IL MISTERO DEL TESCHIO – Parte seconda

 Riassunto della PARTE PRIMA ( leggi tutta la parte prima )
Agostino Musacchio, negoziante di San Giacomo di Cerzeto scompare dal paese la notte tra il 4 e il 5 giugno 1923 in circostanze misteriose. Dopo un paio di settimane viene ritrovato sui monti vicino San Giacomo un teschio umano sfigurato da 17 colpi di scure. Si sospetta che appartenga a Musacchio ma non ci sono elementi certi. Si pensa a un delitto e i sospetti cadono sulla moglie, la diciannovenne Emilia Laino e su un vicino di casa. Emilia nega ostinatamente…
Seconda parte
Poi esce allo scoperto Giuseppe Candreva, amico intimo di Agostino Musacchio e fa delle rivelazioni che potrebbero risultare molto interessanti, se riscontrate
Io ero amico di Agostino Musacchio e lo vedevo quasi tutti i giorni, in tutte le ore, specialmente da quando aveva aperto il negozio vicino a quello di mio padre ed ero, si può dire, anche a parte di qualche suo segreto. Posso quindi affermare che egli non aveva nemici se non, da qualche tempo in qua, nella persona di Sarro Pasqualino e fino a
circa un mese fa nella persona di Santoro Vincenzo per motivi di onore, nel senso che egli riteneva, e la voce pubblica lo confermava, che sua moglie se la intendesse con l’uno e con l’altro, o contemporaneamente o successivamente. Non lasciava mai la chiave del negozio alla moglie, salvo quando si recava a Cosenza e contava di ritornare nella stessa giornata. Questa volta la moglie aveva la chiave del negozio… – insinua – inoltre è in possesso del libricino del negozio che il Musacchio portava sempre addosso e per nessuna ragione lasciava nel negozio. Io non so spiegare il fatto delle cartoline giunte a diversi di S. Giacomo da Napoli a firma di Agostino Musacchio ma non di suo carattere  in quantocchè egli, quando si trovava lontano dalla residenza dava sempre notizie di sé scrivendo di suo pugno poiché sapeva, benché poco, leggere e scrivere
Adesso che Giuseppe Candreva si è deciso a dire qualcosa, anche altri testimoni confermano le sue parole, specialmente per quanto riguarda la convinzione che Agostino non ha scritto, né fatto scrivere le cartoline illustrate e che Emilia Laino se la intendesse almeno con Pasqualino Sarro, se non anche con un certo Pasqualino Rizzo. Anche don Giuseppe Miele, il parroco del paese, seppure non ritenga la donna e Vincenzo Santoro capaci di un delitto così orrendo, conferma al Pretore di aver saputo che Emilia e Pasqualino Sarro erano amanti e di averla rimproverata davanti al marito di non dargli più dispiaceri con la sua condotta riprovevole perché suo marito non lo meritava. Nemmeno il farmacista del paese, Ugo Tocci, ritiene Emilia e Vincenzo Santoro capaci di commettere un delitto del genere e, anzi, non ritiene nemmeno che la donna abbia compiuto dei fatti seri in materia di onore; è una donna, però, un po’ leggiera e che facilmente si lascia ammirare.
E così i Carabinieri cominciano a indagare anche su Pasqualino Sarro il quale viene interrogato. Che sia la pista giusta?
Io nulla so circa la partenza o la scomparsa di Agostino Musacchio, che ho appreso dopo alcuni giorni. Il giorno che si vuole sia partito, io mi trovavo in S. Martino di Finita dove impiantavo l’essiccatore dei bozzoli, da dove son tornato la sera sull’imbrunire insieme a Pietro Paolo Rizzo che lavorava all’impianto come faccio ogni sera. Il giorno dieci corrente sono tornato a casa ammalato da S. Benedetto Ullano e sono rimasto ammalato fino al 15 successivo e dopo sono tornato in S. Martino dove continuo ad andare per l’essiccamento dei bozzoli; poco o nulla, quindi, so di quello che si è detto e si è vociferato in S. Giacomo circa il Musacchio. Ho saputo delle cartoline illustrate che si dicevano da lui mandate da due donne di S. Martino. Non so dire se egli sia vivo o morto , se egli avesse intenzione o meno di emigrare perché da parecchi mesi, cioè da gennaio ultimo scorso, e precisamente da quando egli scacciò la moglie di casa perché si vociferava che avesse relazioni intime con me, ciò che non è stato mai vero; io mi sono allontanato da lui perché egli, prima mi interessava spesso ed io, alle sue insistenze, lo accontentavo di fargli commissioni di merci dato che egli non sapeva tanto scrivere. Egli ha ritirato di nuovo la moglie perché si è dovuto convincere che le voci sparse erano false; con tutto ciò io mi mantenni in disparte pur contentandolo qualche altra volta che mi ha mandato a chiedere che gli avessi fornito delle informazioni sul suo conto presso le case di commercio, informazioni che io gli detti buone. Egli vendeva, qualche volta, a prezzi più bassi degli altri e naturalmente stabiliva una concorrenza che, non so, se dispiacesse agli altri negozianti
Mentre i Carabinieri cercano riscontri alle testimonianze raccolte, il 12 luglio si presentano in caserma due giovanotti, Silvio Giuliani e Domenico Muglia, i quali in modo molto concitato avvisano il Maresciallo di avere appena ritrovato, coperto quasi del tutto di terra, un cadavere in contrada Messinesi. Ma per avere la certezza che si tratti di Agostino Musacchio bisogna almeno verificare che sia privo della testa. E l’orrore si aggiunge all’orrore. Quando il corpo viene liberato della terra che lo nasconde, si scopre che non solo è privo della testa, ma è privo anche degli arti inferiori che, tuttavia, sono sepolti più in profondità nella stessa buca. Il corpo martoriato non è la sola cosa che c’è in quella maledetta buca. Ci sono anche dei brandelli di stoffa di canovaccio per imballaggio abbruciacchiata, più il
colletto della giacca
. Sul canovaccio erano attaccati due pezzi di mussola su cui si legge l’indirizzo di Agostino Musacchio S. Giacomo di Cerzeto e su di uno anche il timbro dell’Ufficio postale di S. Giacomo di Cerzeto, con la data 26-5-21. Si rinvennero anche un anello di oro con la sigla S.D. al dito mignolo della mano sinistra, un bottone del gilè di smalto bianco, nonché tracce di un pantalone e di una calza. A condire il tutto, un forte odore di petrolio.
