ATTENTATO!

Verso le 3,30 del 14 giugno 1941 i soldati Giovanni Facci e Giuseppe Multari escono dall’accantonamento di Belmonte Calabro per effettuare il servizio di pattuglia lungo la linea ferroviaria Roma-Reggio Calabria e incontrarsi alle 5,00 con i militari della pattuglia proveniente da Longobardi. In realtà il servizio sarebbe dovuto iniziare alle 4,00, ma ai due viene impartito l’ordine di anticipare di mezz’ora in modo da essere sicuri di non arrivare in ritardo al punto di riunione con l’altra pattuglia. I due soldati camminano lungo la linea ferrata e quando sono a circa 150 metri dalla galleria Terife succede il finimondo: nel centro della galleria un lampo seguito immediatamente da una forte detonazione simile a quella di un colpo di cannone.
– Minchia! – esclama Facci, buttandosi a terra
– Un attentato! – urla Multari
Quando la pioggia di piccoli detriti finisce, i due corrono nella galleria, 56 metri in tutto, e con la lampadina elettrica illuminano la buca prodotta dall’esplosione in mezzo alle rotaie, le due traversine frantumate e un binario spezzato.
– Vai verso Longobardi e se arriva il treno cerca di fermarlo! – ordina Facci al commilitone – io vado dall’altra parte e cerco di arrivare al casello per avvisare la stazione di Belmonte
Facci esce dalla galleria e, secondo regolamento, posiziona sui binari i petardi di avvertimento per far fermare il primo treno in transito.
Sul far del giorno, arrivati i rinforzi, l’ispezione all’interno della galleria porta al rinvenimento di tracce interessanti: l’ordigno era di scarsa potenzialità e collocato probabilmente sotto una traversa di legno e, indubbiamente, a scoppio mediante accensione di miccia; alcuni pezzi di straccio intrisi di olio da macchina,  il più grande dei quali, abbruciacchiato dalla esplosione, perché faceva indubbiamente parte dell’ordigno stesso in quanto emanava ancora fortemente l’odor di esplosivo, portava la stampiglia FF.SS; in ultimo, un pezzo di tubo di rame deformato dall’esplosione, sicuramente il contenitore della bomba. Il sospetto è che l’azione mirasse a far deragliare il direttissimo 85 Roma-Reggio Calabria che è transitato alle ore 3,42 circa mentre invece, secondo l’orario, doveva transitare alle ore 3,18 
Sicuramente è stato manufatto da personale addetto alle ferrovie… chi ha messo la bomba doveva anche essere a conoscenza del ritardo del treno… – osserva il Maresciallo Maggiore Pietro Cavalli, comandante la stazione di Fiumefreddo Bruzio, mentre gli operai lavorano di buona lena per riparare in fretta il danno. Infatti, alle 8,30 la linea ferroviaria viene riaperta al transito
Ma poi si affaccia il dubbio che l’ordigno esplosivo può essere stato acceso e buttato dal treno in corsa delle ore 3,42 in quanto a ciò si può prestare benissimo una qualunque ritirata o qualche altro foro che la classe dei ferrovieri non ignora.
Le indagini sui ferrovieri residenti in zona non portano a niente, così come quelle sui ferrovieri del direttissimo 85 e così il 19 agosto successivo il Giudice Istruttore chiude il fascicolo con la dichiarazione di non luogo a procedere per essere rimasti ignoti coloro che hanno commesso il reato. Finalmente qualcuno comincia a muoversi contro il regime e la guerra.
La notte tra il 26 e il 27 settembre 1941 il Carabiniere Alfonso Capozziello e il Caporale Francesco Scarnato sono comandati di pattuglia sulla linea ferroviaria tra Cetraro e Cittadella del Capo. L’ordine è di raggiungere, alle ore 2,00, il ponte San Tommaso al Km 175 per incontrare la pattuglia proveniente da Cittadella e quindi tornare indietro al posto fisso di Cetraro Marina. I due iniziano il servizio e lungo il tragitto si unisce ai due il cantoniere ferroviario Nicola Lupoli il quale ha l’incarico di ispezionare i binari mediante una lanterna ad olio. Quando, verso l’1,30, giungono nei pressi della galleria Torre Rienzi al Km 175-025, al Carabiniere Capozziello sembra di vedere, fra gli alti e folti cespugli ivi esistenti, l’ombra di un individuo. Immediatamente accende la sua lampadina elettrica per cercare di capire chi possa essere ed a questo punto lo sconosciuto, vistosi scoperto, pronuncia la parola “sciarab”; il carabiniere, per essere stato in America, capisce che l’uomo
sta dicendo “sta’ zitto!”.
Si tratta, evidentemente, di uno straniero e quindi, smorzata la luce, imbraccia il moschetto e spara un colpo nella direzione dello sconosciuto che risponde al fuoco, probabilmente con una pistola.
Nella ferma convinzione che la presenza dello sconosciuto nelle adiacenze della linea ferrata non possa attribuirsi ad altro che per commettere atti terroristici, Capozziello si gira verso il Caporale per ordinargli di entrare nella galleria, cercare il telefono di servizio e avvisare le stazioni vicine di bloccare tutti i treni in transito. Ma il Caporale non c’è. Capozziello bestemmia, poi impartisce lo stesso ordine al cantoniere
Io non ti lascio, sono con te, ma nella galleria da solo non ci vado! – gli risponde
Capozziello deve decidersi, se non riesce a far fermare i treni e se quello sconosciuto è un soldato nemico che ha piazzato dell’esplosivo sui binari, potrebbe esserci una strage!
