IL GUAPPO DEL QUARTIERE

          – Puttane che fate i figli e li andate buttando a destra e a manca! – è il 19 novembre 1950 ed è già buio quando a Rosina Zicarelli si gela il sangue nelle vene sentendo sbraitare il marito, Giuseppe Caira, ma non capisce con chi ce l’abbia.
I due si sono divisi la casetta di contrada Piana di Marano Marchesato dopo aver litigato di brutto per le elezioni politiche del 1948: Rosina voleva votare per la Democrazia Cristiana ma a suo marito non stava bene, perciò le sequestrò il certificato elettorale e le impedì di uscire di casa. Da quel momento Giuseppe diventò peggiore di quanto già non fosse. A parte i maltrattamenti domestici, cominciò a terrorizzare tutto il circondario con aggressioni, minacce e furti i cui destinatari si guardavano bene dal denunciare per evitare guai più seri e, a denti stretti e sottovocve, per giustificare la propria paura dicono: ha la faccia tagliata, è della malavita.
Ce ne sono altre cinque, uno per me e altre quattro per voi! – Il botto assordante della detonazione fa trasalire.
Rosina che si rannicchia in un angolo, poi sente di nuovo il marito urlare dalla finestra.
Sono le 18,00 e, a poche centinaia di metri dalla casa di Rosina e Giuseppe, Fortunata De Bartolo bussa a casa di suo padre
Papà… papà… c’è mio marito? Lo cerco perché Peppino Caira ha sparato due colpi di rivoltella ed io ho paura che gli possa accadere qualcosa…
– Se n’è andato una mezzoretta fa con i tuoi fratelli Salvatore e Achille.
– Ah! Va bene… allora me ne vado…
– Aspetta che ti faccio accompagnare da Mariano; è notte e non è prudente che te ne vada in giro da sola.
Quando Fortunata apre la porta, suo marito, Gaspare Bartella, è a casa ma è visibilmente nervoso perché dice che Peppino Caira ce l’ha con la loro famiglia.
– Adesso mi sono stufato di queste prepotenze! Adesso vado e gliela insegno io un po’ di educazione! – Gaspare è veramente furibondo e sfoga la sua frustrazione urlando.
– Tu non vai da nessuna parte, quello è armato!
– Fatti i cazzi tuoi e lasciami il braccio, perlamadonna! – urla ancora, divincolandosi dalla stretta di Fortunata, poi apre la porta di casa.
Rosina, come tutti gli altri vicini, da dietro la sua finestra sente la discussione e si affaccia sulla via proprio nel momento in cui Mariano De Bartolo, il fratello di Fortunata, sta passando per rincasare
– Marià… ma lo sa?
Cittucittu… – le risponde mettendosi l’indice sulle labbra per consigliarle il silenzio, poi scompare nel buio.
Gaspare esce sulla strada e per arrivare davanti casa di Peppino non deve far altro che attraversare
Peppino Caira, esci fuori, stasera o la mia o la tua! Voglio sapere perché ce l’hai con me e con i miei figli! – urla furibondo, ma dall’interno della casa di Peppino non arriva nessuna reazione e così continua ad urlare – Se non esci non sei uomo e domani mattina se ne riparla! – adesso ha toccato il tasto giusto e Peppino risponde con tono glaciale.
Aspetta che esco
E infatti esce. I due sono uno di fronte all’altro. Peppino ha i pollici appesi alla cintura e il mento un po’ sollevato: la tipica posizione dell’imponenza della malavita.
– Che ti abbiamo fatto? – urla Gaspare con gli occhi di fuori.
– Chiedilo ai tuoi figli che mi hanno insudiciato l’acqua con la terra! – se Peppino fosse una persona normale non avrebbe dato peso a una vera e propria sciocchezza qual è questa, ma per Peppino è un’offesa mortale al suo prestigio di guappo del quartiere. I due passano immediatamente a vie di fatto ma la lotta è impari. Gaspare è a mani nude, mentre Peppino ha in mano un coltello e colpisce l’avversario per ben sette volte in punti vitali.
Gaspare è a terra. Peppino, col respiro affannato, è chino sopra di lui. Dal coltello colano delle gocce di sangue. Fortunata, impotente, urla terrorizzata.

