UNA DONNA ONESTISSIMA

Giuseppe
Cittadino e Pasqualina Licursi si sposano il 6 marzo 1869 a San Martino di
Finita. Lui ha 24 anni e lei 19. Gli anni passano e arrivano 7 figli, tutti
morti, e ogni anno che passa le cose vanno sempre peggio, sia per la ossessiva
gelosia di Giuseppe, sia per la sua tendenza ad esagerare col vino e le due
cose si alimentano a vicenda. C’è un’altra cosa da dire su Giuseppe: man mano
che gli anni passano, diminuisce progressivamente la sua voglia di lavorare e,
di pari passo, aumentano le vendite dei beni, pochi, che è riuscito ad
accumulare, tanto da chiedere insistentemente a Pasqualina di vendere anche i
beni portati in dote, senza mai riuscirci. Non sappiamo se è questo il motivo
per cui cominciano le botte e i maltrattamenti o se è per la gelosia o, più
probabilmente, tutti e due i motivi insieme. La cosa certa è che per Pasqualina
la vita comincia a diventare un vero e proprio inferno. Poi arriva, nella notte
tra il 7 e l’8 settembre 1905, un violento terremoto che provoca il crollo di
molte case, compresa quella di Giuseppe e Pasqualina. Grazie all’intervento del
Comitato bolognese, qualche mese dopo
ottengono una baracca nel nuovo rione e tra quelle quattro tavole le cose
peggiorano, ma se prima pochi potevano ascoltare, adesso, con solo una tavola a
dividere le abitazioni, tutti sentono tutto
Ho inteso spesso esplosione di colpi di
rivoltella nella baracca di Cittadino, eccessivamente geloso, e ho inteso
litigi a tal riguardo
– racconta Francesco Antonio Musacchio – anzi, quando la moglie ritornava dal lavoro, Giuseppe
subito chiedeva informazioni dov’era andata a lavorare e, saputo il nome della
persona, diceva: “Ti piaceva? Come l’aveva? Dove te l’ha messo?”. Pasqualina
rispondeva: “Per chi mi hai presa? Io sono una donna onesta! Fammi la spia
quando vado in qualche luogo e ti accerterai della verità di quanto dico”. E
lui: “sta zitta, puttana!” e, mostrando il revolver, “Questo ci pensa per te,
farai la stessa fine di tuo fratello!”. Per ogni uomo che passava davanti la barracca,
Giuseppe l’additava alla moglie dicendo: “Costui è passato per te…”
Alla fine
dell’estate del 1908 Giuseppe ha ormai 63 anni e Pasqualina 58 e lui continua a
restarsene in casa a oziare e ad andare nelle cantine a spendere i pochi
spiccioli che Pasqualina porta a casa spaccandosi la schiena per tutto il
giorno.
Il 6 ottobre
1908 Pasqualina va a lavorare nel fondo di sua sorella per la vendemmia e torna
a casa verso le cinque del pomeriggio. Distrutta dalla fatica, si siede sul
gradino dell’uscio a riposare un po’. Qualche vicino la imita, qualche altro
sfaccenda davanti alla propria baracca. Poi la porta dietro di lei si apre e si
affaccia Giuseppe
Entra dentro e accendi il fuoco – le
ordina e Pasqualina ubbidisce senza fiatare.
Entra in
casa, si accovaccia accanto al camino per sistemare qualche frasca e tre o
quattro pezzi di legna, poi con la coda dell’occhio vede avvicinarsi suo marito
e si gira verso di lui. La detonazione della revolverata non la coglie
impreparata, è ormai abituata a queste scenate, poi Giuseppe le dice
Sei contenta o vuoi l’altro? – il suo
braccio armato è proteso verso la moglie distante poco più di un metro
Maddalena
Basile abita nella baracca attigua a quella di Giuseppe e Pasqualina. Quando
sente la detonazione ha come un presentimento, non le sembra la solita sfuriata
del vicino, così lascia tutto e si precipita a vedere cosa sta accadendo. Entra
e vede l’uomo con il braccio armato proteso verso la moglie che, con gli occhi
sbarrati dal terrore, è immobile di fronte a lui
Ne vuoi un altro? – ripete Giuseppe con
rabbia. Le due donne sono mute e pietrificate, poi la detonazione. Maddalena
vede Pasqualina afflosciarsi come un sacco vuoto. Ha paura e scappa per
chiedere aiuto
Mamma… mamma… – sono le ultime parole di
Pasqualina, che muore istantaneamente
Anche Pietro
Licursi si è affacciato nella baracca e vede Pasqualina a terra
Giuseppe, che avete fatto? Avete ammazzato
vostra moglie?
– urla mettendosi le mani nei capelli. Giuseppe non risponde
ma con calma si mette la rivoltella in tasca, mentre Licursi esce per andare a
chiamare i Carabinieri.
