IL CECATO DI LAGO

È
l’antivigilia di Natale del 1893. Bruno Scanga, alias Preferito sta passando per Via San Giuseppe a Lago. Ha più di settant’anni,
i capelli e la barba, che porta quasi
intiera, sono quasi bianchi
; indossa giacca,
panciotto e calzoni di stoffa ordinaria del color di cece sporco, camicia di
tela e calzatura cosiddetta “zampitta”
. È cieco di un occhio e i monelli perciò ordinariamente lo
ingiuriano dicendogli “cecato, cardillo, richiamo, ziculì” (prendendo argomento
dai cardellini e dai fringuelli che soglionsi acciecare perché cantassero)
.
Quel pomeriggio quando alcuni ragazzini lo vedono, istigano un bambino di 8
anni, Giuseppe Palumbo, a prenderlo in giro. Il piccoletto obbedisce e Scanga, per allontanarlo e castigarlo lo percosse
con un bastone di cui andava munito e lo fece cadere a terra
.
Zu Cì, ‘u cecatu ha minatu a Peppinu
Francesco Coscarella ha 13 anni ed è sulla soglia della bottega di suo zio
Francesco Perri, sarto di 64 anni, e zio anche del piccolo Peppino.
Il sarto esce
dalla bottega come una furia, affronta Scanga, gli strappa il bastone dalle
mani e lo colpisce ripetutamente in testa. Scanga cade a terra sanguinante, si
guarda intorno e col suo unico occhio vede parecchie persone che trattengono il
suo aggressore
Siatemi testimoni che mi ha menato, vado a
querelare Cicco Perri
– dice mentre lo aiutano a rialzarsi. Poi,
barcollando, si avvia verso casa
Arrivato
all’incrocio su Via San Giuseppe dove deve svoltare, si ferma e torna indietro.
Sulla porta della bottega di Francesca Abate si ferma e alla domanda della
donna, che lo vede tutto insanguinato, su cosa gli sia successo, risponde
sibillinamente
Non dubitare Ciccu Perri che ora ti aggiusto
io
La casa di
Bruno Scanga è quella del custode del cimitero di Lago, Luigi Turco, che gli
offre vitto e alloggio in cambio del suo aiuto a scavare fosse e tenere pulito
il cimitero
– Brù, che
t’è successo?
Sono stati i miei peccati… sono caduto
– poi si siede accanto al fuoco e si medica la ferita con qualche rimedio di quelli del volgo
La mattina
seguente Bruno ha dimenticato la sua voglia di vendetta, querela o cosa altro
gli sarebbe potuto venire in mente; ha solo un po’ di mal di testa ma va
regolarmente al cimitero ad aiutare il suo amico. Ci sono da scavare alcune
fosse e non si può perdere tempo. Ma dopo un paio di ore deve smettere
Luì, mi sientu tuttu ciuncu… me ne vado
a casa e mi metto al fuoco…
Nei giorni
successivi non andrà a lavorare né a chiedere l’elemosina come fa spesso, ma
resta a casa vicino al fuoco, lagnandosi
di un generale malessere, di dolori alla testa e di aver perduto l’appetito ed
infatti mangiava pochissimo
. Poi tutto cambia all’improvviso. La mattina
del 4 gennaio 1894 sta malissimo, sembra in agonia e Luigi Turco fa accorrere
il medico del paese, Giovanni Gatti, che lo visita e scuote la testa, il povero
Bruno ha perso conoscenza e gli muore tra le mani. L’unica cosa strana che il
medico nota sul corpo del morto dopo averlo esaminato attentamente è una lesione dei comuni tegumenti a bordi
suppuranti sulla gobba del parietale sinistro
, ma, in tutta coscienza, non
è in grado di precisare se la morte si debba attribuire alla lesione descritta o ad altra malattia. Per non sbagliare,
sapendo dell’aggressione di quasi due settimane prima, fa avere la notizia ai
Carabinieri.
E così il
Brigadiere Giuseppe Ripepi, comandante la stazione di Lago, va a constatare
personalmente la lesione descrittagli dal medico, si insospettisce e vuole
vederci chiaro. Va a trovare Francesco Perri ma scopre che, appena si è sparsa
la voce del decesso del cecato, si è
allontanato dal paese per ignota destinazione. Due più due fa sempre quattro.
Ripepi telegrafa immediatamente al Pretore di Amantea, Giuseppe Sposato,
esternandogli i suoi sospetti e questi, quattro giorni dopo, si reca a Lago con
un medico al seguito per effettuare l’esame autoptico.
Giudico che l’individuo a cui appartiene il
cadavere qui presente morì esclusivamente ed unicamente per congestione intensa
delle meningi prodotta da trauma riportato sul cranio
.
Viene subito
spiccato un mandato di cattura nei confronti di Francesco Perri ma bisognerà
aspettare perché del sospetto non ci sono tracce. Intanto le indagini
proseguono interrogando vari testimoni
Il primo a
rispondere alle domande del Pretore è il ventenne calzolaio Aristide Caruso
Vidi che Francesco Perri uscì dalla bottega
e corse in aiuto del bambino, cercando di strappare il bastone dalle mani dello
Scanga. Ne venne allora tra i due una specie di colluttazione, ossia un tira e
molla e ad un certo punto lo Scanga perdè l’equilibrio e cadde a terra col
corpo in arco in modo che battè col capo sul selciato della via e si produsse
una ferita. Quindi immediatamente si alzò e si diede a fuga dicendo: “Mi sono
rotto il capo… mi sono rotto il capo…”. Non è vero che il Perri abbia percosso
lo Scanga collo stesso bastone di costui, anzi io vidi che quando esso Scanga