Sono morto… mi hai ammazzato… – sono le ultime parole che Gaspare pronuncia prima di morire.

Fortunata trova la forza e il coraggio della disperazione per lanciarsi su Peppino ma ormai il limite è superato e, prima che la donna riesca a toccarlo, le vibra un terribile colpo nel fianco sinistro. La donna, sorpresa, boccheggia, barcolla, chiede aiuto ma nessuno dei vicini esce, temendo di lasciarci le penne a sua volta.
Peppino Caira ha ammazzato mio marito e anche a me ha dato una coltellata – si lamenta Fortunata premendo una mano sulla ferita che manda sangue a fiotti.
L’assassino, freddamente, rientra in casa, si mette addosso il cappotto, prende una scure, ritorna sul cadavere di Gaspare e imbratta di sangue l’attrezzo, poi lo poggia sulle gambe del morto e sparisce nella notte.
Fortunata vaga lungo la strada di porta in porta finché un vicino non raccoglie la sua disperata richiesta di aiuto. Ciò che Costantino Conforti fa è mandare a chiamare il medico condotto, poi si richiude in casa, mentre la donna faticosamente ritorna alla sua. Ci vorranno un paio di ore, sono ormai le 22,00, prima che arrivi il dottor Salvatore De Simone che, constatata velocemente la morte di Gaspare, visita la donna ferita proprio mentre arrivano
sul posto i suoi familiari.
– È grave, bisogna portarla all’ospedale, trovate subito una macchina.
La corsa in ospedale è drammatica: Fortunata ha perso molto sangue, la lama potrebbe aver causato danni devastanti e potrebbe morire da un momento all’altro. Quando arrivano al pronto soccorso, prima che i medici possano visitarla, gli Agenti della Polizia cercano di farsi dire ciò che è successo e Fortunata, con un filo di voce, riesce a farfugliare qualcosa.
I medici scuotono la testa, ormai non c’è niente da fare e consigliano al padre della donna di riportarla a casa per farla morire nel suo letto, ma Fortunata nel suo letto ci arriva cadavere.
La Questura avvisa i Carabinieri di Cosenza i quali, non ottenendo risposta dai colleghi della stazione di Rende, competente per territorio, inviano due Carabinieri motociclisti per dare notizia del tragico fatto. La mezzanotte è abbondantemente passata quando il Maresciallo Maggiore Nicola Paduano si procura un’automobile e corre sul luogo del delitto.
Il cadavere del quarantenne Gaspare Bartella giace supino in una pozza di sangue. Indossa pantaloni marrone con righe bianche, camicia bianca rigata, calze di cotone corte fiorate, scarpe basse gialle vecchie. Ha alla cintura la cinghia di cuoio ed è senza giacca. Le gambe sono leggermente divaricate con le due mani poggiate sull’addome. Ha capelli neri a spazzola, barba rasa, occhi e bocca semi aperti. Sulle gambe del cadavere e precisamente sulle ginocchie, si rinviene trasversalmente una scure letteralmente insanguinata.
A circa 12 metri da dove giace Gaspare c’è la sua casa nella quale, sul letto coniugale, c’è il cadavere di Fortunata, che di anni ne aveva 31, con accanto i genitori intenti a piangere il fatale destino della povera figliuola incinta di sei mesi.
Mentre iniziano le ricerche per rintracciare l’assassino, il Maresciallo Paduano comincia a interrogare i vicini che sono tutti concordi nel dichiarare che la causa di tutto è stato l’insudiciamento dell’acqua da parte dei figli di Bartella. Unica voce fuori dal coro è quella della moglie di Peppino Caira.
Quando mio marito era carcerato a Cosenza per avere accoltellato suo fratello, mi chiese di fargli tenere del denaro per potersi curare essendo ammalato. Mi rivolsi al Bartella dal quale ottenni il prestito di lire 50 che facevo pervenire a mio marito. Dimesso dal carcere ed appreso che la somma pervenutagli era stata sborsata dal Bartella, ha avuto con lui ben tre questioni, percuotendolo e pretendendo che il Bartella stesso dichiarasse essere stato mio amante.
