LA CASA

Hai visto la disgraziata? – chiede Tranquillo Lamanna a Teresina Vizza riferendosi a sua moglie Agata Gualtieri. Siamo a Parenti ed è il 3 0ttobre 1946.
– No…
Vuole vendere la casa a “Buggia” ma io li ammazzo a tutti e duela uccido e brucio la casa con lei dentro!
Tu la uccidi e dei figli? – la donna cerca di calmarlo ricordandogli che ha tre figli piccoli.
Io poco mi interesso dei miei figli! – sbotta allontanandosi e lasciando Teresina senza parole.
Tranquillo, 32 anni, e Agata, 35 anni, si erano sposati nel 1934 e proprio in occasione delle nozze il nonno paterno di Tranquillo vendette agli sposini, in parti uguali, un vano a primo piano. Dal matrimonio sono nati tre bei bambini, ma le cose tra marito e moglie sono cominciate ben presto ad andare male.
A causa dei continui maltrattamenti cui ero sottoposta da parte di mio marito, volli separarmi da lui e ciò facemmo consensualmente davanti al notaio Goffredo di Cosenza e da allora ognuno di noi visse per conto suo ed i tre bambini rimasero con me. Mai mio marito mi ha corrisposto alcun sussidio perché dedito all’ozio ed al vizio del vino. Il giorno in cui ci separammo, mio marito vendette la sua metà di casa al macellaio Orlando Perri e poiché io continuai ad abitare il vano, dovetti pagare a quest’ultimo la pigione in ragione di 50 lire al mese. Da qualche tempo mio marito pretendeva che vendessi anche la mia metà del vano al Perri e gli dessi il ricavato e poiché io mi sono sempre rifiutata, egli mi ha minacciata di morte… – racconta Agata.
Da circa un anno e mezzo, per incompatibilità di carattere, sono separato da mia moglie – è ora Tranquillo a raccontare la propria versione –. Il disaccordo è aumentato da quando è ritornato a Parenti dalla prigionia il fratello Pasquale, il quale aizzava me contro mia moglie, infatti Pasquale è nemico con mia moglie e spesso insinuava in me il sospetto che Agata mi tradisse. Un giorno mi disse testualmente: “tua moglie inganna il Sangiovanni”, volendo con ciò intendere di aver rapporti con uno dei padrini dei nostri figli. Il mio sospetto cadde su Rosario Maletta, soprannominato Buggìa, nostro vicino di casa, ma sempre dietro le parole di mio cognato
Ma allora perché il 3 ottobre 1946 Tranquillo dice di voler uccidere sua moglie e Buggìa per la presunta volontà di vendergli la mezza stanza e non per il preteso adulterio? Sembra proprio che siano in arrivo guai molto seri.
La sera del 3 ottobre 1946 Agata mette a letto i bambini e va a fare la calza con le vicine, sedendo davanti alla porta di casa di Rosario Maletta. Verso le 21,30 arriva Tranquillo con una scure in mano. Agata, per non fare discussioni davanti alla gente, si alza, si avvicina alla porta e mette la chiave nella toppa.
In casa i tre bambini stanno dormendo serenamente, quando un urlo straziante li fa svegliare di soprassalto. Sono terrorizzati e sembrano come paralizzati, seduti sul letto con gli occhi sbarrati. Adesso sentono il rumore di gente che corre e che urla, poi il rumore della chiave che gira nella toppa e la porta che si apre. La loro mamma è portata a braccia in casa e i bambini, vestiti in fretta e furia, portati dai nonni materni.
Cosa è successo? È successo che mentre Agata stava aprendo la porta di casa, Tranquillo le ha dato un tremendo colpo di scure sulla testa per fracassargliela, non riuscendoci del tutto perché Agata, quando gli ha visto la scure in mano ha capito che stava per accadere qualcosa ed è stata attenta a non farsi sorprendere attutendo il colpo con un braccio. È comunque molto grave secondo il dottor Giulio Grandinetti che ne dispone l’immediato ricovero nell’ospedale del capoluogo bruzio.