Poi accade un’altra cosa molto strana: due giorni dopo il ritrovamento del cadavere mutilato, la settantenne Maria Sarro va al Calvario per accendere una lampada votiva e dentro la nicchia nella quale sta per deporre la lampada trova dei pezzi di scarpa, un portafogli e un cappello in gran parte bruciato, oggetti che vengono riconosciuti come appartenenti ad Agostino Musacchio. Adesso non ci sono più dubbi sul fatto che sia stato barbaramente ucciso e orrendamente mutilato.
È del tutto evidente che Emilia Laino e Vincenzo Santoro non possono essere stai a mettere gli oggetti nella nicchia e quindi, se è vero che i due sono implicati nell’omicidio, è altrettanto vero che in giro c’è qualcun altro che sa molte cose. La donna viene nuovamente interrogata e continua a ripetere la stessa versione di sempre, ma questa volta ammette che qualche volta ha dato confidenza a Pasqualino Sarro e Pasqualino Rizzo ma non lo ha mai fatto con fini illeciti bensì per la sua ingenuità (caratteristica confermata da tutti i testimoni). Aggiunge, e questa è una novità assoluta, che qualcuno, anche se non lo mostrava in pubblico, odiava suo marito perché si sentivano danneggiati dal suo commercio per i prezzi più bassi che egli praticava e così avveniva in persona di Giovanni Sarro e della famiglia di suo suocero che imprecavano e desideravano tutto il male possibile per suo marito perché si ritenevano danneggiati della cessione del negozio di mio marito avvenuta nel gennaio dell’anno passato [in quell’epoca Agostino Musacchio dovette vendere l’attività per far fronte al pagamento di alcuni debiti contratti per acquistare merce, salvo poi riaprirla poco tempo dopo. Nda]. Anche Smeriglio Nicola spesso bestemmiava e imprecava al suo indirizzo. Con tutto ciò non posso dire se costoro fossero stati o meno gli autori del delitto, come non posso dire che abbia potuto commetterlo certo Sabato Colonna da Torano Castello, residente in S. Martino di Finita, col quale mio marito non molto tempo fa aveva avuto una forte quistione perché non poteva, mio marito, essere da lui pagato per l’importo di certa merce vendutagli e nella quistione erano quasi venuti alle armi. Non posso nemmeno dire se mio marito, che era un giuocatore, fosse rimasto vittima in seguito a quistione di giuoco perché, ripeto, mi manca ogni elemento.
Il Vice Pretore Carlucci le chiede conto anche delle tele di canovaccio con le quali venivano imballate le merci che, come abbiamo visto, erano state rinvenute accanto al corpo mutilato di Agostino.
Le vendeva ad ogni richiesta e spesso anche le regalava – poi precisa – Più di tutti ne ha avute in regalo il detto Nicola Smeriglio che mio marito cercava di tenere alla mano perché gli doveva delle somme che poi gli ha pagato. Le tele con cui è stata imballata la suola erano due: una di essa è stata venduta o regalata a Pietrangelo Candreva e l’altra è stata venduta a certa Maddalena Candreva, come ebbe a dirmi mio marito. Alcune volte anche i pacchi postali contenenti giocattoli o calze venivano imballati con la detta tela di canovaccio e quasi sempre venivano raccolte dallo Smeriglio il quale spesso si trovava presente nel negozio all’arrivo di essi
– E tu non ne usavi per fare strofinacci?