– Ed è vero?
Bartella mi ha sempre rispettata e con lui e la sua famiglia ho avuto solo rapporti di buon vicinato.
– Riconoscete questa scure? – le chiede il Maresciallo mostrandole la scure rinvenuta sul cadavere di Gaspare.
Si, apparteneva a mio marito
Paduano cerca di approfondire questa ipotesi investigativa ma non trova alcun riscontro e il movente resta quello dei futili motivi. Accerta anche che la scure trovata sul cadavere di Gaspare l’ha messa Peppino Caira onde crearsi un alibi più o meno consistente con l’attribuire al Bartella un’aggressione in suo danno; ciò sarebbe semplicemente assurdo e quanto mai puerile quando si pensa che se il Bartella fosse stato realmente armato di scure ed avesse tentato nei danni del Caira un’aggressione non sarebbe rimasto colpito da ben sette pugnalate tutte penetranti in cavità e in diverse parti del corpo.
Ma chi è davvero il quarantaseienne Giuseppe Caira? Concetta Cinelli, sessantesettenne cugina del ricercato, ne traccia il profilo:
La vita di questo mio cugino è stata molto travagliata per cui sono state anche le avversità che lo hanno reso brutale, malvagio e manesco. Egli, circa 20 anni fa, per ragioni di gelosia, uccideva un giovane di Montalto Uffugo e dopo una detenzione di 18 mesi ritornava in famiglia [in seguito all’assoluzione per non aver commesso il fatto. Nda]. Dopo questo fatto egli divenne cattivo vivendo di furti di ogni sorta, minacciando chiunque senza risparmiare neppure i suoi famigliari. Alla contrada Piana di Marano ove abita, nessuno è padrone di nulla; tutti debbono fare quello che dice lui e guai a chi avesse osato denunziarlo. Al cospetto di un elemento di tal genere, è chiaro che nessuno ha inteso compromettersi e tutti hanno subito supinamente tutte le sue bravate e tutte le sue angherie.
Sono passate meno di 24 ore dai tragici fatti quando i Carabinieri di Cosenza, avuto sentore che il suddetto aggiravasi in Cosenza, in abito simulato si davano alle ricerche rintracciando il suddetto Caira nella abitazione della cognata, residente in via Spirito Santo n. 5 di questa città, dichiarandolo in arresto e accompagnandolo in questa caserma da dove è stato tradotto alle locali carceri Giudiziarie. Adesso nella contrada Piana di Marano tutti si sentono un pochino più tranquilli.
Ieri rientrai a casa verso le 19,00. Cenai e mi coricai.. ero a letto da circa un paio di ore, quando sentii chiamarmi di nome dal Bartella che diceva: “Scendi abbasso, per la Madonna, che dobbiamo parlare!”. Mi affacciai dal balcone e vidi che il Bartella aveva in mano una scure e la moglie, che era anche accanto a lui, teneva un palo. Dal balcone io dissi al Bartella: “Se sei ubbriaco vattene perché domani, quando puoi ragionare, ne parliamo”. Il Bartella mi rispose, dando due colpi di scure all’uscio della mia abitazione: “Se non scendi ti butto la porta a terra, vengo sopra e ti faccio a pezzi!”. Allora io, a quella provocazione, mi vestii indossando le scarpe ed i pantaloni e scesi giù armato di un coltello da tavola con la punta ricurva, la cui lama misura circa 20 centimetri e, aperta la porta, vidi dinanzi a me il Bartella con la scure brandita. Afferrai con una mano il manico della scure e lo colpii ripetutamente con il coltello che avevo nella mano destra. La moglie, allora, ch’era armata di palo, mi colpì alla regione scapolare destra, producendomi una lesione che voi potete constatare. Allora mi rivolsi contro di lei e le vibrai altra coltellata. Il fatto si è svolto al buio e perciò non so dirvi ove abbia potuto colpire il Bartella e la De Bartolo. Buttai il coltello dinanzi la mia abitazione e fuggii. Non è vero che io abbia esploso qualche ora prima dell’incidente dei colpi di rivoltella dalla finestra della mia abitazione.
