I PERICOLOSI MALAVITOSI DI MAIERA’

Dalla fine
della prima Guerra Mondiale la vita delle
poche persone dabbene del paese è resa precaria dal predominio che la teppa è
venuta acquistando, tanto da commettere sfrontatamente i peggiori reati. La
totalità della cittadinanza di Maierà, sia per paura, sia per desiderio di
quieto vivere ha lasciato correre trincerandosi dietro il solito “Purchè non toccano
me, facciano quel che vogliono”. Solo pochi cittadini conquisi da un alto senso
di umanità e di giustizia, malvedendo le vessazioni, i delitti consumati dalla
teppa, hanno cercato e cercano di porvi freno non proteggendo questa teppa, non
solo, ma sollecitando l’istituzione della Caserma dei RR.CC. e dal momento che
l’impianto della caserma si può ritenere un fatto compiuto, s’è rinfocolato
l’odio di questa gente e del Biancamano Battista in ispecie contro me
.
A scrivere è Giovanni
Biondi, uno dei rampolli della famiglia più in vista di Maierà e studente in medicina. Il motivo per cui
le ha scritte? Eccolo:
Sono le 7,30
del 23 settembre 1922 quando alle Pietre del Bianco, a un centinaio di metri
dal Municipio di Maierà, stanno discorrendo di
armi
Ubaldo Biondi, fratello di Giovanni, Riccardo Benvenuto e Battista
Forte. Biondi mostra agli altri due la sua rivoltella nuova di zecca. A loro si
avvicina Battista Biancamano, uno dei capi della teppaglia, e Forte gli dice
Sei venuto in tempo per lo sposalizio del
tuo compare
Sono stanco e non vi andrei neanche per
mille lire
! – gli risponde mentre, senza alcun motivo apparente, afferra
Biondi per il bavero della giacca e comincia a tempestarlo di pugni,
apostrofandolo “sbirro”. Benvenuto si mette in mezzo per dividerli ma il suo
intervento fa si che Biondi perda l’equilibrio e cada a terra, consentendo così
a Biancamano di saltargli addosso e colpirlo ancora. Benvenuto si mette in
mezzo di nuovo e chiede aiuto a Forte che invece rimane indifferente
– Aiutami a
dividerli, muoviti! – ma Forte non interviene e Benvenuto nota che se ne sta
furtivo dietro Ubaldo Biondi. Quando finalmente riesce a dividere i due
rissanti, Biondi si rialza e fa per mettere mano alla rivoltella che teneva
nella fondina ma, con grande sorpresa, non c’è più. Temendo che l’abbia potuta
prendere l’avversario, si avvia di corsa verso casa
Va a prendere il fucile chè io ti aspetto!
– lo provoca Biancamano
Ubaldo torna
a casa e racconta tutto a suo fratello Giovanni. I due si armano, il primo di
fucile ed il secondo di rivoltella, ed escono con l’intento, o forse con la
scusa, di andare al fondo Giardino per verificare l’andamento dei lavori agricoli. Arrivati alle Pietre
del Bianco incontrano Battista Forte al quale Giovanni chiede conto in modo
molto risentito del suo comportamento durante la rissa. Forte forse teme che
Giovanni voglia fargli del male e scappa. Proprio in questo momento va incontro
ai fratelli Biondi il loro anziano zio Alfredo, il medico del paese. Dietro di
lui, a una cinquantina di metri, proprio accanto al Municipio, c’è Battista
Biancamano che impugna una pistola. Partono i primi colpi verso i Biondi che
reagiscono rispondendo al fuoco. Biancamano si nasconde dietro il portone del
Municipio e continua a sparare mentre i fratelli Biondi avanzano verso di lui. Biancamano
allora entra nell’edificio, chiude dietro di sé il portone davanti al segretario
comunale paralizzato dalla paura, si avvicina al balcone che guarda sulla
strada sottostante, raccatta un lenzuolo steso e si cala nel vuoto sparendo tra
i vicoli.
Zio e nipoti
rientrano a casa per riordinare le idee, poi, dopo circa un’ora e mezza, i
fratelli escono di nuovo con la scusa di andare al Giardino, pensando che Biancamano non oserà affrontarli di nuovo
così presto perché sicuramente qualcuno avrà già informato i Carabinieri di
Diamante i quali potrebbero arrivare da un momento all’altro, sorprenderlo e,
finalmente, arrestarlo. Oltrepassato il Municipio, la voce di Tommaso De Marco
li blocca
– Tornate a
casa per l’amor di Dio! – urla con la voce rotta dai respiri affannati –
tornate a casa perché Rosa Cirillo mi ha appena detto che quattro o cinque della teppa sono appostati lungo la strada… forse
aspettano voi!