Tira un lungo respiro. Fa segno al cantoniere di seguirlo e si mette a correre come un forsennato, incurante del pericolo e dell’oscurità, nell’interno della galleria. Trova la cassetta metallica che contiene il telefono di servizio: è chiusa e non ha la chiave. Prova a forzarla con la baionetta, ma la serratura resiste. Allora corre oltre, sa che fuori dalla galleria c’è un casello in disuso con un altro telefono. Proverà a usarlo. Fuori dalla galleria si ferma, è senza fiato, ha corso per più di un chilometro. Sa che la prima cosa da fare, adesso, ancor prima di trovare il telefono, è richiamare l’attenzione delle altre pattuglie in zona. Imbraccia il moschetto, spara in aria sette colpi e poi, seguito dal cantoniere, riprende a correre.
Per aprire la porta del casello bastano un paio di vigorose spallate, ma anche qui il telefono è chiuso, però proprio in questo frattempo arrivano i componenti dell’altra pattuglia e qualche militare della forza ivi accampata. È una fortuna! I fanti hanno una piccola scure e tra i colpi di questa e la leva di due baionette, il coperchio salta e il telefono funziona! Le stazioni di Cetraro e di Cittadella del Capo sono avvisate e il traffico ferroviario viene bloccato. Sul far del giorno arriva sul posto anche il Tenente Ercole Bartolone, comandante la Tenenza di Paola, che dispone una minuziosa perquisizione della galleria e un rastrellamento nelle campagne per cercare di rintracciare lo sconosciuto.
Dello sconosciuto non c’è traccia, ma nella galleria, a circa 20 metri dall’imbocco vengono rinvenuti, collocati nell’interbinario, numero 4 sacchetti contenenti dinamite ed alla parte esterna altri 20 sacchetti dello stesso esplosivo, della lunghezza di cm. 52, due cassettine cariche di dinamite, un tascapane tipo militare contenente tre rotoli di miccia e inneschi, un grosso rocchetto di legno ove si legge, ai laterali, “Cordex Detonanting Fuse CLOSGOW”, con avvolta miccia; un piccone ed infine una
bustina militare color caki con fregio metallico lato sinistro, costituito da un mappamondo sormontato da corona con alla parte superiore un leone
.
Mentre il Tenente sta procedendo all’inventario del materiale rinvenuto, arriva, trafelato, un Carabiniere che lo prega di correre sulla spiaggia lì sotto perché ci sono delle tracce importanti.
Infatti, sulla sabbia ci sono due solchi prodotti da piccole imbarcazioni ed orme che, dalla spiaggia, salgono verso la linea
ferrata nonché, incollati sulla porticina di un piccolo casello telefonico non efficiente posto a circa 5 metri dalla galleria, n. 2 manifestini sovversivi, di cui uno del seguente tenore, mentre per il secondo si sconosce il contenuto siccome asportato dal Sig. generale Comandante la Zona Militare di Catanzaro ed un bossolo di cartuccia per pistola controsegnato Kjnock, calibro 7,65, evidentemente del colpo sparato dallo sconosciuto:
Hitler s’è fregato!
L’inverno scorso Hitler aveva cercato d’infinocchiarvi facendovi credere che la primavera avrebbe recato la vittoria ai tedeschi. Irrisioni della sorte!! Alla fine di questa primavera, “il finocchio” ha dovuto nominare il professore Krein per ideare un nuovo piano non europeo, bensì cimiteriale per i soldati tedeschi ed ora anche italiani, macellati sul fronte orientale!
Poi si fa avanti qualcuno e dice che durante la notte sono state notate delle luci intermittenti a mò di segnalazioni provenienti dal mare. Ma a chi erano indirizzati quei segnali luminosi? Nessuno
se lo chiede e quindi nessuno indaga in merito.
Indagare! Scoprire chi è sbarcato con motoscafi allo scopo di commettere atti di sabotaggio alla linea ferrata, è l’ordine perentorio che viene dalle alte sfere fasciste.
È una parola!  I solleciti del Tribunale di Guerra di Napoli, del Procuratore del re di Cosenza e del Procuratore Generale della Corte d’Appello di Catanzaro non si contano, ma la risposta dei Carabinieri è sempre la stessa: Comunico che vane sono riuscite le indagini praticate per addivenire alla scoperta degli autori del delitto in oggetto. Nessuna nota ufficiale sul materiale esplosivo con le scritte in inglese, su quel “sciarab”, shut up, sta’ zitto. Niente nemmeno sul fregio appiccicato sulla bustina militare abbandonata e nemmeno sui due volantini lasciati dagli attentatori. Silenzio assoluto, roba da servizi segreti. Eppure le indagini, ufficialmente, restano in mano alla Procura del re di Cosenza che, il 7 gennaio 1942, mestamente, è costretta a chiedere al Giudice Istruttore del Tribunale di Cosenza di chiudere il fascicolo per essere rimasti ignoti gli autori del tentato sabotaggio. Richiesta accolta.[1]
Con i dati a disposizione possiamo dire con assoluta certezza che a compiere questo tentativo di sabotaggio sono stati i Royal Marines inglesi. Forse una delle prime missioni di questo tipo, culminate il primo dicembre 1942 con l’assalto al porto di Bordeaux.
Ma gli inquirenti, civili e militari, dimostrano di ignorare che esiste un corpo inglese di incursori. O forse fanno finta di ignorarlo.


[1] ASCS, Processi definiti in istruttoria.

Tutti i diritti riservati. ©Francesco Caravetta

Il plagio letterario costituisce reato ai sensi dell’articolo 171 comma 1, lettera a)-bis della legge sul diritto d’autore, che sanziona chiunque metta a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera protetta (o parte di essa).

Be the first to comment

Leave a Reply