Il Maresciallo Giuseppe Cosentino arriva sul posto qualche minuto prima che Agata sia sistemata alla meglio in un camioncino procurato dal Comune, trattandosi di famiglia d’indigenti, per essere portata in ospedale e, senza farla affaticare troppo, riesce a farsi dire:
– Mio marito… mentre aprivo la porta… mi ha colpito…
– Ma perché?
– Non volevo vendere la mia parte di casa… voleva i soldi…
Poi il camioncino parte e, se non morirà, sarà compito dei colleghi di Cosenza sapere di più dalla donna.
Vasta ferita alla regione occipito-mastoidea destra interessante i comuni tegumenti e l’osso sottostante sino alla dura madre. La prognosi è riservata.
Nei confronti di Tranquillo Lamanna viene emesso un mandato di cattura per lesione personale aggravata dalla premeditazione, ma di lui non si hanno più notizie, sembra letteralmente sparito nel nulla.
È il 21 novembre quando il Maresciallo Cosentino riceve la confidenza giusta: Tranquillo Lamanna si nasconde in una casupola nel territorio del limitrofo comune di Rogliano. Il Maresciallo ed i suoi uomini, vestiti in abito civile essendo il mandato di cattura eseguibile di notte ed in luogo abitato, si appostano in località Tafuri e accerchiano una casella per essiccare castagne. Quando sono sicuri che l’uomo è dentro, fanno irruzione e l’arrestano. Nel frattempo Agata è ancora ricoverata in ospedale e sembra migliorare, ma la prognosi è ancora incerta.
Spinto dalla gelosia, la sera del 3 ottobre passando dinanzi alla mia casa, o meglio alla casa ove abita mia moglie, la vidi uscire dalla casa di Rosario Maletta; preso allora da subita gelosia, con la scure che avevo addosso colpii mia moglie, dandomi subito alla fuga… – si giustifica Tranquillo.
– A noi risulta invece che la odiavate perché non voleva vendere la sua parte di casa e che per questo l’avevate anche minacciata di morte…
Non è vero! – insiste – Io non avrei voluto che mia moglie vendesse la sua casa, quindi non volevo fargliela vendere io
– Noi siamo convinti che abbiate premeditato l’aggressione per ucciderla.
Non ho agito con premeditazione, ma in un momento di furore e di incoscienza perché mia moglie è una donna savia ed onesta
– Beh… adesso vi state contraddicendo. Se la ritenete una donna onesta non avreste dovuto avere motivo di essere geloso… la verità è che il motivo è la casa!
Il 10 dicembre Agata viene dichiarata guarita dalle lesioni patite e dimessa dall’ospedale. In realtà le lesioni cerebrali riportate sono evidenti a tutti.
Gli inquirenti non credono alla versione di Tranquillo e lo rinviano a giudizio. Il dibattimento si tiene il 24 febbraio 1947 e nella stessa udienza viene emesso il verdetto di colpevolezza per il reato di lesione personale aggravata e l’uomo è condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione, più 1 mese di arresto e al pagamento delle spese processuali.
Tranquillo propone ricorso in Appello che, il 28 ottobre 1947, viene respinto.
Nel frattempo, però, è accaduto un fatto nuovo e tragico: Agata è morta a causa della lesione riportata. Tutto lo scenario potrebbe cambiare e si apre una storia diversa che va raccontata dall’inizio.
Agata, dichiarata guarita, torna a casa ma è evidente che guarita non è perché la ferita si è riaperta e secerne pus, come certifica il dottor Giuseppe Colosimo, medico condotto di Parenti, che le riscontra un processo ostiomelitico a carico dell’osso parietale destro drenato da una fistola lunga dieci centimetri, e come testimonia anche il Maresciallo Cosentino che riceve più volte richieste di aiuto da parte di Agata, la quale viene ricoverata in ospedale e sottoposta ad un intervento chirurgico mirato a risolvere il problema, ma senza successo. Torna a casa e le cose continuano ad andare male, finché, verso la fine di luglio 1947, viene deciso di ricoverarla nuovamente per tentare un nuovo intervento chirurgico, che viene rifiutato da Agata. Appena riaccompagnata a casa entra in coma e muore il 31 luglio. Un vero e proprio calvario.