Ubaldo e
Giovanni si guardano, guardano gli occhi di De Marco pieni di paura e capiscono
che non è il caso di rischiare una revolverata, così decidono di tornare
indietro, ma non fanno che qualche passo e le pallottole cominciano a fischiare
dietro di loro. Giovanni è colpito alle spalle e si accascia. Ubaldo lo
sorregge fino a dietro un albero dove trovano riparo. In lontananza rumore di
gente che corre allontanandosi.
Giovanni è
fortunato. La pallottola gli è entrata nella zona paravertebrale sinistra, ha
sfiorato la pleura ed è uscita dal torace senza ledere organi vitali. Se la
caverà.
I Carabinieri
di Diamante si mettono sulle tracce di Battista Forte, del suo compare Battista
Biancamano e del fratello di quest’ultimo, Oreste. Tutti e tre sono stati visti
qualche minuto prima del tentato omicidio mentre confabulavano proprio nelle
vicinanze del posto da dove sono stati esplosi i colpi di rivoltella, ma
sembrano essere spariti nel nulla.
Poi,
esattamente un mese dopo i fatti, una soffiata rivela che Oreste Biancamano sta
dormendo tranquillamente a casa sua a Maierà. I Carabinieri lo sorprendono nel
sonno e, ovviamente, si dichiara completamente estraneo ai fatti.
È il 29
dicembre pomeriggio quando Battista Forte bussa alla porta della caserma dei
Carabinieri di Diamante per costituirsi
– Dopo una
mezz’ora dalla rissa tra Ubaldo Biondi e Battista Biancamano, alla quale non
partecipai, io ero in compagnia di Biagio
Cetraro e incontrai i fratelli Biondi. Giovanni mi chiamò in disparte con
l’intenzione di parlarmi ma poi, estratta una rivoltella ed il pugnale,
m’impose di sedere sul muretto vicino. Alle mie proteste per tanta
ingiustificata aggressione, si aggiunsero le esortazioni del fratello Ubaldo,
il quale lo rassicurava che io nulla di male gli avevo fatto e fu così che
Giovanni desistette da ogni ulteriore violenza verso di me, specie quando fu
trattenuto da Biagio Cetraro. Io scappai verso casa per timore di inseguimento
da parte dei Biondi e nei pressi del Cimitero, ch’è vicino alla mia abitazione,
ebbi occasione di vedere Biancamano Battista col quale mi lamentai perché aveva
dato causa a quel litigio. Poco discosto stava il fratello Oreste, che
probabilmente non mi avrà né udito, né visto
. Del ferimento di Giovanni
Biondi io non so niente perché ero a casa e ho i testimoni…
Ma di
Battista Biancamano continuano a non esserci tracce e qualcuno comincia a
sussurrare che è riuscito a espatriare clandestinamente in Francia. Gli altri
due imputati sono trasferiti nel carcere di Cosenza dove, il 30 dicembre,
vengono sequestrate due fibbie, due
biglietti, con un unico messaggio che Oreste Biancamano ha cercato di far
recapitare a Battista Forte e potrebbero essere guai molto seri per loro
Caro cugino
Si nel caso che il giudici non tia chiamato
quando ti chiama per conto mio gli dite che non mi avete visto la mattina e gli
dite che io mi ritiravo da Grisolia che avevo andato a contare le pecore ai
capito fatimi sapire voi qualche cosa del fatto se mi mandati qualche biglietto
io mi trovo ansiemo con Ritondale e Bellusci et salutami caramente io ti saluto
e fammi sapire qualche cosa e poi gli dite al giudice che io nella questione
non ci stavo perche Batt no
(poi incomprensibile)
Le indagini
sono praticamente concluse ma prima di procedere con le richieste del Pubblico
Ministero, si cerca di rintracciare e catturare Battista Biancamano che ora
tutti ritengono nascondersi nelle grotte e negli anfratti di cui il territorio
è costellato e che lui conosce a menadito. Intanto la situazione dell’ordine
pubblico a Maierà è di nuovo molto critica: furti, minacce, estorsioni non si
contano più ma nessuno denuncia per paura della vendetta di Biancamano e dei
compari che lo aiutano e spalleggiano.
