UOMINI E LUPI

Peppino Marasco è un bambino di otto anni e sta guardando alcune pecore in contrada Rocchi di Borboruso, territorio di Pedivigliano. È il primo agosto 1915 e il sole sta tramontando quando la sua attenzione viene attratta da un branco di cani randagi sta attaccando un altro cane, forse un lupo, che ha in bocca un osso con dei brandelli di carne. Preoccupato che gli animali possano attaccare le pecore, corre nella casa colonica dove abita con i genitori per farli accorrere e cercare di fare allontanare gli animali. In casa c’è solo la mamma che sta pulendo delle spighe di granturco e, trafelato, le racconta ciò che sta avvenendo a un paio di centinaia di metri da loro. La mamma si arma di un nodoso e robusto bastone e insieme corrono a salvare le pecore. Quando arrivano assistono a uno spettacolo raccapricciante: i cani randagi stanno facendo a pezzi l’altro cane o lupo che dir si voglia. La donna urla e comincia a lanciare sassi contro il branco e ottiene l’effetto sperato di fare allontanare quelle bestie assatanate. Teresa Costanzo potrebbe accontentarsi di questo risultato ma è curiosa di capire se l’animale sbranato era un cane oppure un lupo e si inoltra nel campo di fieno appena falciato ma, prima di arrivare dove giacciono i resti dell’animale, scorge qualcosa che la fa inorridire ancora di più: un teschio umano completamente scarnificato. La donna copre gli occhi al bambino e gira lo sguardo all’intorno. È decisamente troppo per il suo stomaco e la sua coscienza, così corre col figlio nella vicina contrada Santa Maria a chiamare gente.
Lo spettacolo a cui assistono i Carabinieri di Soveria Mannelli e quelli di Scigliano che accompagnano il Pretore competente e due medici, è ancora peggiore di quanto ha visto Teresa. Scrive il Pretore: rinvenivo l’arto inferiore sinistro di un individuo e a pochi metri di distanza un teschio tutto spolpato e vuoto di sostanza cerebrale; sparse, inoltre, per il prato giacevano ossa umane mezzo rosicchiate da animali e accanto ad un albero di castagno, vicino ad uno spineto, trovavo un piede calzante tuttora la scarpa e con la tibia tutta spolpata.
Pretore, Carabinieri e periti discutono se possa con più probabilità trattarsi di morte naturale oppure di un delitto, quando la voce di un militare li fa accorrere dietro al roveto dove ci sono alcuni indumenti. Il magistrato focalizza l’attenzione su di una giacca tutta macchiata di sangue e nota verso la parte centrale e posteriore del colletto e in altre parti tagli a margini netti e precisi, prodotti evidentemente da arma: non ci sono più dubbi, si tratta certamente di delitto. Adesso bisogna battere il terreno palmo a palmo per scoprire altri indizi. Così notano in mezzo ad alte felci, accanto ad un folto ed esteso spineto, un piccolo spazio dove le erbe abbassate e le felci abbattute facevano chiaramente comprendere che persone avevano dovuto giacere. Sopra tale spazio, esteso meno di due metri quadrati, oltre ad una larga e nerastra macchia che sembra di sangue e che tale fu riconosciuto dai periti, sporgevano delle carte da giuoco, parte delle quali erano imbrattate di sangue e due sole (quattro di coppe e quattro di denari) erano tagliate nettamente da colpo di arma; poche carte giacevano ancora a mazzetto nel centro dello spazio. Per terra ci sono anche un portamonete strappato e vuoto, un paniere vuoto, un tovagliolo fatto a pezzi e un cappello
nero che poggiava a terra con la cupola mentre le falde erano rivolte verso su,
dando l’impressione che la persona che aveva tenuto in testa il cappello fosse
caduta supina a terra. osservato attentamente il cappello, constatavo con i periti, ad una estremità della falda un colpo prodotto da arma tagliente
.
Ma di chi si tratta? A chi appartengono quei poveri resti? Il Pretore manda a chiamare in fretta e furia l’unico fotografo che esercita nella sua giurisdizione e fa scattare una foto degli indumenti, sperando che qualcuno possa riconoscerli. Questo tentativo va a vuoto perché, vista l’imperizia del fotografo, la foto esce nera. Meglio usare i metodi tradizionali!
