IL MORTO CHE PARLA

È ancora buio quando, il 28 agosto 1917, Salvatore Caloiaro esce dalla sua casa colonica per andare a deviare l’acqua del torrente che scorre nel burrone Fosso del Monaco, in territorio di Luzzi, accanto al suo fondo agricolo. L’operazione dovrebbe durare solo pochi minuti visto che la presa dell’acqua dista solo cinquecento metri dalla casa ma verso le 5,30, non vedendolo tornare, suo figlio Umile decide di andare a controllare se ci siano dei problemi
– Papà! Papà! – comincia a urlare da lontano il ventottenne Umile senza però avere risposta. Si avvicina ancora continuando a chiamare il padre ma non succede niente. Percorso qualche altro metro vede un uomo presso la presa dell’acqua. È disteso supino nel letto del torrente e sembra essere svenuto o addirittura morto. Umile pensa che qualche buontempone voglia fargli uno scherzo mettendogli paura e così torna sui suoi passi per chiamare i familiari e andare tutti insieme a vedere di cosa si tratta.
Purtroppo non si tratta di uno scherzo di cattivo gusto, l’uomo steso a terra è suo padre. Morto. Le urla di disperazione dei familiari richiamano subito l’attenzione dei vicini che accorrono a constatare la disgrazia. Certamente l’anziano Salvatore deve essersi sentito male ed è morto, pensano quasi tutti. C’è però chi insinua che non si può essere sicuri che si tratti di morte naturale e Umile, non resistendo alla vista del cadavere del padre, si incarica di andare in paese ad avvisare i Carabinieri.
Il cadavere, che a prima vista non presenta nulla di strano, mostra invece qualcosa che non va: una contusione sulla tempia sinistra e un’altra sulla bozza frontale dello stesso lato. Ma ciò che fa storcere il muso al Brigadiere Andrea Pucci sono i segni di unghiate sulla gola. Non si tratta di una disgrazia ma di un omicidio!
– Avete dei sospetti? Qualche contrasto, qualche inimicizia con qualcuno? – chiede il Brigadiere alla fresca vedova, la sessantaquattrenne Rosina Padula
– No… non credo… però…
– Però?
– Forse… c’è una persona con la quale ci sono stati piccoli screzi…
– Chi è?
– Un certo Giuseppe Puoci, proprietario del fondo sottostante al nostro che da tempo pretenderebbe il diritto all’acqua del torrente. Venerdì scorso, il 17, venne a casa per il fatto dell’acqua. Mio marito non c’era perché era andato a vendere alla fiera e lui mi disse: “Dunque, l’acqua me la date con le buone? Se no ho trovato la legge e la darò da me!”. Io gli risposi che avrebbe prima dovuto chiedere l’acqua del fondo di donna Maria Aurelia Acri dove si trova la sorgente e lui, senza controbattere, andò via…
– Avete sentito qualche rumore strano stamattina o delle urla?
– No, niente
Potrebbe essere un movente valido, così il Brigadiere decide di arrestare il cinquantenne Giuseppe Puoci e suo cognato (ma anche genero del morto essendo il marito della figlia) Michele Pancaro perché spesso minacciava di allontanarlo dal proprio fondo in quanto non gli dava quell’aiuto che gli doveva essendo ormai anziano.
– Si tratta di morte naturale, sono stati i familiari a conciarlo così per far credere che si tratti di un omicidio e dare la colpa a me… – si difende, contrattaccando, Puoci
A far aumentare i sospetti su Pancaro, invece ci pensa Umile Caloiaro il quale confida al Brigadiere di averlo visto ritornare dal fondo per un viottolo quando stava albeggiando e Umile era fuori casa per soddisfare un bisogno corporale.
– Mio cognato Umile si sbaglia… io sono uscito da casa mia quando lui era fuori…
– Mio marito è uscito da casa una mezz’oretta prima che io vedessi mio fratello fuori che pisciava – lo smentisce sua moglie Maria Caloiaro
I sospetti si aggravano ma ci sono dei punti oscuri. Quella mattina, contrariamente al solito, nessuno dei vicini è uscito dalla propria casa al solito orario, ma solo quando hanno sentito le urla disperate dei familiari del povero Salvatore e, cosa ancora più strana, nessuno, nemmeno i familiari, ha sentito rumori o parole o urla.