Il 15 marzo
1923 una pattuglia dei Carabinieri di Diamante composta dall’Appuntato Emilio
Martino e dal Carabiniere Angelo Natoli è a Maierà per tentare la cattura del
latitante, segnalato in paese. Racconta Martino: Dopo una giornata di inutile appiattamento fatto in un punto dello
stesso abitato dove egli era solito passare, ci recammo in quella casa comunale
ove verso le ore 15 si doveva unire in matrimonio una cugina del latitante ma
questi, accortosi della nostra presenza, riuscì a fuggire.
Nel continuare le nostre ricerche e
precisamente circa le ore 17 dello stesso giorno, notammo dall’alto il
Biancamano che se ne stava seduto su un muricciolo di un parapetto attiguo
all’abitato. Noi Appuntato Martino, visto l’impossibilità di poterlo circondare
e data la scaltrezza del latitante, ritenemmo che il mezzo migliore per
avvicinarci a lui era quello di spiccare un salto, come infatti fecimo,
malgrado l’altezza di una diecina di metri. Il Biancamano, visto avanti la sua
persona noi Appuntato Martino, si alzò e fatto qualche passo mentre noi stavamo
per inseguirlo, estrasse una rivoltella sparando un colpo contro di noi stesso,
senza però colpirci.
Martino dopo la pazzia del salto che avrebbe potuto
costargli la vita è ovviamente stordito e fatica a estrarre la sua rivoltella,
restando in balìa del delinquente che sta per ammazzarlo. Ma dall’alto
interviene il Carabiniere Natoli che spara contro Biancamano e questo fa si che
l’uomo si dia alla fuga.
L’azione di
Martino ha dell’incredibile e lascia stupefatto il Maresciallo Pedranghelu: notammo con grande meraviglia come avesse
potuto fare un simile salto senza prodursi nessun male
. È stato coraggio o
incoscienza? Certamente tra Martino e Biancamano è nata una specie di sfida
all’ultimo sangue. Scrive Pedranghelu: Il
Biancamano vede nella persona del bravo Appuntato un nemico acerrimo perché
questi, non badando a pericoli di sorta, si sacrifica continuamente per
riuscire a catturarlo
.
Il perdurare
di questa drammatica situazione consente di accelerare l’istituzione della
caserma dei Carabinieri, che resta sempre il movente del tentato omicidio di
Giovanni Biondi.
È l’una di
notte del 23 agosto 1923 quando i Carabinieri di Maierà stanno effettuando un
servizio di perlustrazione nell’abitato perché una voce amica ha detto che
Biancamano quella notte dovrebbe essere a casa sua. Non lo trovano ma trovano
evidenti tracce che fino a qualche minuto prima era lì, così in seguito ad attive ed incessanti ricerche
ed appiattamenti, transitando per la via manca
, si accorgono che sopra ad una tettoia alta dal suolo circa
otto metri, v’era un individuo appiattato
.
Il Brigadiere
Giuseppe Papa, comandante la stazione, prende l’iniziativa: noi predetti militari abbiamo con scaltrezza
in men che non si dica, circoscritto il fabricato di diverse case meditando il
modo come potere accedere sulla tettoia, mentre l’individuo a noi ancora ignoto
spiava le nostre mosse spostandosi da un lato all’altro, cercando il modo di
potersela svignare. Noi brigadiere Papa, organizzato il piano, stabilimmo
rimanere da un lato del fabricato da dove si presumeva scappare l’ignoto il
carabiniere Tabella e dall’altra sponda di esso fabricato noi Papa, pregato la
famiglia Arcuioti Carmine, abbiamo acceduto nella casa di esso ed ivi da un
balcone, scavalcati un muro alto due metri circa, con sottostante un cortiletto
alto dal suolo circa 15 metri, con la pistola alla mano ci siamo portati sulla
tettoia con agilità e ci slanciammo ad acciuffare lo sconosciuto il quale
tentava darsela a gambe. Identificatolo era proprio il pericoloso latitante
Biancamano Battista. Contemporaneamente accorso sulla tettoia anche il
carabiniere Tabella, lo abbiamo assicurato coi ferri e tradotto nella nostra
camera di sicurezza
.