Vengono interessate tutte le stazioni dei Carabinieri e tutti i Comuni della zona e in breve tempo si presentano alla stazione di Soveria Mannelli i coniugi Domenico Aragona e Rosaria Costanzo di Decollatura i quali, osservati gli indumenti del morto, dicono che si tratta del loro figlio adottivo, il ventenne Pietro Tamburino Esposito.
– Manca da casa dal 25 luglio – dicono marito e moglie – lo conoscevano tutti, chiedete in giro e sicuramente verrà fuori qualcosa
Partendo dal nome e dal giorno indicato, i Carabinieri raccolgono subito delle importantissime notizie: Pietro Tamburino fu visto proprio il 25 luglio verso le 11,00 in compagnia di un suo amico, il ventitreenne Nicola Giorgio, mentre stavano andando – così dicevano entrambi – a Coraci (Colosimi) dove avevano intenzione di cercare lavoro nel cantiere della ferrovia in costruzione.
– Pietro aveva in mano un fagotto con un pane, mentre Nicola aveva un paniere vuoto – dicono alcuni testimoni
– Li ho visti in contrada Santa Maria, seduti sotto un albero, che giocavano a carte – dice un ragazzino, che aggiunge – ho pure sentito che si giocavano dieci centesimi a partita. Sono andato a dirlo a Rosa Sirianni, la suocera di Pietro, che è andata a rimproverarlo… potevano essere le quattro di pomeriggio…
Cosa vi giuocate, i pantaloni? Così li ho rimproverati – racconta Rosa Sirianni – ma Nicola mi ha risposto: Volete pure voi intervenire? E io: Io non ho preso mai parte a simili giuochi, né ora, né quando ero giovane. Mi sono accorta che mio genero era malinconico, ma non ha lasciato l’amico e, anzi, se ne sono andati da Santa Maria insieme, verso la contrada Rocchi…
E in contrada Rocchi terminò tragicamente la vita di Pietro Tamburino. Ovviamente i sospetti cadono sul ventitreenne Nicola Giorgio da Chiaravalle Centrale ma residente in contrada Junci, agro di Decollatura, dove abita con sua moglie Maria Chiara Grandinetti ed è lì che vanno a cercarlo. Lui non c’è, ma c’è sua moglie in pessime condizioni, con la testa fasciata e il viso tumefatto
– È stato mio marito a ridurmi così… ho anche altre brutte ferite sotto i vestiti…
– Perché lo ha fatto? – le chiedono i Carabinieri. Il racconto è sconcertante
– Sapendo che conservavo 24 lire nella mia cassa, frutto del mensile di un bambino che io nutro del mio latte, il 26 luglio scorso mi chiese in prestito 5 lire ed io gliene diedi solo due e lui se le andò a giocare. Quel giorno io andai alla fiera degli abbandonati a Soveria Mannelli e lui tornò a casa verso le 22,00. Nel frattempo mi ero accorta che mancavano altre 13 lire e lo rimproverai pel denaro rubatomi, dicendogli che avevo dei debiti da pagare e lui se li era pigliati per giuocarli. Egli si giustificò dicendo che non era stato a rubarmi il danaro e io gli ingiunsi che avrei venduto il porcellino per pagare i debiti. A questo mi rispose che il porco era di sua proprietà e quindi mi disse di dargli gli indumenti di vestiario di lavoro che voleva andare via. Io mi ricusai negativamente ed allora egli, inalberata la scure che aveva al braccio, mi vibrò ripetuti colpi. Fui fortunata ad afferrare la scure e non mi finì di uccidere
– Adesso dov’è?