Poi da una verifica più attenta del luogo del delitto emerge che l’acqua dalla presa era stata deviata dall’acquedotto del fondo Caloiaro e lasciata scorrere lungo il letto del torrente e che perciò, attraversando prima il fondo di Indrieri Pietro, andava a finire nel fondo del Puoci. Una fatale dimenticanza del presunto assassino, un chiaro messaggio alla famiglia Caloiaro o un tentativo di spostare i sospetti su Puoci?
Intanto, a causa della indisponibilità per malattia del dottor Ettore Gardi, medico condotto di Luzzi, non viene nominato nessun altro perito e pertanto l’autopsia, necessaria per stabilire con certezza la causa che ha determinato la morte di Salvatore Caloiaro, non verrà mai effettuata. Per questo tutto resta nel campo delle ipotesi. Potrebbe trattarsi di omicidio ma potrebbe anche trattarsi di morte naturale. Chi vivrà, vedrà.
I Carabinieri continuano le indagini e scoprono che le cose potrebbero non essere andate come hanno raccontato i familiari della vittima. Infatti solo ora escono allo scoperto molti testimoni i quali asseriscono che la figlia dell’ucciso Caloiaro a nome Maria esclamò più volte dopo l’uccisione del padre e dopo il trasporto del cadavere al cimitero “padre mio ti anno ammazzato, io saccio tutto”. Tali frasi indignarono la suocera della Maria, a nome Caruso Rosaria, che la redarguì dicendogli: “piangi come devi piangere e pensa prima di dire le parole altrimenti fai prendere una galera a tuo marito”. Queste parole ebbero una ripercussione nella voce pubblica che additava quale colpevole il genero dell’ucciso a nome Pancaro Michele, siccome il suocero l’aveva più volte minacciato di mandarlo via dalla casa e dal fondo, non prestandogli l’aiuto proprio.
Però Maria, interrogata, smentisce tutto e dichiara che le sue parole sono state male interpretate in quanto lei si riferiva alle varie quistioni fatte dal padre e dalla madre e che doveva terminare così, tanto più che il padre aveva più volte esternato il proposito di ammazzare qualcuno o di uccidersi solo. Ma il Brigadiere Pucci non è affatto convinto della veridicità delle parole di Maria e la incalza con richieste di chiarimenti. Alla fine, però, deve ammettere che, mentre fa pensare che avesse potuto illuminarci sul vero autore, evade poi con risposte poche persuasive e cioè dubitammo per il fatto che la medesima non è all’altezza di giudizio da poterci fare affidamento.
Ovviamente Michele Pancaro nega recisamente di aver commesso l’omicidio e difatti il giorno che avvenne, avvertito di ciò, si partì dal fondo ove trovavasi e si recò presso il cadavere e venne da noi esaminato minutamente se avesse tracce di sangue, specialmente nelle unghie, ma nulla scorgemmo. Inoltre le impronte delle unghie sulla regione latero-esterna sinistra del collo erano tutte di forma semilunare, mentre il Pancaro ha l’unghia dell’indice della mano destra, essendo quella che strinse al collo, molto adunca e distaccata dalla polpastrella, rivolta alquanto in su, quindi si desume che l’impronta dell’unghia dell’indice avrebbe avuto forma differente se fatta da lui.
Ma c’è qualcosa che al Brigadiere Pucci non torna: è l’assenza di rimorso che riscontra tanto in Michele Pancaro che in Giuseppe Puoci, anzi affettano un cinismo da eludere ogni sospetto su di essi, ma noi supponiamo che il vero autore devesi ricercare nel Puoci che resta in carcere, mentre nei confronti di Pancaro non viene, per il momento, preso alcun provvedimento.
Passano alcuni mesi durante i quali la voce pubblica continua ad accusare vanamente il genero della vittima, poi il 4 gennaio 1918 il Brigadiere Pucci, che non ha mai smesso di indagare, mette nero su bianco altre testimonianze che accusano Pancaro di essere l’autore dell’omicidio, ma nemmeno questa volta succede niente e il Brigadiere comincia a credere che Pancaro possa davvero essere l’assassino e continua le sue indagini, senza tuttavia trovare indizi sufficienti.