– Dove hai
messo la pistola? – gli chiede Papa
La mia vita prendetela, ma la pistola non
posso indicarvi ove la tengo
– risponde sprezzante
Adesso si può
procedere e la Sezione
d’Accusa rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza Battista
Biancamano, suo fratello Oreste e Battista Forte con l’accusa di tentato
omicidio. Ma rinvia a giudizio anche Ubaldo e Giovanni Biondi con l’accusa di
minaccia con arma e sparo d’arma in rissa. È il 12 novembre 1923.
Cinque mesi
dopo la Corte
d’Assise di Cosenza condanna Battista Biancamano a 11 anni, 8 mesi e 15 giorni
di reclusione; condanna anche Battista Forte a 2 anni e 6 mesi di reclusione e
assolve Oreste Biancamano e i fratelli Biondi.
Ma non è
finita. Processato anche per il mancato omicidio dell’Appuntato Martino,
Biancamano si becca un altro anno di reclusione e viene recluso nel carcere
mandamentale di Belvedere Marittimo, da dove riesce ad evadere il 12 maggio
1924, ricominciando a terrorizzare il territorio. Un paio di settimane dopo i
Carabinieri sono sul punto di arrestarlo ma lui spara e riesce a scappare, ma
ormai è braccato.
Il Brigadiere
Papa e i suoi uomini il 10 luglio 1924 stanno rastrellando il Monte Carpino
quando, verso le 4,00, notano che sotto
un grosso macigno posto in un punto fuori mano ed inaccessibile, circondato da
cespugli e frasche, vi erano segni evidenti di permanenza di persone: pedate,
bucce di frutta, pezzi di carta, nonché un rudimentale giaciglio composto di
foglie ed erba secca che fece a noi dubitare che, dato l’inaccessibilità di
quel luogo, solamente colà poteva rifugiarsi il Biancamano
. Quindi si
appostano nelle vicinanze scrutando le
accidentalità del terreno certi che prima o dopo il Biancamano o qualche
favoreggiatore si sarebbe colà palesato, in vista anche della sopraggiungente
abbondante pioggia e delle conseguenti scariche elettriche che si succedevano
ininterrottamente
. Papa ha visto bene. dopo un paio di ore di attesa sotto
la pioggia incessante finalmente vedono avvicinarsi Battista Biancamano che,
costeggiando le balze del monte si dirige verso il rifugio. Sembra tranquillo
ma non è così. In mezzo a un cespuglio ha visto luccicare qualcosa illuminata
da un lampo. Fa finta di niente e continua ad avvicinarsi ma col pollice arma
il cane della rivoltella e, all’improvviso, si accoscia e comincia a sparare
contro il cespuglio dove è appiattato
il Brigadiere Papa, ma i colpi vanno a vuoto. Contemporaneamente tutti i
Carabinieri rispondono al fuoco con i moschetti caricati a mitraglia e subito
un lamento e un urlo:”Mi avete fatto!”,
fa capire che il ricercato è stato colpito. Ma Biancamano non si arrende e
cerca di guadagnare, sempre con la
pistola in pugno, il fittissimo bosco circostante
. I Carabinieri però lo
inseguono e lo raggiungono facilmente dichiarandolo in arresto. C’è grande
soddisfazione per il risultato ottenuto dopo tanti sacrifici.
La notizia si
diffonde in un attimo e sul posto arriva anche Arturo Biancamano, fratello del
ferito, che comincia a inveire contro i Carabinieri rischiando l’arresto. Il
ferito viene trasportato in paese e il dottor Ugo Vaccaro che lo visita ritiene
la ferita alla cresta iliaca molto grave e lo dichiara in pericolo di vita,
consigliandone vivamente il trasferimento all’ospedale di Cosenza. il
Brigadiere Papa ritiene che ciò sia opportuno, anzi urgente non tanto per la
gravità della ferita, ma piuttosto per una questione di ordine pubblico essendo la parentela del Biancamano
estesissima e composta anche da efferati violenti dilinquenti
ed anche
perché ci sono in paese numerose persone
pregiudicate e malfattori che avrebbero prestato manforte a nostro danno,
eccitati dalla presenza del ferito e da una sua eventuale morte
, così lo
scortano fino alla stazione ferroviaria dove lo caricano sul primo treno
diretto a Sud, assistito anche da due suoi fratelli.
