L’ORGANETTO

È la sera del
7 novembre 1925. Tre giovanotti, Agostino Guagliano e Felice Benvenuto,
entrambi di Maierà, ed Eugenio Benvenuto di Diamante, suonando un organetto
stanno andando a casa di Salvatore Ritondale in contrada Monte Salerno di
Diamante per fare un po’ di baldoria. La casa è già piena di gente che
chiacchiera e scherza e con l’arrivo dell’organetto comincia a ballare. È
davvero una bella serata allegra tra amici e per fortuna circola poco vino che,
si sa, a volte può causare brutti scherzi.
Mentre il divertimento continuava, il
Guagliano, padrone dell’organetto
, forse seccato dalle continue richieste
da parte degli invitati o forse solo per scherzo, esclama
– Beh! Mi
vendo l’organetto! Chi lo vuole?
– Io no! –
risponde Francesco Benvenuto
– Me lo
compro io! – urla Felice Antonio Benvenuto mentre tira fuori 45 lire in
banconote e le sventola sotto il naso di molti invitati. Quando fa lo stesso
gesto davanti al viso di Antonio Ritondale, il figlio del padrone di casa,
questi gli strappa le banconote di mano e se le mette sotto una coscia sulla sedia ove sedeva. Ne nasce una specie di
scherzoso battibecco tra i due e, alla fine, Ritondale restituisce il denaro al
legittimo proprietario, senonchè un
biglietto da cinque rimase sulla sedia per pura combinazione e quando, alle
richieste dello stesso Benvenuto, il Ritondale Antonio andò per prendere il
detto biglietto, accadde che, senza volerlo, si sia rotto
– Se vuoi, te
la cambio – dice Antonio Ritondale porgendo all’altro i due pezzi della
banconota
– Si, si…
intanto dammi le altre 10 lire che mancano – gli risponde, stizzito
– Così è la
cosa? Mi stai accusando di averti rubato dei soldi? Allora vattene da casa mia,
scostumato!
Felice
Antonio esce di casa e si ferma nelle vicinanze. Intanto l’armonia della festa
si è rotta e gli invitati salutano e se ne vanno, mentre Eugenio Benvenuto,
prendendo le parti di suo cugino Felice Antonio, comincia un’accesa discussione
con il padrone di casa incamminandosi lungo la strada del ritorno
– La finisci
di offendere mio padre? – interviene Antonio Ritondale che lo afferra per il collo
Il lampo che
per una frazione di secondo illumina la strada e la contemporanea detonazione
di un colpo di pistola lasciano tutti di sasso. Non si capisce chi abbia sparato
e se qualcuno sia rimasto colpito. Poi, tornati il silenzio e il buio, dei
passi affrettati che si allontanano e altri due lampi e due detonazioni. Adesso
la confusione è generale e tutti cercano riparo. Non Antonio Ritondale che è
rimasto a terra, colpito alle spalle dalla prima pallottola sparata
Ah! Mi hanno ferito! – urla e subito
sviene
Grida,
disperazione, bestemmie. Antonio respira ancora e in fretta viene portato a
casa. Morirà un’ora più tardi.
– Chi ha
sparato? – Si chiedono l’un l’altro i presenti
– Agostino
Guagliano. È scappato con Eugenio e Felice Antonio Benvenuto – assicura
Giovanni Benvenuto
– Se lo hai
visto perché non hai dato alcun avviso? – gli urla in faccia Salvatore
Ritondale, il padre della vittima
Fu quistione di un attimo e non feci a tempo
ad avvertire alcuno
… – si difende Giovanni Benvenuto
Quando
Francesco Benvenuto, cognato del povero Antonio, bussa alla porta della caserma
dei Carabinieri di Diamante il sole è sorto da poco. Il Brigadiere Bruno
Dattilo ordina ai suoi uomini di prepararsi e partono a piedi alla volta di
contrada Monte Salerno. Arrivato sul posto, Dattilo fa i primi accertamenti,
interroga alcuni dei presenti al fatto e conclude
Stante così le cose, è evidente che il
delitto fu premeditato, forse per vecchi rancori
, che accerteremo, perché contrariamente non è possibile che si
commette per un nonnulla un omicidio e specie dal Guagliano che non aveva avuto
parte nel diverbio; il suono è stato l’incentivo della quistione e non si può
fare a meno di ritenere che fra il Guagliano, Benvenuto Felice Antonio e
Benvenuto Eugenio non vi fosse dell’accordo, ciò lo dimostra lo svolgimento
dell’accaduto
È da questi
presupposti che si parte per approfondire le indagini e l’ipotesi investigativa
di Dattilo trova conforto nel fatto che i tre amici si sono dati alla latitanza.
