GLI CHIUSE LA BOCCA

– Totò!
Totonno! Prendi l’asino e vai a fare legna con Peppino alla Ferolia – ordina la quarantaquattrenne
Caterina Oliverio al suo bambino adottivo
Antonio,
Totonno, ha otto anni e da quando, appena nato, è stato abbandonato dai suoi genitori,
è stato allattato e cresciuto da Caterina la quale lo ha sempre considerato e
amato come un figlio suo.
Il 22 maggio
1899 Totonno parte a dorso d’asino da San Giovanni in Fiore con il
diciassettenne Peppino Minardi. Arrivati al Critune,
la strada è fiancheggiata alla sua destra
da un piccolo acquedotto ed a sinistra da massi di pietre
. Tale strada, che è mulattiera, conduce a
Catanzaro e ad altri paesi di quella Provincia, nonché nelle Sile e viene
continuamente transitata
.
– Totò,
fermiamoci cinque minuti – dice Peppino tirando le redini del suo asino e
smontando dalla cavalcatura
Il bambino
smonta e, appena messi i piedi a terra, Peppino lo afferra per le braccia
tenendolo stretto, poi gli lega le mani
con la cavezza
dell’asino e lo butta a terra. Totonno urla ma Peppino gli è
sopra e gli tappa la bocca con una mano, mentre con l’altra prima si cala i
pantaloni, poi li cala al bambino allo
scopo di violentarlo, come in fatti tirava fuori il membro ed incominciò per
introdurglielo nel culo
.
Caterina
Minardi, Vittoria Ruggeri e Teresa Ferrise stanno tornando in paese lungo la
stessa strada dopo aver legnato.
Escono dal bosco proprio mentre Peppino sta violentando il bambino e vedono
tutto. Cominciano a urlare, buttano a terra le fascine e si mettono a correre
verso il punto in cui si sta consumando la violenza. Saranno una ottantina di
metri ma alle donne sembrano chilometri; Peppino si gira e le vede. Ha paura.
Molla la presa e, rialzatisi i pantaloni alla meglio, scappa lasciando lì il
suo asino.
Totonno si
mette seduto a terra e piange mentre le donne arrivano trafelate e lo mettono
in piedi per abbracciarlo e consolarlo, così vedono il suo faccino tumefatto
per il violento urto sulla terra e quel piccolo rivolo di sangue che scorre su
una delle gambette. Lo sistemano sul suo asino, riprendono le fascine e tornano
in paese.
Caterina
Oliverio è furibonda, vorrebbe andare a cercare Peppino per dargliele di santa
ragione, ma prima bisogna occuparsi di Totonno, così lo porta dal dottor
Francesco Saverio Benincasa:
Ho verificato una lesione sull’orlo
superiore dell’ano, quasi sanguinante che avenne indubiamente ad urto
insistente e forzato strofinio sulla località e che certamente, per angustia
dell’anello anale o per volume del corpo che ha agito, non è penetrato
nell’ano. La sopradescritta lesione è recentissima e prodotta da pene umano
.
Per fortuna
l’intervento delle donne ha evitato conseguenze peggiori per Totonno, comunque
la prognosi per la guarigione della lesione anale è di dieci giorni. Quella per
la lesione dell’anima di Totonno è senza termine, se la porterà dietro per
sempre.
Peppino viene
rintracciato e interrogato una ventina di giorni dopo
Io non ricordo ciò che ebbi a fare il 22
maggio perché quel giorno ero ubbriaco. Non ricordo nemmeno se ebbi ad
accompagnare Totonno e non so spiegarmi l’imputazione addebitatami. Solamente
il giorno dopo seppi che i carabinieri mi ricercavano e perciò mi resi
latitante
Troppo
comodo. Troppo comodo e troppo semplice.
Che sia
troppo comodo e troppo semplice addebitare l’orrendo fatto ad una pretesa
ubriachezza, lo sostiene anche la Procura
Generale del re di Catanzaro che chiede il rinvio a giudizio
di Peppino alla Corte d’Assise di Cosenza per il reato di violenta congiunzione carnale nei confronti di un minore degli anni 12
in luogo pubblico
. Il 17 agosto 1899 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e Peppino
Minardi dovrà affrontare il processo da carcerato perché i giudici ne ordinano
l’arresto e il trasferimento nel carcere di Cosenza.
Ma Peppino è
di nuovo uccel di bosco, non vuole essere arrestato in paese dai Carabinieri di
San Giovanni perché forse teme per la sua incolumità, così una ventina di
giorni dopo si presenta spontaneamente negli uffici della Procura del re di
Cosenza, accompagnato dall’avvocato Nicola Serra. Interrogato, conferma parola
per parola quanto ha già dichiarato nel primo interrogatorio.
Troppo
comodo. Troppo comodo e troppo semplice.
Il
dibattimento si apre e si conclude l’8 novembre successivo; l’avvocato Serra
presenta come teste a discarico il cantiniere Giovanni Pignanelli e il
guardiano Giovanbattista Angotti. Il primo giura che
Nel mattino del fatto, nella mia bettola
furono bevuti da tre a quattro litri di vino da Giuseppe Minardi, dal padre e
da Giovanbattista Angotti e dopo due o tre ore si seppe il fatto di cui ora è
causa
Angotti, da
parte sua, conferma.
La giuria
però è di parere contrario e condanna Peppino, dopo complicati calcoli di
sgravi di pena relativi alla minore età e senza concedergli il beneficio del
vizio parziale di mente non riconoscendogli lo stato di ubriachezza, a 2 anni e
6 mesi di reclusione da scontarsi in una casa di correzione.
Il 10
febbraio 1900 la Suprema Corte
di Cassazione rigetterà il ricorso di Peppino Minardi.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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