– Non lo so, mi ha lasciata mezza morta a terra e non l’ho più visto…
Maria Chiara è combinata davvero male: il medico che quella sera la medicò le trovò:
1) una vasta ferita da taglio sulla regione sopra auricolare destra che dall’impianto superiore del padiglione dell’orecchio si porta arcuatamente in dietro sino a raggiungere la faccia laterale destra del collo. Misura così una lunghezza di 22 centimetri ed una profondità fino all’osso sottostante. L’orecchio con tutti i tessuti molli soprastanti e circostanti forma un largo e lungo lembo penzolante, nella cui superficie interna palpasi una piastra ossea asportata dalla squama del temporale, che però non è interessato sino all’interno della scatola cranica:
2) Un’altra vasta ferita da taglio sulla regione sopraspinosa sinistra obbliquamente diretta in dietro e a destra, lunga 15 centimetri, larga 4 cm e profonda negli strati muscolari;
3) Una terza ferita da taglio sulla regione sottoscapolare sinistra, diretta trasversalmente da sinistra a destra, lunga 10 cm, larga 3 cm e profonda fino alle costole, di cui la 7^ vedesi interessata secondo il suo diametro longitudinale, senza però che si rilevassero fenomeni di penetrazione in cavità;
4) Altra ferita da taglio sulla faccia anteriore della regione deltoidea destra lunga 8 cm, larga 5 e profonda fino nel cellulare;
5) Un’ultima ferita da taglio sulla faccia anteriore della mammella sinistra, verso la base di essa. Misura una lunghezza di 3 cm ed è profonda nel tessuto ghiandolare. Il sangue presente s’è infiltrato e raccolto nelle maglie della glandola, producendo all’esterno macchie ecchimotiche bluastre e schizza fuori a lungo getto con la pressione su di essa.
È un chiaro caso di tentato omicidio ma Maria Chiara sporge querela contro il marito solo per lesioni personali e adesso Nicola Giorgio è ricercato anche per questo reato dalla Procura del re di Nicastro, così viene spiccato un nuovo mandato di cattura che modifica il precedente e l’ordine è che l’arresto del latitante, contrariamente alla normale prassi, deve eseguirsi anche di notte ed in luogo abitato, ma Nicola sembra essere svanito nel nulla, non prima di aver sparato contro tale Achille Marasco il quale avendolo riconosciuto ha tentato di bloccarlo.
Gli inquirenti scoprono qualcosa che va oltre i futili motivi del gioco e che potrebbe spiegare il movente dell’omicidio. Tra Nicola Giorgio e Pietro
Tamburino non correvano buoni rapporti pel fatto che Antonietta Fridda, sorella di latte del Tamburino, fu rapita a scopo di libidine dal cognato del Giorgio, Angelo Grandinetti, ammogliato con due figli. Per complicità col Grandinetti furono arrestate anche tale Giuseppina Bonaparte e Maria Chiara Grandinetti, la moglie di Nicola Giorgio. Ma se tra i due non correvano buoni rapporti, come mai se ne andavano spesso insieme a giocare a carte? Qualcosa non quadra.
Passano i mesi e le speranze di arrestare il presunto assassino sono quasi svanite. A ricordare che c’è un fascicolo a carico di Nicola Giorgio ci sono soltanto i periodici verbali di vane ricerche che i Carabinieri di quasi tutte le stazioni delle province di Cosenza e Catanzaro inviano in Procura.
È la mattina dell’undici novembre 1915 e fa freddo. Achille Marasco è sulla porta della sua casa colonica di contrada Junci quando vede alcune donne che parlano con un uomo mentre stanno crivellando del grano. La sagoma non gli è nuova e aguzza la vista per cercare di capire di chi si tratti. All’improvviso diventa bianco in viso e ha un mezzo collasso: Nicola Giorgio!
Marasco non perde tempo, rientra in casa, prende il suo fucile e qualche cartuccia, poi si avvicina con circospezione al gruppetto di persone e spiana l’arma contro il latitante
– Don Achille, state tranquillo che non voglio farvi niente – gli dice Nicola tenendo le mani in alto
– Cornuto! Non mi fido, mi hai già sparato una volta… perquisitelo – ordina alle donne che subito eseguono senza trovargli armi addosso, poi continua – adesso cammina davanti a me verso Soveria… ti porto dai Carabinieri e non fare scherzi perché non ti lascerò scappare un’altra volta!
Giorgio fa lo gnorri e cerca di prendere il fagotto che ha posato a terra ma il rumore dei cani del fucile che vengono armati da Marasco gli consigliano di non fare sciocchezze, così comincia a camminare verso il suo prossimo destino
– Don Achille, vi volete fare questo viaggio a piedi fino a Soveria… tra cinque minuti lo sapranno tutti che sono qui e sarà impossibile scappare di nuovo, tornate indietro che dai Carabinieri ci vado da solo…
– Non mi freghi, cammina e stai zitto! – gli dice con fermezza. Poi gira lo sguardo dietro di sé e vede una piccola folla che li sta seguendo con gli attrezzi da lavoro sulle spalle. In un modo o nell’altro per Nicola Giorgio è finita.