La volontà
omicida di chi ha sparato emerge chiara dalla posizione della ferita, nel punto medio dell’emitorace destro, a 4
centimetri circa dalla colonna vertebrale
. Penetrando dal di dietro in avanti, dal basso in alto e dall’esterno all’interno,
la pallottola, esplosa dai 4 ai 5 metri di distanza, ha perforato da parte a
parte il polmone destro, l’orecchietta destra del cuore, la radice dell’aorta e
lo sterno, terminando la sua corsa sotto la pelle del torace.
Poi, nel
primo pomeriggio dell’8 novembre, mediante
promesse, nonché l’intervento di persone
incaricate dal Brigadiere Dattilo,
si riesce a indurre i due complici a
presentarsi
.
Si fece uno scherzo e cioè si fecero delle
offerte per la compera dell’organetto del Guagliano e a un certo punto Felice
Antonio Benvenuto mise fuori 45 lire, delle quali ho visto che Antonio
Ritondale ne strappò un biglietto da cinque
– Eugenio Benvenuto racconta la
sua versione dei fatti –. A un certo punto Antonio si lanciò contro Felice Antonio Benvenuto; io mi alzai e uscii assieme
con gli altri tra i quali i Ritondale padre e figlio. Quest’ultimo diceva che
voleva accompagnare a schiaffi Felice Antonio e intanto il padre andò a casa e
ritornò armato d’un fucile. Mentre si cercava di calmare tanto il padre che il
figlio, anche da parte di Francesco Benvenuto, loro rispettivo genero e cognato
e mentre Antonio Ritondale era in mezzo a due o tre persone, risentii un colpo
e Antonio, cadendo per terra, gridò di essere stato ferito. Susseguirono altri
due colpi e mi detti alla fuga con Giovanni Benvenuto per paura che mi
incogliesse un male
– Chi ha
sparato?
Faceva buio e non ho visto chi abbia esploso
i colpi, né come siano andate le cose. La mia partecipazione al fatto si limita
a questo che cercai di persuadere Salvatore Ritondale a non far quistioni
quando ritornò armato di fucile, prendendolo per un braccio, mentre dall’altro
lato gl’impedivo di commettere eccessi Guagliano Agostino
– Ma pare
proprio che a sparare sia stato Guagliano e non risulta che Salvatore Ritondale
fosse armato…
– Io non l’ho
visto sparare, era a fianco di Salvatore Ritondale che aveva un fucile…
– Se non sei
implicato nel delitto, perché ti sei reso latitante?
Non è vero che mi sia dato alla latitanza,
tanto è vero che sono stato arrestato per esser comparso dinanzi ai Carabinieri
di Diamante in seguito a chiamata del Brigadiere
Poi è la
volta di Felice Antonio Benvenuto che conferma alcune delle circostanze
raccontate da suo cugino, ma ne smentisce altre
– Si fece lo
scherzo di incantare l’organetto di Agostino Guagliano. Io misi fuori 45 lire
che mi furono strappate da Antonio Ritondale…
– Strappate
nel senso che te le ha tolte di mano? – lo interrompe il Pretore
– No,
strappate strappate! E per giunta mi
voleva menare, ma non ci riuscì e me ne andai
– continua –, senonché ad un tratto sentii un vociare a
una distanza di dieci metri e sia per l’oscurità, sia per la confusione non
capii nulla. Poi sentii un primo colpo e subito Antonio Ritondale dire che era
stato ferito dal cugino Agostino; di seguito sentii altri due colpi ma non ho
visto chi li abbia esplosi… mentre tornavo a casa fui raggiunto da Agostino
Guagliano il quale nulla mi disse sul modo come erano andate le cose
– Hai visto
qualcuno armato?
Non ho visto nessuno armato
– Sei sicuro
che Antonio Ritondale strappò le tue banconote?
In verità io non ho visto quando Antonio
strappò le 40 lire; ho visto soltanto quando strappò le prime 5 lire
– E perché le
avrebbe strappate?