Poi i primi di aprile 1918 si fa avanti un certo Vincenzo Brogno il quale racconta al Brigadiere che il povero Salvatore Caloiaro gli è apparso in sogno dicendogli che l’aveva ucciso suo genero Pancaro Michele. Soggiunse, nel sogno, che gli aveva messo tre dita della mano sinistra, adattandola alla rovescia, al collo e con la mano destra ci coprì la bocca per non farlo gridare e poscia, buttatolo a terra,lo soffocò. Dopo di ciò se ne partì per ritornarci dopo poco per assicurarsi se fosse morto o meno.
È solo un sogno, non si può certo spiccare un mandato di cattura per questo! E di certo il Brigadiere Pucci non ha questo in mente ma nel chiudere il verbale indirizzato al Pretore di Rose, dove riferisce questa bizzarra circostanza, scrive: Tale deposizione mi sembrò sincera e senza ombra alcuna e perciò ho creduto di informare Vossignoria, tanto perché si avvicina ai particolari del fatto ed anzi potrebbe rispecchiare una luce di verità.
Il Giudice, più che credere al sogno, pensa che Brogno abbia elementi di prova molto più importanti e concludenti e che per evitare maggiori noie abbia voluto presentarli alla Giustizia come il contenuto di un… sogno e deve essere subito messo sotto torchio, ma non si arriva a niente nemmeno questa volta
Ciò che ho riferito è il risultato di un sogno mentre io, in realtà, non so nulla, proprio nulla, dell’uccisione del Caloiaro
La novità è che adesso Pancaro è imputato a piede libero per concorso in omicidio. Passano ancora dei mesi durante i quali non emergono novità e l’istruttoria viene chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio per entrambi gli imputati ma la Sezione d’Accusa rinvia a giudizio soltanto Giuseppe Puoci, dichiarando il non luogo a procedere nei confronti di Michele Pancaro.
È il 7 febbraio 1919 quando il Brigadiere Vito Surico, che ha sostituito Pucci al comando della stazione di Luzzi, viene avvisato che una giovane, certa Angelina Sprovieri di 18 anni, colpita da istero-epilessia sta parlando con un morto, anzi è il morto, Salvatore Caloiaro, che parla per bocca della ragazza. Ci risiamo!
Dubitando trattarsi di un suo peccato siccome conoscitore dell’omicidio suddetto, ha svelato tutta la scena e cioè
che certo Pancaro Michele, genero dell’ucciso, per fatti d’interesse, vicino alla porta del Pancaro, questi lo afferrò mettendoci la mano alla gola e poscia con colpi d’una zappetta lo uccise, trasportandolo in un burrone
. “Il compare che hanno carcerato è innocente…”
Ma la scena descritta da Angelina ha dei particolari inediti che stuzzicano la curiosità di Surico, il quale va a casa della ragazza dove c’è un sacco di gente, compresi Michele Pancaro e sua moglie Maria, facendo tutti a gara per riferirgli le parole del morto.
La cosa è così eclatante da suscitare anche l’interesse del quotidiano Il Mattino di Napoli che pubblica un lungo articolo sulla faccenda.
Escono fuori di nuovo le voci sui continui diverbi tra suocero e genero, ma è di nuovo Maria Caloiaro ad accusare suo marito:
Dal momento che lo spirito di mio padre ha parlato, quello che lo spirito dice è la verità: mio marito è stato l’uccisore di mio padre!
Il Brigadiere non ha bisogno di altro e mette in stato di fermo Michele Pancaro e pare che anche i Giudici si siano ormai convinti che sia davvero lui l’assassino, così l’arresto viene convalidato con l’emissione di un mandato di cattura.
Ma ci si può fidare? Ci si può fidare, senza riscontri, della visione di una ragazza, come scrive Il Mattino, che appartiene a una famiglia con eredità neuropsicopatica, una ragazza con note di incoercibilità psichica ad organizzazione mentale invalida, nei quali il deliquio è assai facile e sono così frequenti le ossessioni a contenuto vario?
E ci si può fidare dell’accusa di Maria Caloiaro ch’è una povera deficiente?
Evidentemente no, a prescindere dalle vere o presunte condizioni mentali delle due accusatrici, ma ciò che convince i Giudici della colpevolezza di Pancaro sono le contraddizioni in cui sarebbe caduto durante l’interrogatorio circa i continui dissidi tra lui e suo suocero. Ma Michele sostiene di non aver potuto affrontare il suocero corpo a corpo a causa della sua menomazione alla mano sinistra
Come vedete, non la posso nemmeno aprire, sicchè mi sarebbe stato assolutamente impossibile non soltanto impegnare una collutazione e strangolarlo, ma trasportare il cadavere fino in fondo al burrone
Ma se avesse prima stordito e poi strangolato suo suocero? Certo il particolare dell’unghia dell’indice della mano destra potrebbe scagionarlo, intanto farà compagnia a Puoci che continua, nonostante tutto, a marcire in galera.