Quando pochi
minuti dopo entra nella baracca il Brigadiere Cesare Mandrini, la casa è invasa da una folla di donne che
piange intorno al cadavere di Pasqualina, mentre Giuseppe è seduto sopra una
cassa a circa mezzo metro, come inebetito
e si fa arrestare senza opporre
resistenza, ma la cosa strana è che addosso non ha la rivoltella e nessuno dei
presenti al momento del fatto ha visto dove l’abbia nascosta.
In caserma, per non impressionarlo, il Brigadiere
gli dice che la moglie era stata appena
ferita e che era caduta a terra perché impaurita
, ma Giuseppe scuote la
testa e dice
No, è morta… l’ho colpita bene, tant’è vero
che teneva la bocca aperta
– Ma è stata
una disgrazia? – Mandrini vuole una confessione piena
Non è disgrazia, le ho tirato una palla
Giuseppe è
ancora notevolmente scosso e il Brigadiere pensa di non continuare oltre, se ne
riparlerà domani.
Ha avuto
ragione, l’assassino ha passato una notte tranquilla e adesso appare calmo,
quindi può rispondere al Pretore che gli chiede di ricostruire i fatti
Il giorno 5 corrente, mia moglie andò a
vendemmiare nella campagna della sorella Concetta e si ritirò verso le 5 ½. Fra
di noi vi fu un litigio perché io non avrei voluto che fosse andata a
vendemmiare presso la sorella perché doveva, invece, accudire a certi affari
nostri di campagna. Io ero avvinazzato, presi dalla cassa che si trova al lato
del letto la rivoltella e con la stessa non ricordo se tirai uno o due colpi.
Mia moglie cadde a terra, forse colpita dai colpi da me tirati. Io, del resto,
non ricordo proprio nulla e non sono in condizioni perciò di dare altri
chiarimenti
– Ma come?
Ieri avete affermato di averla colpita e pure bene e adesso non ricordate
niente? Puzzate di furbacchione! Comunque sia, ditemi se litigavate spesso
In precedenza tra me e mia moglie vi erano
state frequenti quistioni, le quali avvenivano sempre quando io avevo bevuto
– E qualche
volta l’avete minacciata e le avete sparato senza colpirla…
Non è vero che io in precedenza abbia
minacciato o esploso qualche colpo di rivoltella contro mia moglie
!
– I vicini,
che hanno sentito gli spari, dicono il contrario…
Se i vicini hanno inteso delle detonazioni,
ciò è avvenuto perché io spesso tiravo dei colpi di rivoltella contro gli
alberi di castagno
– Però…
vedete quante cose ricordate? Provate a ricordare qualche cosa dell’omicidio…
Quando io tirai i colpi contro mia moglie,
la stessa trovavasi a un metro da me e nel cadere a terra gridò un paio di
volte: “mamma, mamma”
– Vi
ricordate come vi trovò il Brigadiere?
Il Brigadiere mi trovò seduto sulla cassa,
io ero come inebetito sia per il vino bevuto, sia pel fatto commesso e mi
lasciai arrestare senza fare alcuna resistenza
– “sicuramente non era
ubriaco” pensa il Pretore, che continua con le domande
– Dove avete
nascosto la rivoltella?
– Nella cassa
sulla quale ero seduto…
– Eravate
molto geloso di vostra moglie? O forse volevate i soldi della sua dote? Per
quale motivo l’avete ammazzata?
Non ho commesso il fatto per gelosia o per
ragioni d’interesse. Io stesso non so spiegarmi la causa… soltanto al vino che
avevo quel giorno bevuto in soverchia misura, posso riferire la causa del
triste fatto
La
convinzione è che Giuseppe stia provando a diminuire le sue responsabilità
invocando l’ubriachezza, ma la convinzione non basta, bisogna trovare dei
testimoni che lo affermino con certezza.
La mattina del giorno 5, Giuseppe Cittadino
fu nella mia cantina dove bevve insieme con Michelangelo Drammis due o tre
litri di vino
– dice Mariantonia Licursi –. Quasi ogni giorno Cittadino veniva nella mia cantina a bere del vino
La mattina. E
nel pomeriggio?
Giorno 5 corrente verso le ore 14, nella
cantina di Pasqualina Lanzillotta, io, Giuseppe Cittadino e Giovanni
Lanzillotta bevemmo un litro di vino… non so se avesse bevuto altro vino prima
o dopo
– afferma Cesare Becci, che aggiunge – mi costa che spesso Giuseppe Cittadino si ubbriacava
Se non ha
bevuto altro vino in casa di qualche amico, al massimo, dalla mattina fino alle
14,00, ha bevuto poco meno di due litri di vino, poi 4 ore per riprendersi. È
questa una quantità tale per un alcolizzato da togliergli la ragione? I dubbi
restano, ma gli inquirenti sono sempre convinti che stia recitando.
La Procura del re ritiene
chiusa l’istruttoria e chiede il rinvio a giudizio per l’imputato. La richiesta
viene accolta, il 30 dicembre 1908, dalla Sezione d’Accusa e non resta che
fissare il dibattimento.