Non ne so il motivo e per mio conto ero
sicuro che il giorno seguente avrei riavuta l’intera somma
– poi ci pensa
su qualche secondo e aggiunge –. Credo
che Antonio si sia offeso pel fatto che io avevo espresso di non tenere alle 5
lire stracciate e credo che per lo stesso motivo mi voleva menare
– In che
rapporti erano Antonio Ritondale e Agostino Guagliano?
Nulla so dei loro rapporti
Sembrano
sinceri, potrebbero davvero non essere coinvolti nell’omicidio.
Sono le 6 di
mattina del 10 novembre. Il Brigadiere Dattilo e il Carabiniere Carmine Gallo
stanno effettuando un servizio sul treno 1931 diretto a Reggio Calabria. Su detto treno notammo la presenza di
Guagliano Agostino che stava seduto in uno scompartimento di III^ classe. Il
medesimo venne subito tratto in arresto e venne nello stesso momento consegnato
ai militari che con quel treno eseguivano traduzioni straordinarie a Belvedere
per essere dato in consegna al custode di quelle carceri perché lo tenesse a
disposizione dell’Autorità Giudiziaria
. Finisce così, mentre cerca di
allontanarsi nel modo meno consueto, la breve latitanza del principale
sospettato dell’omicidio di Antonio Ritondale.
Dopo aver ballato e bevuto del vino, meno di
me che sono astemio, ce ne andammo. Io presi commiato assieme a Eugenio, Felice
Antonio e Giovanni Benvenuto. Ero appena uscito di casa che fui chiamato a
recarmi di nuovo in casa dell’ucciso il quale mi propose di andare a fare una
cantata a Cirella, ma io mi rifiutai; allora ci trattenemmo ancora un poco e io
mi misi a sonare l’organetto. Salvatore Ritondale ebbe a dirmi se volevo
vendergli l’organetto ed io gli risposi di no, aggiungendo per scherzo di voler
sapere quanto me lo avrebbe pagato se glielo avessi venduto e lui rispose che
l’avrebbe pagato trenta lire e ciascuno dei presenti fece anche per conto
proprio, ma sempre per scherzo, un’offerta. Felice Antonio Benvenuto infine
offrì 45 lire e mise fuori la somma. Tosto Antonio Ritondale, l’ucciso, tolse
di mano al Benvenuto le 45 lire e se le pose sotto una coscia sulla sedia su
cui sedeva e poi, dietro mia esortazione, gliele restituì, meno 5 lire che
strappò. Di lì a poco gli tolse ancora le quaranta lire e pure le strappò,
tentando inoltre di menarlo senza riuscirvi perché io aprii la porta e lo feci
andar fuori, seguendolo con tutti gli altri. Non avevamo fatto una cinquantina
di metri che ci raggiunse Salvatore Ritondale con un fucile; ci disse che le 45
lire le avrebbe pagate lui e nel contempo imbracciò il fucile contro di noi. Allora
io ed Eugenio Benvenuto lo prendemmo alle spalle per calmarlo e mentre egli
sbraitava dicendo che ci doveva bruciare, sopraggiunsero il genero Francesco
Benvenuto e il figlio Antonio; il genero fece anche lui opera di persuasione a
ben fare, ma il figlio inveì prima contro di me prendendomi alla gola, poi si
lanciò contro altri. Ne avvenne una colluttazione durante la quale vidi una
mano armata di rivoltella che con un colpo feci cadere impossessandomene.
Intanto Antonio si scagliò nuovamente contro di me facendomi cadere per terra e
allora io gli tirai contro un colpo di rivoltella, esplodendone altri due in
aria per richiamare l’attenzione di altra gente. Il Ritondale fu da me colpito
dopo avermi fatto cadere per terra, ma mentre aveva volto a me le spalle per
slanciarsi contro Eugenio Benvenuto
Il Pretore è
perplesso perché questa ricostruzione contiene elementi comuni a quelle degli
altri due imputati e potrebbe essere credibile, ma il resto no, il resto è
smentito dai testimoni, nessuno dei quali ha riferito della zuffa tra Antonio e
Gaetano e della caduta di quest’ultimo. E poi che bisogno c’era di sparare
contro Antonio se ormai gli aveva voltato le spalle e non rappresentava più una
minaccia per lui? Potrebbe esserci sotto dell’altro.