L’avvocato Nicola Serra, difensore di Pancaro non ci sta e protesta vivacemente, accusando Giuseppe Puoci di essere l’autore di una macchinazione ai danni del suo assistito:
le mene artificiose di costui hanno suscitato la leggenda superstiziosa dove non ebbe posto la verità giudiziaria: ed una ragazza brutalmente ignorante e grandemente isterica si è detta invasa dallo spirito dell’ucciso ed al volgo stupidamente selvaggio, accorrente attonito allo spettacolo, ha fatto sentire le voci d’oltretomba dell’assassinato!!!
Pare incredibile, ma per il brigadiere di Luzzi, la cui opinione rispettabile ed autorevole non aderiva a quella modesta della Sezione d’Accusa, è stato sufficiente il fenomeno dello spirito in corpo di Sprovieri Angiolina per acciuffare il disgraziato Pancaro e la di lui moglie, mettendoli a confronto con lo spirito, e poi trattenendo in arresto uno e strappando all’altra, con metodi che lo stesso Torquemada avrebbe riprovato, non sappiamo quali fandonie per le quali la poveretta era in preda al terrorismo cui è stata fatta segno.
Se potessimo per un momento dare anche noi corpo alle ombre (questa volta l’espressione non è metaforica) indicheremmo le persone con le quali la Maria Caloiaro ha sfogato la sua indignazione contro i carabinieri e magari i sacerdoti con i quali in via di confessione è andata ad affermare l’innocenza di suo marito.
Ma tutto ormai è contro Michele. I testimoni fanno la fila per dichiarare che non è affatto vero che sia menomato come vorrebbe far credere, perché lo hanno visto menare la zappa senza alcuna difficoltà ed ha forza sufficiente a caricarsi sulle spalle il corpo del suocero che era un vecchietto esile.
La Procura, a questo punto, dispone che Michele sia sottoposto a perizia medico-legale per accertare le sue effettive condizioni di salute e le conclusioni lasciano spazio a qualche dubbio:
Questo spasmo tonico permanente dei muscoli flessori di tutto l’avambraccio sinistro, per quanto volontariamente esagerato dal nostro soggetto, non è a mettersi in dubbio. Vero è che, distraendo un po’ il soggetto, ed imprimendo con una certa forza all’arto in parola movimenti passivi di estensione, noi siamo riusciti più volte a vincere la resistenza ed a portare così in completa estensione l’avambraccio e la mano con tutte le sue dita, ma abbiamo notato subito che, non appena cessata la nostra manovra, il detto avambraccio e la mano han subito ripreso la posizione abituale.
Piuttosto, per i periti, a destare maggiori preoccupazioni è la gamba sinistra che presenta alterazioni nel trofismo muscolare, da potere attestare che il Pancaro sia realmente affetto da lieve grado di paresi dell’arto inferiore sinistro.
Ma la contrattura dell’avambraccio e della mano sinistri è tale da impedire, eventualmente, di strangolare qualcuno? I periti ritengono che Michele Pancaro potè essere in condizioni di commettere l’omicidio di cui è imputato, tenuto anche presente l’età avanzata e lo stato marantico della vittima Caloiaro Salvatore, che fu strozzato mediante la forte pressione della mano destra dell’aggressore, perfettamente normale e dotata di rilevante forza muscolare, che vi lasciò le impronte delle proprie unghie.
Il 14 aprile 1919, la Sezione d’Accusa, contrariamente a quanto richiesto dalla Procura Generale del re, Dichiara ancora una volta non doversi procedere a carico di Michele Pancaro in ordine all’imputazione a lui ascritta, come in epigrafe, per insufficienza di prove ed ordina che sia immediatamente escarcerato, qualora non si trovi detenuto per altra causa.
Ma ci sono, al contrario, prove sufficienti per condannare Giuseppe Puoci? Pare proprio di no, così il 24 gennaio 1920 la Corte d’Assise di Cosenza lo assolve per non aver commesso il fatto.[1]
Forse i morti parlano davvero, ma certamente non costituiscono prova!

 


 

[1] ASCS, Processi Penali.

 

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