IL MOSTRO DENTRO CATERINA di Matteo Dalena

Napoli,
28 settembre 1845.
«Confuterò ogni vostro dubbio. La
mostruosità esiste in natura e dimora nel corpo di questa donzella», esclama il
medico calabrese Pasquale Manfrè – professore sostituto nella cattedra di
medicina pratica nel Real Collegio medico chirurgico in Napoli – nella nona
tornata del Settimo congresso degli scienziati italiani. Quanto pesa un mostro? Quattrocento
ducati. Tanto mette sul tavolo il professore di Gerace nel lanciare un «pubblico
bando». Una sfida giocata sul corpo di una «povera donzella» di Calabria
Ulteriore. Ma chi è costei?
IL
NEMICO RIBELLE |
Caterina Vitale nasce nel 1824 in un
paesino chiamato Iatrinoli (oggi Taurianova) nel distretto di Palmi da «onesti
genitori di ottima costituzione e di valida salute». Dalla culla fino ai dieci
anni di età la vita di Caterina è un inferno. La bimba avverte «dolorose
sofferenze più sensibili sempre segnatamente all’addomine» ma i medici non
riescono mai, in nessun modo, a determinarne la sorgente. Poi, «vicina a
compiere il secondo lustro», improvvisamente la bimba comincia ad espellere
lunghi pezzi di tenia solium, in
altri termini, verme solitario. I medici «gridando al nemico scoperto» sono
speranzosi: con le giuste cure Caterina sarebbe guarita presto. Speranza vana.
Col passare dei giorni «molti e lunghi pezzi di quell’ospite importuno vennero
fuori». Una cosa strana ma non preoccupante, assicurano medici: la bimba deve
aver pazienza perché «la comparsa dei mestrui» porrà fine alle sofferenze
determinate da quel «nemico ribelle». I mesi passano e Caterina diventa donna
ma quella forza sconosciuta entro di lei è causa di sofferenza e rassegnazione:
Adunque
senza più aprire il cuore alla speranza, all’arte più non credendo, perché
all’arte avea indarno ricorso, ed ormai accostumata al dolore, decise la Vitale
di tirare innanzi la vita, divenutale pesante, lontana d’ogni qual siesi mezzo
terapeutico.
L’IMPORTUNO
OSPITE |
L’inimmaginabile si manifesta a partire dal mese di
maggio del 1843. Caterina ha 19 anni quando comincia ad essere preda di «crucciantissime
nevrosi, e spesso dell’emiplegia». Le crisi violentissime durano per settimane
intere, poi come sono venute improvvisamente si dileguano. Ma già da un anno,
dopo un periodo di «effimera calma» – annota il dottor Manfrè –  «per le narici, per la bocca e per il podice
vennero fuori spontaneamente altri pezzi di tenia». Dopo pochi giorni Caterina
è afflitta da «acutissima otalgia» ad entrambe le orecchie seguita da «molesto
prurito». Consigliata forse dalla madre, Caterina prova ad introdurre nelle proprie
cavità acustiche uno spillo. Ciò che ne viene fuori è scioccante: «Un giorno in
mezzo a spasimi crudeli trasse fuori un pezzo di tenia alquanto putrefatto». Non
solo tenia. Nei giorni successivi dalle stesse cavità i medici che l’hanno in
cura estraggono:
Ascaridi
lombricoidi, or vivi or morti, di cui uno tuttora vivente, che aggomitolato più
volte offriva un dì all’anzidetta apertura la parte media del suo corpo, e non
pochi spasimi costò il trarlo fuori.
Ma non è ancora tutto.
Nel documentare ai colleghi il caso di Caterina Vitale, il dottor Manfrè
avverte: «Signori, ciò che avete udito potrà per avventura non sorprendervi: ma
vi sorprenderà certo ciò che vi rimane da sentire». Dai canali acustici della
ragazza «moltissimi pezzi d’ossettini umani di diversa forma vennero fuori
nell’indicato modo» a volte grossi più d’un pollice la cui fuoriuscita è spesso
preceduta da «uno scoppio interiore più o meno violento ed avvertito
dall’inferma solamente». Le ossa sono piccole e bianchissime «di rado un po’
macchiate di sangue, secche, sempre calde, e talvolta assai scottanti». La
notte del 30 maggio del 1844 accade l’indicibile. Caterina viene svegliata da
soffocante dispnea (o fame d’aria), accompagnata da «acutissimo dolore nella
mucosa delle fauci prodotto da immobile corpo estraneo arrestatovisi». Ma
Caterina dormiva, non può aver ingerito qualcosa. Quel “qualcosa”
viene da dentro:
Dopo
lunghi sforzi e lacerazioni
– racconta il dottor
Manfrè – estratto con le dita della
sofferente era… un femore di feto umano indubitatamente al di là dei nove mesi.
Nei giorni successivi
in mezzo a coliche violente, gastralgie, punture in diverse regioni del tronco
e «scoppiettio quasi incessante in tutte le articolazioni, avvertito anco dagli
astanti», dal corpo di Caterina vengon fuori altre ossa di grandezza variabile
ma tutte appartenenti alla classe delle lunghe.
 LA SFIDA
|
Terminata la storia clinica di Caterina Vitale, il dottor Manfrè passa
alle conclusioni sbracciandosi innanzi alla folta platea dei medici napoletani:
«La donzella portò rinchiuso in sé sin dalla sua generazione un parto umano,
che poscia mortovi quando era poco più del mese nono, ne avesse all’età di
dieci anni cacciate via le picciole osse, ed altre parti per la bocca per le
narici per le orecchie». Quella mostruosità
umana stranissima
– come la definisce il medico calabrese – «visse in lei»
perché le ossa si mostravano sviluppate e quindi non possono appartenere a
germe rudimentale informe». Ma è possibile – chiede qualcuno – che quel feto
giacesse incognito in lei senza manifestare la sua esistenza? E in quale sito?
Nelle viscere addominali – risponde Pasquale Manfrè – per gli svariati sintomi
dolorosi che vi si mostrarono sin dalla prima infanzia.  Il caso è chiuso: trattasi di «infetamento
congenito». L’incredulità s’impadronisce degli astanti. Qualche mormorio, poi
Manfrè riprende la parola.
Faccio
solenne e pubblica promessa di porgere un premio di ducati 100 per que’ che
arrivasse ad indicare un fatto identico in qualunque scrittore, di qualunque
epoca, di qualunque nazione, e parimenti ducati 300 per coloro, che mostrassero
impostura, nel fatto che assicuro di esser reale ed innegabile.
La sfida è lanciata. Finita
per via di quella mostruosità umana
stranissima
dimorante nel suo ventre nei manuali di teratologia umana e
negli almanacchi di eventi extra ordinari, nessuno sembra curarsi più di
Caterina Vitale. Anzi no. Ci ritorna telegraficamente il Manfrè che, assicurati
i colleghi sulla salute in miglioramento, si dimostra scientificamente
interessato a ben altro affare: «Ella è tuttavia nubile e vergine, siccome
asserisce ognuno del paese, né v’ha elemento alcuno a farne dubitare».
Per
approfondire:
Diario del Settimo Congresso degli Scienziati Italiani in Napoli, dal
20 di settembre a’ 5 di ottobre dell’anno 1845
, n. 1 20 di settembre.

Della Magna Graecia e delle tre Calabrie, ricerche etnografiche,
etimologiche, topografiche, politiche, morali, biografiche, letterarie,
gnomologiche, numismatiche, statistiche, itinerarie, per Nicola Leoni
,
Calabria Settentrionale, volume II, Napoli, Priggiobba 1845.

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