cadde a terra, egli se ne rientrò pacificamente nella bottega. Tre o quattro
giorni dopo del fatto rividi lo Scanga e mi disse che si era rimesso al lavoro
Tutto il
contrario di quanto in un primo momento era emerso. Ma i testimoni che parlano
dopo di lui lo smentiscono categoricamente e Caruso capisce che è meglio per
lui se dice tutta la verità
Ritornando a quanto deposi ieri, modifico
intieramente la mia deposizione perché non è stata vera e la ragione di ciò si
fu che io mi trovavo convulso e mi imbrogliai nel raccontare i fatti
… – poi
li racconta come tutti gli altri, cioè che Perri ha tirato delle bastonate in
testa a Bruno Scanga. Evidentemente qualche cardellino
o fringuello gli ha spiegato a cosa
va incontro un falso testimone.
Finalmente,
il 23 febbraio 1894, Francesco Perri si costituisce e si difende
Nel pomeriggio del ventitre dicembre mi
trovavo a lavorare nella mia bottega da sarto sulla strada San Giuseppe in Lago
quando un mio giovine a nome Francesco Coscarella mi disse: “Guarda, Bruno
Scanga ha tirato due bastonate a tuo nipote”. Ciò infatti era vero ed il mio
nipotino Giuseppe era caduto a terra in seguito alle percosse ed implorava
aiuto. Allora corsi subito in strada dove era avvenuta la scena e mi diedi a soccorrere
il ragazzo, senza avere in animo di inveire contro lo Scanga, ma questi,
sospettando quel che non era, cercò avventarsi contro di me impugnando il suo
piccolo bastone e prendendo anche un sasso da terra. io non feci altro che
cercare di togliergli il bastone dalle mani, egli me lo contrastò e con qualche
urto che io, involontariamente, gli avrò potuto dare cadde a terra e in questo
modo dovette ferirsi, cioè percuotendo il capo sul selciato. Non è vero,
quindi, che io lo percossi col bastone sulla testa, anzi posso dirvi che appena
lo vidi cadere me ne ritornai in bottega. Sono innocente
Ma questa
autodifesa non sembra del tutto credibile sia per il tipo di ferita riportata
che non è assolutamente compatibile con un urto sul selciato e sia perché il
Pretore accerta che Perri non rientrò subito e volontariamente nella sua
bottega, ma lo fece solo per l’intervento delle molte persone che accorsero
attirati dalla lite.
Due giorni
dopo vengono sentiti Gaetano Giordano, Antonio Mazzotta e Nicola Politano,
citati da Perri a suo discarico, i quali attestano tutti e tre la stessa cosa
Vidi uscire Francesco Perri dalla sua
bottega e, avventatosi sopra lo Scanga, cercò disarmarlo del bastone che ancora
aveva in mano e perché questi resistette, il Perri, nello strappare il bastone,
lo fece stramazzare a terra e non vidi se riportò alcuna lesione. Poco dopo si
alzò e nell’andarsene non intesi alcun lamento da parte sua d’essere stato
battuto dal Perri
Il Pretore
richiama i tre a dire la verità,
null’altro che la verità, ammonendoli delle pene previste contro i testimoni
reticenti
, ma i tre confermano tutto e vengono denunciati per falsa
testimonianza, così come Aristide Caruso che ha già ritrattato e detto la
verità.
A chiusura
delle indagini il Pubblico Ministero chiede il rinvio a giudizio di Francesco
Perri per avere, con atti diretti a
commettere una lesione personale, cagionato la morte di Scanga Bruno
.
Chiede anche il rinvio a giudizio, con l’accusa di falsa testimonianza, di
Gaetano Giordano, Antonio Mazzotta e Nicola Politano i quali, più volte
interrogati durante la fase istruttoria senza il vincolo del giuramento, hanno
sempre confermato le proprie versioni dei fatti. Per l’altro imputato, Aristide
Caruso, viene chiesto il non luogo a procedere.
Il 15 maggio la Sezione d’Accusa accoglie
le richieste e rinvia gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il
dibattimento dura solo la giornata del 27 luglio 1894. Subito Giordano,
Mazzotta e Politano ritrattano, firmando questa dichiarazione: Ritrattando le loro dichiarazioni fatte
innanzi al Magistrato incaricato della istruzione del processo per cui vennero
sottoposti a procedimento di falso, oggi, in vista della pena che la legge loro
fulmina, han costantemente dichiarato che veramente essi nulla videro e nulla
sapevano del fatto delle lesioni cagionate dal Perri allo Scanga e se deposero
in quel modo la prima volta, si fu perché non prestavano giuramento. Questa è
la verità
.
Il difensore
dei tre chiede subito il non luogo a procedere.
Troppo facile
e troppo comodo, ma il Pubblico Ministero non si oppone, non si oppone nemmeno
la difesa di Francesco Perri e non si oppone nemmeno la parte civile, così i
tre se la cavano e possono tornare a casa senza aspettare oltre.
Per Francesco
Perri invece il dibattimento continua e, verso sera, la giuria emette il
verdetto col quale lo ritiene colpevole di omicidio preterintenzionale e lo
condanna alla pena di 6 anni e 8 mesi di reclusione, più pene accessorie.
Il 17 gennaio
1895 la Suprema Corte
di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato.[1]

[1] ASCS, Processi Penali. La foto pubblicata per gentile concessione di Francesco Mazzotta.

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