ci sono tracce di sangue e questo vuol dire che Maria è intatta. Nota, però, due piccole macchie che sembrano proprio di sperma. Mette da parte le mutande e corre a casa di Lepore, dove trova il suocero

– Zitta! Zitta, per carità! Non dare pubblicità alla cosa! Aspetta qui che vado a chiamare Giovanni – le dice indicando un piccolo orto lì vicino, dove lo sciagurato sta tranquillamente lavorando.

L’indegno arriva con un’andatura alquanto buffa e questo contribuisce a far salire il sangue alla testa alla donna che si scaglia contro il giovane, rivolgendogli le più veementi invettive. Giovanni rimane come intontito, mentre il suo volto si cosparge di pallore.

La donna torna a casa e prega un paio di vicini di accompagnarla subito ad Aiello per sporgere denunzia. In questo frattempo arriva Giovanni e, davanti a tutti, dice

Portatela dal medico e vedete quello che l’ho fatto… anzi, domandate alla bambina quello che le ha fatto Salvatore

Da un angolo dentro la casa, arriva la voce, tagliente come un rasoio, di Maria che urla

Sei stato tu, porco!

Il Brigadiere Francesco De Ruggiero fa subito degli accertamenti e tutto ciò che Maria e sua nonna hanno raccontato è confermato da molti testimoni. Non resta che andare a prendere Giovanni Lepore e portarlo in caserma. Ma l’uomo, subito dopo le contestazioni della bambina si diede alla latitanza, asportando il fucile di cui, giusto affermazioni della bambina, era armato. E siccome risulta non essere in possesso del porto d’armi, viene denunciato anche per questo reato.

Il Pretore di Amantea avrà il piacere di interrogare l’indagato solo un mese e mezzo dopo, il 13 agosto

Mi protesto innocente, non so spiegare la terribile accusa che la bambina scaglia contro di me. La verità è una sola, e cioè che io non ho fatto nulla di quanto ella mi attribuisce. La mattina del primo luglio verso le nove uscii di casa e mi recai presso mia madre che abita a circa tre quarti d’ora di cammino da me. Mi trattenne colà fino al tramonto e quindi feci ritorno a casa, dove fui affrontato dalla nonna della bambina…

– A proposito… in quell’incontro avete accusato un certo Salvatore…

– Non è vero! Io non lo nominai nemmeno!

– I testimoni dicono il contrario…

I testi possono dire quel che vogliono, ma la verità è quella che ho detto io!

Il 13 settembre 1930 Giovanni Lepore viene rinviato al giudizio del Tribunale Penale di Cosenza per avere, con violenza e minaccia, commesso atti di libidine, non diretti a congiunzione carnale, su persona minore degli anni 12. In più dovrà rispondere del porto abusivo di arma da fuoco.

Il 26 gennaio 1931, Lepore viene ritenuto colpevole e condannato ad un anno, otto mesi e dieci giorni di reclusione, più pene accessorie.

Il 6 aprile 1932 la Corte d’Appello di Catanzaro conferma la sentenza.

Il 5 novembre successivo la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto dall’imputato.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

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