Se non fosse che i rilievi effettuati sul luogo del delitto lo smentiscano clamorosamente, la versione data da Peppino Caira potrebbe anche essere plausibile. Ma i fatti sono fatti e le parole sono parole.
La porta a due battenti dell’abitazione di Peppino Caira non presenta traccia alcuna di violenza o segni che possano far pensare che la porta sia stata colpita con il fendente o con il dorso di una scurenessuna traccia di sangue nei pressi della porta dell’abitazione dell’imputato; le ferite riportate da Gaspare e Fortunata sono state dovute ad arma da punta e taglio e non da un coltello con punta ricurva; nessun coltello è stato rinvenuto nelle vicinanze della casa di Peppino Caira; in casa di Peppino Caira fu sequestrata una rivoltella. Tutti i testimoni sono concordi nell’affermare che Gaspare non aveva nulla in mano. L’autopsia sul cadavere di Fortunata stabilisce che la coltellata non le fu vibrata stando in faccia a Peppino, ma dandogli le spalle. Inoltre, la sera del 19 novembre 1950 era una sera molto chiara e si vedeva tutto benissimo.
La moglie di Peppino Caira cerca di modificare le sue dichiarazioni ma ormai è tardi e il lavoro del difensore, avvocato Baldo Pisani, è estremamente complicato.
Il 29 marzo 1952 Giuseppe Caira viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di omicidio aggravato continuato per avere in contrada Piana di Marano Marchesato, la sera del 19 novembre 1950, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso e per futili motivi, cagionato con colpi di arma da punta e taglio non identificata la morte dei coniugi Bartella Gaspare e De Bartolo Fortuna; omessa denunzia di una rivoltella; sparo d’arma nell’abitato.
Il 24 giugno 1952 si apre il dibattimento e la difesa chiede che l’imputato sia sottoposto a perizia psichiatrica ma la Corte non accoglie l’istanza e tre giorni dopo viene emessa la sentenza di colpevolezza nei confronti dell’imputato, al quale viene derubricato il reato da omicidio aggravato a omicidio volontario e negata l’aggravante dei reati di omessa denuncia di rivoltella e di sparo d’arma in pubblico. In conseguenza di ciò, considerata l’aggravante specifica reiterata [le condanne riportate in passato per lesioni personali in danno della madre e del proprio fratello. Nda], la Corte lo condanna a 30 anni di reclusione più le pene accessorie. I danni da liquidare alle parti civili sono complessivamente quantificati in £ 3.700.000.
L’avvocato Pisani ricorre in Appello insistendo sulla infermità mentale di Peppino Caira e sulla necessità di sottoporlo a perizia psichiatrica, facendo presente a) che l’imputato fu riformato dal servizio militare per infermità mentale; b) che per il delitto commesso in precedenza in persona del fratello gli fu concessa la diminuente del vizio parziale di mente; c) che durante la custodia preventiva, a seguito di intervento operatorio e per le sue condizioni mentali, l’imputato fu ricoverato nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto.
Nel processo d’Appello la difesa è sostenuta dall’avvocata Elda Fontanella del Foro di Catanzaro ma, il 9 marzo 1954, il ricorso viene respinto e la Corte si limita a dichiarare condizionalmente condonati anni tre della pena di trent’anni di reclusione.
Il 20 luglio 1954, non avendo presentato nei termini i motivi di ricorso per Cassazione, la pena viene dichiarata esecutiva.[1]
I piccoli orfani vengono affidati ai nonni materni.

 

[1] ASC,Processi Penali.

 

Lascia il primo commento

Lascia un commento