Il Maresciallo Cosentino, allegando il certificato del medico condotto che attesta la dipendenza del decesso dalla lesione riportata, denuncia Tranquillo per omicidio.
Quando, il 3 ottobre, si discute l’Appello, vista la tragica novità, il Procuratore Generale fa istanza affinché gli atti siano rimessi al suo ufficio per ulteriori accertamenti, ma la Corte ritiene di dovere esaminare i fatti emersi nel procedimento di primo grado limitatamente ai motivi di appello e rigetta la richiesta. La Procura Generale preannuncia ricorso per Cassazione. La richiesta di ricorso è tempestivamente e ritualmente redatta, ma successivamente, in data imprecisata e senza la firma del Cancelliere ed alcun segno di autenticità; ad un margine compare l’annotazione “Visto si rinuncia” e la firma del Sostituto Procuratore Generale, senza timbro.
Ci vorrà l’8 luglio 1949 perché la stessa Corte d’Appello rilevi la inesistenza di una regolare e valida rinunzia all’impugnazione, con la conseguente trasmissione degli atti alla Suprema Corte di Cassazione per l’ulteriore corso. Si vedrà.
Più o meno in questi giorni Tranquillo finisce di scontare la sua condanna e non torna più a Parenti, preferendo stabilirsi altrove, sul mare, a Diamante.
Riguardo alla denuncia per omicidio tutto è fermo, pare che si debba attendere il pronunciamento della Suprema Corte, che tarda ad arrivare. Ma forse un cavillo per procedere c’è. Il 10 maggio 1949 era arrivata al Procuratore Generale della Repubblica una lettera, spedita da Parenti, a firma di tale Pietro Scaramuzza, poi risultato un nome di fantasia, nella quale, con linguaggio forbito e appropriato, è ricostruita minuziosamente tutta la vicenda e nella quale i Carabinieri vengono accusati di avere omesso di proseguire le indagini.
Così la procura Generale prende in mano la situazione e procede ad interrogare tutti i medici che hanno avuto a che fare con la povera Agata e tutti i testimoni già ascoltati. Ma ci vogliono anni e, intanto, arriva la pronuncia della Cassazione sul ricorso presentato dalla Procura Generale: in accoglimento del ricorso del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro avverso l’ordinanza e la sentenza 3.10.1947 della suddetta Corte, annulla entrambe codeste pronunce, senza rinvio, e ordina la trasmissione degli atti al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza. Roma, li 14.10.1952.
Bene, adesso si possono evitare sotterfugi. Tutto viene rapidamente rifatto e il 18 gennaio 1953 Tranquillo Lamanna viene arrestato e rinviato a giudizio con la nuova accusa di avere con premeditazione, e con atti a diretti a ferire, colpito la moglie Gualtieri Agata con un colpo di accetta alla testa, cagionandole malattia dalla quale ne derivò la morte. Omicidio preterintenzionale.
Il dibattimento è fissato per il 22 giugno successivo. Il giorno dopo Tranquillo Lamanna viene ritenuto responsabile di omicidio preterintenzionale con l’aggravante di cui all’art. 577 c.p. (reato commesso contro il coniuge), con l’aggravante dell’arma e la concessione delle attenuanti generiche dichiarate equivalenti alle aggravanti suddette.  La pena è fissata in 10 anni di reclusione, più pene accessorie. Dalla pena devono essere scomputati anni tre che vengono condonati.
La dichiarazione di ricorso in Appello non è seguita dalla presentazione, nei termini di legge, dei relativi motivi e, il 12 ottobre 1953, la pena diventa esecutiva.
Dalla lettura del dispositivo della sentenza e dalla dichiarazione di Appello, la condanna risulta, come abbiamo visto, di 10 anni di reclusione, più pene accessorie, ma dalla lettura dell’Ordinanza di inammissibilità d’impugnazione e per l’esecuzione della sentenza impugnata, la condanna risulterebbe essere di 11 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione, più pene accessorie.[1]
Non sappiamo in quali mani sia finita la casa…

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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