I Carabinieri di Soveria Mannelli non credono ai propri occhi quando, aperta la porta, vedono quella processione di gente che accompagna il latitante e che resta in attesa sulla strada. Ci vorrà qualche ora perché tornino tutti nelle proprie case.
– Il 25 luglio uscii di casa presto per andare alla fiera degli abbandonati ma per strada incontrai il mio amico Pietro Tamburino che mi dissuase e mi esortò a restare in sua compagnia perché ci saremmo divertiti a giocare a carte. Io non volevo perché sapevo che Pietro faceva mbroglie allu iuocu, ma quando cavò fuori dalle tasche un bel mazzo di carte, mi lasciai vincere dalla tentazione e cominciammo a giocare. Non ricordo quante partite facemmo, ma posso dire che prima giocammo a soldi e dopo giocammo a lire – dice, intendendo che all’inizio giocarono pochi centesimi a partita e poi alzarono la posta a qualche lira – ed il Tamburino vinse, sempre rubando le carte, la somma di 4 lire. Non ricordo di preciso a che ora smettemmo di giocare, ma ricordo che circa due ore prima di far notte, Pietro voleva continuare e io mi rifiutavo, facendogli osservare che non volevo avere che fare con un imbroglione. Alla fine, però, cedetti di nuovo e andammo nella contrada Rocchi accanto ad un alto e folto spineto il quale ci riparava dagli sguardi d’indiscreti e dai raggi del sole che piegava al tramonto e tutti e due ripigliammo soli soletti il nostro gioco. Facemmo quattro o cinque partite giocando due lire per ciascuna partita e poiché il Tamburino voleva vincere ad ogni costo rubandomi le carte e contestandomi in continuazione i punti conseguiti, mi adirai e lacerai le carte da gioco. Avendo il Tamburino protestato per tale mio atto, io imbrandii la scure e gli vibrai due colpi, dei quali uno lo attinse al torace e l’altro nella regione del collo. Subito cessò di vivere senza potere invocare aiuto ed io mi allontanai di corsa dal luogo della strage… – sembra una ricostruzione coerente ma c’è qualcosa che al Maresciallo suona strano, seppure non riesca ancora a capire cosa sia. Intanto continua a fargli domande
– Poi sei andato a casa e hai cercato di uccidere tua moglie…
– No. Quella sera andai a Motta Santa Lucia, in contrada Broccolaro, dal mio compaesano Giuseppe Polimeni ma non lo trovai e dormii nei pressi della mandria di Francesco Grandinetti. La mattina dopo, di buon’ora, vidi il mio amico e lui notò che ero strano, così gli raccontai la strage nei suoi più minuti particolari. La sera tornai a casa…
– A massacrare tua moglie… perché?
Fui indotto a commettere tale delitto dal fatto che mia moglie mi negava certa biancheria a me appartenente
– E perché hai sparato contro don Achille Marasco?
– Questo non è affatto vero!