Intanto
vengono messi a confronto testimoni e imputati e si raggiungono alti livelli di
drammaticità, per esempio quando il Pretore Alfonso Vaccari fa sedere davanti a
sé i testimoni Giovanni Benvenuto, Domenico Oliva e Felice Antonio Ritondale
Benvenuto:
Voi altri due eravate tutti e due
presenti quando fu ferito Antonio Ritondale, come ero presente io ed erano
presenti gli altri
Ritondale
ed Oliva
: Voi siete un bugiardo e noi
non avremmo motivo per affermare una cosa diversa dal vero
– dicono
alzandosi minacciosi dalle sedie
Benvenuto:
Voi eravate presenti, insisto, e se mi
toccate vi denunzio
!
Ritondale
ed Oliva
: State tranquillo che
nessuno vi torcerà un capello e per altro noi siamo pronti a deporre anche con
giuramento
Ritondale:
Voi forse credete di venire in soccorso
di Eugenio e Felice Antonio Benvenuto vostri cugini, ma noi non possiamo
falsare la verità
Benvenuto:
Assieme con voi era presente anche
Salvatore Ritondale, armato di fucile, ed anche Francesco Benvenuto può
testimoniare della vostra presenza
!
O come il
confronto tra lo stesso Giovanni Benvenuto e il padre della vittima, Salvatore
Ritondale
Benvenuto:
Voi vi siete trovato presente quando fu
ferito vostro figlio ed eravate armato di fucile che spianaste contro il gruppo
costituito dagli altri
Ritondale:
Voi mentite! Se io mi fossi trovato
presente non sarebbe accaduto niente e se, dopo l’accaduto, fossi stato armato
di fucile, l’omicidio di mio figlio non sarebbe rimasto invendicato! Voi siete
un complice perché avete veduto quando il Guagliano si avvicinava piano piano contro
mio figlio con la rivoltella in pugno e non avete dato alcun avvertimento
!
Benvenuto:
È vero che vidi il Guagliano estrarre la
rivoltella e sparare vostro figlio, ma fu questione di un attimo e non feci in
tempo ad avvertire alcuno
Mentre si
svolgono i confronti, il Brigadiere Dattilo viene a sapere che il probabile
movente dell’omicidio deve ricercarsi in una presunta relazione tra Agostino
Guagliano e la moglie della vittima, ma nessuno si azzarda a mettere nero su
bianco e tutto rimane solo una confidenza, inutile ai fini del processo.
L’unica cosa
di cui gli inquirenti si convincono è l’insufficienza degli indizi a carico dei
cugini Eugenio e Felice Antonio Benvenuto, per cui, in attesa di formalizzare
le richieste o meno di rinvio a giudizio, viene loro concessa la libertà
provvisoria.
Niuna parte presero all’omicidio Eugenio e
Felice Antonio Benvenuto. Il reato fu istantaneo, improvviso ad opera tutta
esclusiva del Guagliano. La presenza dei due Benvenuto nulla depone a loro
carico e nemmeno dice nulla la loro fuga, appena dopo il delitto, perché si
spiega con lo stupore e con lo spavento che esso produsse in coloro che erano
più di tutti ben lontani dall’immaginare che potesse avvenire
. Così la Sezione d’Accusa motiva la
decisione di dichiarare il non luogo a procedere nei confronti dei cugini
Benvenuto per il reato di complicità in omicidio. Agostino Guagliano invece
dovrà rispondere di omicidio volontario davanti alla Corte d’Assise di Cosenza.
Finora nessuno ha scritto una sola parola sul movente ed è troppo facile
cavarsela col definirlo istantaneo e improvviso perché non c’è nessuna
necessità di sparare ad un uomo che volta le spalle. È il 24 aprile 1926.
Il
dibattimento inizia il 3 dicembre successivo e bastano due udienze per
condannare Agostino Guagliano a 9 anni, 2 mesi e 10 giorni di reclusione
ravvisando il movente nell’impeto d’ira o
d’intenso dolore causato da ingiusta provocazione
e negando, nello stesso
tempo, sia che abbia commesso il fatto
eccedendo i limiti della necessità di respingere da sé una violenza attuale ed
ingiusta
, sia che commise il fatto
perché costretto dalla necessità di respingere da sé una violenza attuale ed
ingiusta
.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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