IL TERZO SESSO DI GIUSEPPE di Matteo Dalena

Né uomo e né donna, ma li contiene entrambi. Ha del mostruoso. Un caso extraordinario e quasi del tutto nuovo viene sottoposto il 30 settembre del 1852 alle ispezioni dei sanitari dell’Ospedale Centrale della Real Marina di Napoli. Si tratta di un condannato sul cui sesso dubi non equivoci insorgevano. In una breve dissertazione[1] stampata a Napoli nel gennaio del 1853, contenente le memorie del cav. Pietro Collenza, medico capo del servizio sanitario dello stesso ospedale, è affrontato il primo caso di ermafrodito calabrese certificato dalla comunità scientifica. Per amore del vero e l’utile insieme che alla Scienza Medica sarà per derivarne, i dottori napoletani si preparano a scandagliare ogni centimetro della più profonda intimità di questo raro esemplare di ermafrodito al fine di stabilirne l’esatto sesso e investigare siffatti vizi di conformazione.

 

FARINARO E LADRO | Nell’anno del Signore 1819 in Reggio Calabria Ultra Prima, da Pietro Morabito e Francesca Burlignano, nasce un figlio a nome Giuseppe. Avviato ancora giovanissimo al mestiere di farinaro, già a 16 anni nonostante la statura puerile s’intravede turgidetto il seno. Cerca di celarlo (tenere ascoso) mediante meccanica pressione, più che altro per verecondia – affermano i medici – ovvero colto dal timore del pubblico biasimo. Pietro e Francesca non danno importanza al disagio del figlio anche perché le parti genitali conformate come un abbozzo delle maschili nei bimbi, non davano menomamente a sospettare del sesso. Per via di un furto, a 22 anni Giuseppe viene sottoposto a giudizio e condannato ma per grazia non ne subiva la pena. A 27 lavora come muratore ed è proprio allora che sviluppavasi una tarda pubertà. Nell’agosto del 1852, tornato a fare il farinaro, a causa di un furto qualificato viene condannato alla pena dei ferri da espiare nel bagno penale dell’Isola napoletana di Nisida. Alla privazione della libertà del condannato, la legislazione penale borbonica associava allora la somministrazione di fatiche spaventose e disumane finalizzate unicamente al profitto economico del Regno. Giuseppe Morabito è costretto a spaccare pietre tutto il giorno trascinando una grossa catena assicurata al malleolo della gamba sinistra. Ma è troppo debole e qualcuno si accorge della sua estrema “particolarità”. 

 

ESAME ESTERNO | Il 30 settembre 1852, all’età di 33 anni il prigioniero Giuseppe Morabito viene tradotto nell’Ospedale Centrale ond’essere esaminato nella persona e riferire sul vero sesso di lui. Alto poco meno di un metro e mezzo, Giuseppe è dotato di un corpo dalle morbide e tondeggiate forme. Il piccolo capo è coperto di folti capelli neri ad incorniciare una poco alta fronte sotto la quale si stagliano occhi nerissimi. Il profilo della faccia è delicato, piccola la bocca, labbra e guance sfornite affatto di peli. Il collo, lungo e stretto, è simile a quello di una donna, infatti non si rileva quella prominenza che il laringe alla parte anteriore dimostra nell’uomo. Il torace presenta due grosse mammelle, non sferiche e dure, ma grevi e pendenti come di nutrice, con capezzoli larghi e prominenti e con aureola color rosso-bruno ma dalle quali non fuoriesce alcun liquido. Ampio e tondeggiante l’addome, gli arti pelvici e toracici presentano fattezze e delicatezza simili a quelle femminili. La regione del pube, sufficientemente adorna di peli, non presenta però quel rialto prodotto dal soffice tessuto che nella donna costituisce il monte di Venere.
Dal pube sorge l’asta virile – scrivono i medici – nel suo volume incompletamente sviluppata, somigliante a quella di chi non peranco raggiunse la pubertà. Il sacco scrotale non ha la sua forma tradizionale di borsa ma
di tumore della grandezza di un melarancio che col suo volume spinge l’asta verso sinistra. In breve, se la configurazione generale del Morabito – compresa la voce acuta – non indica traccia di uomo, la regione pelvica è predominante e atta a ricevere gli organi della procreazione.

 

ESAME INTERNO | Tramite palpazioni tattili e l’introduzione di una sorta di catetere nell’apertura uretrale, i medici riescono a scorgere nel sacco tumorale la presenza di un testicolo arrestato nel suo sviluppo al pari dell’asta. Insieme a questo, i medici ipotizzano la presenza di un utero rappresentato da un corpo ovoide e di un altro corpo dalla forma di una prugna schiacciata: un’ovaia con sviluppo e deformamento di vasi e membrane adiacenti. Non solo, Giuseppe è dotato anche di un canale membranoso che è la vagina. Una conformazione sessuale mista e imperfetta da rendere impossibile determinare qual fosse la predominante. Ma al Morabito si chiede prova della facoltà procreatrice: domandato se avesse mai avuto scienza di eiaculazione spermatica, assicura di essersela procurata. Stimolato a dovere e analizzato il fluido fuoriuscito dal pene, i medici non notano alcun filamento spermatico tanto da definirlo secrezione mucosa vaginale. Quel corpo, campionario di ogni bizzarria, è incapace di generare vita.
 CONCLUSIONI
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Giuseppe Morabito, prigioniero reggino relegato nel bagno penale di Nisida, partecipando degli organi dell’uno e l’altro sesso senza che alcuno de’ due sia perfettamente pronunziato, appartiene alla terza specie degli ermafroditi chiamata neutra. Se gli organi preparatori e conservatori a dritta sono di donna e a sinistra prevale l’uomo. E’ un ermafrodito neutro-laterale. L’apparecchio del sesso mascolino – scrivono i medici – non può acquistare il completo sviluppo se non distruggendo le condizioni d’esistenza di quello dell’altro
sesso
. In questa specie di ermafroditismo, mentre si avverte una certa simmetria negli organi esterni, l’armonia fisiologica è completamente distrutta e quindi la sterilità è l’inevitabile conseguenza. Le anomalie di Giuseppe Morabito vengono bollate come mezzi che viepiù arrecan lume e fan innanzi progredire le disputazioni della medicina legale. Rimandando l’assoluta certezza sulle fattezze del prigioniero al coltello anatomico e dunque all’autopsia cadaverica, viene ribadito il vero obiettivo della dissertazione: lo stato civile degli uomini e delle donne sia indubitamente assicurato per allontanare funeste perturbazioni nella società, non di meno indispensabile al benessere sociale. Terminato lo spettacolo del corpo, scema l’interesse per l’individuo. E così Giuseppe Morabito, cui probabilmente nessuno ha mai chiesto un parere sulla sua peculiare condizione, può tornarsene a spaccare pietre nel corpo purulento della storia.

 

[1] P. Collenza, Un caso di ermafrodito vivente neutro-laterale, Napoli, Stabilimento tipografico di Gaetano Nobile, 1853.

 

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