I Carabinieri vogliono accertarsi se i più minuti particolari dell’omicidio raccontati a Giuseppe Polimeni coincidono con quelli che ha raccontato loro Giorgio e, soprattutto, riuscire a capire cosa non torna nella deposizione dell’imputato, così convocano l’uomo in caserma
– Era mattina presto, io stavo innaffiando il mio orto quando all’improvviso mi sentii chiamare da Nicola Giorgio. Gli domandai il motivo della sua presenza nel territorio di Motta Santa Lucia e mi rispose che aveva fatto una passeggiata – comincia a raccontare Polimeni –. Parlammo di affari di campagna e poi lo invitai in casa e ordinai a mia moglie di apparecchiare da mangiare per me e per il Giorgio. Mia moglie cucinò certa pasta di casa ch’era stata manipolata il giorno innanzi e io ho notato che lui era molto nervoso e trasaliva ad ogni rumore che veniva dalla mulattiera che passa accanto alla mia abitazione e ad ogni abbaiare della mia cagna, così gli chiesi che cosa avesse e lui mi rispose che al momento non voleva dirmi niente. Capii che diffidava di mia moglie ed io lo incoraggiai facendogli comprendere che mia moglie era persona segreta e non avrebbe fiatato su quanto avrebbe inteso. Così mi disse che aveva litigato con Pietro Tamburino raccontandomi che nel pomeriggio del 25 luglio era diretto a Coraci con Pietro e percorrendo la mulattiera che divide il territorio di Decollatura dal territorio di Pedivigliano erano pervenuti nella contrada Rocchi. Qui Tamburino tolse di tasca un mazzo di carte e propose al Giorgio di fare una partita e lui accettò. Mi raccontò che si giocavano una lira a partita e Giorgio avendone vinte due si rivolse al Tamburino per avere l’ammontare della vincita. Questi, assumendo di essere creditore del Giorgio di due lire, disse che nulla doveva dare ed erano pace. Il Tamburino propose di continuare il ancora gioco e cominciarono un’altra partita la quale fu vinta
anche dal Giorgio il quale richiese al Tamburino il pagamento della lira di vincita. Costui non pagò ma propose di fare ancora un’ultima partita per fare
la pace. Durante il gioco dell’ultima partita il Giorgio si accorse che il Tamburino per vincere rubava le carte ed allora egli lo rimproverò; ma il Tamburino, adiratosi, estrasse un coltello per fare atto di minaccia verso il Giorgio. Ed allora quest’ultimo, imbrandita la scure della quale era armato, vibrò un forte colpo in direzione del torace del Tamburino, il quale emise un forte lamento e restò sull’istante cadavere. Il Giorgio aggiunse ancora che il Tamburino, quando venne da lui colpito, teneva ancora le carte da gioco poggiate al petto con la mano sinistra e tali carte erano state tagliate a metà
dal colpo di scure
– il Maresciallo picchia un violento pugno sul tavolo che fa trasalire il testimone. Ecco cosa non quadrava: le due carte tagliate a metà trovate sul luogo del delitto! Giorgio ha colpito all’improvviso e non c’è stata alcuna lite e nemmeno alcuna minaccia con un coltello per due motivi: il primo è che non sono stati rinvenuti coltelli sul posto e nemmeno Giorgio ne ha fatto cenno nell’interrogatorio, sebbene ciò avrebbe potuto contribuire a diminuirne le responsabilità; in secondo luogo una persona che minaccia con un coltello in mano non si sognerebbe mai di tenere le carte al petto per non farle vedere all’avversario. Giorgio ha mentito, ma ha mentito sia ai Carabinieri che al suo amico. Fatte a mente queste considerazioni, il Maresciallo continua a far parlare il testimone -. Gli chiesi se avesse lasciato il cadavere sul posto e lui mi rispose di averlo spostato di qualche metro e di averlo coperto con delle felci per non renderlo visibile.
Al Maresciallo adesso è chiaro anche che Giorgio ha ucciso per prendere i soldi che aveva vinto. Solo così si spiega come mai il portamonete di Pietro Tamburino fu trovato rotto e vuoto. Ma Nicola Giorgio questa responsabilità la nega con tutte le sue forze: del portamonete e dei soldi che eventualmente vi erano custoditi lui non ne sa nulla.
La ricostruzione che il Maresciallo Salvatore Chiarella fa al Pretore di
Scigliano, competente per territorio, è condivisa pienamente sia da questi che dalla Procura che chiede il rinvio a giudizio dell’imputato per i reati di omicidio volontario in persona di Tamburino Esposito Pietro, lesioni personali volontarie prodotte con scure alla moglie, mancate lesioni con arma in persona di Marasco Achille, porto di rivoltella senza licenza. Questi ultimi tre reati sarebbero di competenza del Tribunale di Nicastro, ma viene chiesto di accorparli al processo per il reato più grave di competenza della Corte d’Assise di Cosenza, richiesta che viene accolta dalla Sezione d’Accusa con il rinvio a giudizio dell’imputato. È il 3 luglio 1916.
La Corte d’Assise non ha nemmeno il tempo di mettere a ruolo la causa che il primo novembre successivo arriva dal carcere di Cosenza la notizia del ricovero di Nicola Giorgio per tubercolosi polmonare all’ultimo periodo.
Nicola Giorgio muore l’11 novembre 1916 e alla Corte d’Assise di Cosenza non resta che dichiarare estinta l’azione penale per la sopravvenuta morte dell’imputato.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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