Il 12
novembre 1909, qualche giorno prima che inizi il dibattimento, il difensore di
Giuseppe, avvocato Samuele Tocci, presenta una lista di testimoni a discarico, tutti
in grado di affermare che l’imputato non è sano di mente. Il Pubblico Ministero
non si oppone e il giorno stesso il Presidente della Corte d’Assise di Cosenza
convoca i dottori Antonio Rodi e Adolfo Tafuri per affidare loro la perizia
psichiatrica sulle condizioni mentali dell’imputato.
Giuseppe Cittadino, che era stato sempre
laborioso, morigerato, tranquillo, di condotta buona ed onesta, dopo la morte
dei figliuoli cominciò a mutar carattere, a frequentare le cantine, a darsi
all’ozio ed al vagabondaggio. Cominciò a torturare la povera moglie, così
trafitta nel suo cuore materno, con insani sentimenti di gelosia e spesso
inveiva contro la povera disgraziata, che lavorava non risparmiandosi mai,
mentre il marito aveva abbandonato il suo mestiere e passava le giornate
nell’ozio, limitando la sua attività a qualche piccolo lavoro nella sua piccola
campagna
.  Doppia e quasi antagonistica appare l’interpretazione del mutamento del
suo carattere
. Dai cognati e dagli
altri parenti della moglie si attribuiva a questioni d’interesse perché, avendo
perduto i suoi figli e non avendo altri eredi diretti, egli si rifiutava di
lavorare per non lasciare la sua roba ad estranei. Altri invece credeva che il
vino e l’ozio avessero ingenerato nella mente di Giuseppe Cittadino uno
sconvolgimento tale da perturbarne l’indole, modificando l’affettività e mutare
in un individuo geloso e diffidente l’uomo buono e probo
.
È a partire
da queste considerazioni che i due periti si muovono per scoprire chi è
veramente Giuseppe Cittadino, senza però dimenticare di attribuire grande
importanza alle stigme degenerative
della legge di correlazione
somato-psichica
, adottata dai più
moderni scrittori di psicopatologia
. Così si notano le asimmetrie delle
orecchie, l’apertura delle braccia che supera di qualche centimetro la statura,
il sistema pilifero ben sviluppato e ben conservato sul viso e sul cranio, ma
quasi del tutto assente nel resto del corpo, la carie precoce che riduce ai minimi termini il sistema dentario.
Dal punto di
vista strettamente psichiatrico, i periti non notano i caratteri del delirio geloso, piuttosto ritengono che
la gelosia di Giuseppe Cittadino rientri in quel
sentimento fisiologico dell’umano intelletto, che può essere più o meno
accentuato, che varia di forma e d’intensità nei diversi individui e che
spessissimo ci è dato di potere osservare in mezzo alla società in uomini che
magari eccellono per le più elevate qualità della mente, ma che nessuno
oserebbe mai affermare affetti da delirio di gelosia!
Ma se non era un pazzo geloso, fu forse
Cittadino esposto all’uxoricidio da un delirio motivato e prodotto da cronica
intossicazione alcoolica?
No. Dal punto
di vista psichico non troviamo alterazioni che possano farci ascrivere il
Cittadino fra i degenerati per alcoolismo, fra quelli, cioè, nei quali
l’intossicamento alcoolico sovverte e modifica le facoltà mentali
.
Se l’organismo di Cittadino non presenta,
dunque, le note caratteristiche e mentali dell’alcoolista cronico, poteva il
suo sentimento di gelosia assumere il carattere di delirio per alcoolismo? La
risposta è facile e sicura
. No.
A questo
punto i periti emettono il loro giudizio: Giuseppe
Cittadino non fu mai affetto da pazzia gelosa o da qualsiasi altra forma di
alienazione mentale né prima, né dopo, né al momento del delitto da lui
commesso. Epperò, considerando lo stato di ubbriachezza volontaria semipiena in
cui l’imputato trovavasi al momento del delitto, nonché le diminutio della sua
personalità psichica ingenerata dai dispiaceri domestici, dall’ozio,
dall’abitudine al vino e forse anche dal sentimento esagerato di gelosia, egli
non poteva e non sapeva inibirsi come ogni uomo normale negli stati emotivi e
passionali e la sua volontà e la sua coscienza entrarono nell’azione criminosa
con un deficit di potenzialità, per cui il reato fu commesso in tale stato
d’infermità di mente da scemare la responsabilità senza escluderla. In tale
grado d’infermità mentale, Giuseppe Cittadino non presenta alcun pericolo per
sé e per la società
.
È il 22
febbraio 1910, il dibattimento può essere rimesso a ruolo e Giuseppe Cittadino,
che dall’infermeria del carcere viene subito riportato in cella, se la caverà
certamente con una condanna molto mite.
Ma il 3
ottobre dello stesso anno, quando si è ancora in attesa di fissare la data per
il dibattimento, dalla direzione del carcere arriva sul tavolo del Procuratore
del re di Cosenza uno stringatissimo comunicato:
Per conveniente notizia, debbo partecipare
alla S.V.Ill.ma la morte del detenuto Cittadino Giuseppe
.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*