Ma Battista
Biancamano all’ospedale di Cosenza non arriverà mai perché muore dopo pochi
chilometri, all’altezza di Belvedere Marittimo, dove la salma viene scaricata.
C’è scappato
il morto e la Giustizia
deve fare il suo corso. La famiglia del bandito presenta querela contro i
Carabinieri che hanno partecipato all’operazione:
Quando potetti quel giorno avvicinare mio
fratello, mi ebbi da lui questa precisa dichiarazione, dopo avergli domandato
come mai non era riuscito a scappare: “Non ho visto nulla perché mi hanno
sparato alle spalle ed io ho visto i Carabinieri quando mi son venuti a levare
la pistola”
. E poi il Carabiniere
Pasquale Scarnato mi confidò che conflitto non c’era stato
, ho i testimoni…
e perché il Brigadiere, non appena potè
mettere piede in caserma, non si mosse più dalla stessa, neanche quando lo
mandò a chiamare il dottore Vaccaro per fargli presente la necessità di dover
trasportare in un ospedale mio fratello per essere operato?
E tre
testimoni li porta davvero: “Ma che
conflitto! Non c’è stato alcun conflitto, è stato il brigadiere che l’ha
sparato per paura di essere a sua volta sparato da tuo fratello
”.
Confermano. Così il Brigadiere Giuseppe Papa e i Carabinieri Giovanni Rosano,
Pasquale Scarnato e Francesco Lento finiscono sotto inchiesta per omicidio
aggravato.
Perché avrei dovuto uccidere senza una causa
giusta e proporzionata il Biancamano? E perché poi lo avrei sparato proprio per
ucciderlo, anziché per difendermi o per indurlo ad arrendersi o per ferirlo
semplicemente? Io ho creduto di compiere zelantemente il mio dovere, ma non è
detto che per compiere il dovere dovevo farmi uccidere senza difesa. Non era la
prima volta che il Biancamano sparava contro i Carabinieri. Altra volta ebbi ad
arrestare il Biancamano e per quanto egli fosse pericoloso pure non feci uso
delle armi, sebbene l’arresto fosse avvenuto sopra una tettoia alle ore una
dopo mezzanotte, appunto perché il Biancamano stesso neanche fece uso di armi.
Ricordo anche che in quell’occasione attirai su di me l’antipatia e il biasimo
della cittadinanza di Maierà per avere trattato il Biancamano con gli stessi
riguardi che sono di uso e di regolamento verso tutti gli arrestati. In Maierà,
come già a conoscenza della Giustizia, esiste molta delinquenza associata e in
ogni caso pervasa dal sentimento dell’omertà, onde vi è poco da prestar fede a
chi sia venuto o venga a testimoniare contro di me relativamente a qualsiasi
particolare del fatto, tanto più che il fatto stesso si verificò di mattino
prestissimo durante un fortissimo temporale e perciò nessuno si potè trovare
nelle vicinanze per affermare con sicura coscienza alcuna circostanza che valga
a rivelare la responsabilità mia e dei Carabinieri. Ogni testimonianza contro
di me è certamente voluta da Biancamano Arturo, fratello dell’ucciso e
pericolosissimo delinquente anche lui, molto temuto e capace di vendette, anche
capricciose
– si difende il Brigadiere Papa
E in effetti
la situazione di Maierà è davvero drammatica ma ci sono dei cittadini che la
mattina del 10 luglio lavoravano in campagna a un centinaio di metri dal luogo
del conflitto a fuoco e che non hanno paura delle eventuali ritorsioni della
malavita. Le loro testimonianze smentiscono le accusa contro i Carabinieri,
affermando di aver sentito prima un colpo e dopo qualche secondo, quasi contemporanee,
altre due o tre detonazioni. Quindi il conflitto a fuoco c’è stato.
In attesa che
l’istruttoria venga completata e per evitare vendette e ritorsioni, i quattro Carabinieri
vengono trasferiti in altre sedi. Ci vorrà il 5 febbraio 1926 perché la Sezione d’Accusa dichiari
il non luogo a procedere contro i quattro Carabinieri per avere agito in istato di legittima difesa.[1]
Intanto a
Maierà la malavita oltrepassa ogni limite e i Carabinieri reagiscono
energicamente. Ma questa è un’altra storia che potete leggere cliccando qui CONOSCETE LA FAMIGLIA MONTALBANO?

[1] ASCS, Processi Penali.

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