Io non mi sono mai servita di tali tele perché come strofinacci mi servivo di quelli portati con me all’epoca del matrimonio, né in casa ve ne è alcuno perché tutti i pacchi e le balle di merce mio marito le apriva nel negozio. Quando, come ho accennato, nel gennaio dell’anno passato il negozio di mio marito passò integralmente al Sarro e al Rende Gennaro, che non figurò nella cessione, molti di quell’imballi si trovavano nel negozio
– Descrivimi il vestito che tuo marito avrebbe avuto indosso quando sarebbe partito con lo sconosciuto
Ha indossato l’abito nuovo composto di una giacchetta nera di stoffa buona, il panciotto di stoffa bianca con puntini rossi, il calzone di color tabacco a righe di altro colore più chiaro, cappello color grigio e scarpe scamosciate gialle di forma allacciata. La cravatta era di tessuto a maglia, la camicia era di zephir bianca a righe viola e le mutande
anche di zephir bianco a righe celesti. Non ricordo se le calze fossero colorate o nere perché non le cambiò quella sera… Io non ho più che dire… piango la sua morte che non meritava e mi proclamo innocente… potrò essere ritenuta colpevole ma ripeto sempre che sono innocente! Potrò rimanere nelle carceri tutta la vita mia ma non potrò mai confessare un delitto che non ho commesso e che non potevo commettere per nessuna ragione al mondo, come non posso accusare nessuno perché non ho elementi e nemmeno sospetti con alcuno
Mentre Emilia risponde alle domande del Vice Pretore, i Carabinieri, con l’ausilio di due medici perquisiscono nuovamente la sua casa, con la convinzione che il barbaro omicidio sia avvenuto proprio lì, altrimenti non si spiegherebbe come mai il cadavere sia stato fatto a pezzi per ridurne le dimensioni e poterlo trasportare più agevolmente. In effetti alcune piccole macchie di sangue sparse qua e là sui muri vengono trovate, ma è poca cosa rispetto a quello che avrebbe dovuto esserci date le modalità del delitto. Ma è la scoperta di alcuni pezzi di tela di canovaccio a rappresentare la scoperta più interessante, visto che Emilia nega di averne mai adoperati in casa.
Il giorno dopo, però, Emilia ci ripensa e chiede di parlare con il Magistrato
Ho la convinzione che sia stato ucciso da Sarro Pasqualino, da Rizzo Pasqualino e da Vincenzo Santoro. Sospetto che vi avessero pure avuto parte Candreva Giuseppe, Sarro Giovanni e Ninuzzo Smeriglio, questi ultimi tre negozianti da S. Giacomo
– Bene! e com’è che stanotte ti è venuta questa illuminazione? Spiegami…
– Ho sempre detto che a chiamare mio marito la sera del 4 giugno era stato uno sconosciuto, invece ho riconosciuto la voce di Pasqualino Sarro. Mio marito è uscito, è tornato poco dopo, ha indossato il vestito nuovo e si è allontanato lasciandomi
come ho detto…
– E come mai ti sei decisa solo adesso a parlare?
Non ho detto prima questi particolari perché avevo timore di qualche rappresaglia, ma ora parlo perché vedo in pericolo la mia libertà
– È un’accusa troppo generica, che motivo avrebbero avuto le persone che hai nominato per uccidere tuo marito?
– Per Sarro, Rizzo e Santoro che più certo ritengo autori del fatto, vi sono dei precedenti: il Sarro è stato mio corteggiatore e parecchie volte è arrivato, finanche, a baciarmi e a palpeggiarmi; anche il Rizzo una volta mi ha baciato. Il Santoro una volta mi toccò le cosce, causa questa dell’inimicizia di mio marito. I primi due, il Sarro ed il Rizzo, mi dissero che avrebbero dovuto uccidere mio marito che era di ostacolo, naturalmente, ai loro fini lascivi. Il Sarro mi disse ciò nell’inverno ultimo scorso; il Rizzo me lo disse circa un anno fa. Io però mi ribellai alla loro proposta. Il Santoro, proprio la sera in cui l’ultima volta fummo in casa sua, tra gli altri discorsi, uscì a parlare con mio marito dell’inimicizia passata e uscì col dire che quando mio marito lo andava a provocare, egli aveva proposto di spararlo per il buco della serratura, anzi mostrò il buco stesso della porta
– Avevi paura anche di Santoro? E perché hai sempre negato di avere avuto rapporti illeciti?
Per pudoreQueste circostanze non le ho riferita prima anche per il motivo che non le credevo serie prima della scoperta del cadavere di mio marito
– Come spieghi le macchie di sangue che sono state trovate sui muri di casa tua?
Mi meraviglio come siano state trovate delle macchie di sangue sul muro del capezzale, sull’angolo del vano della finestra e sul muro della sponda destra del letto. Io non le ho notate, però è possibile che esse siano sangue delle cimici uccise che io, spesso, trovavo essendo una casa vecchia e poco pulita, come spesso strofinavo con qualche pezzuola. Le raschiature che sono al capezzale del letto sono state fatte da me con le unghie per togliere il sangue delle cimici uccise; le impronte di macchie di sangue sull’orlo della finestra, poiché mi assicurate che vi sono, saranno potute essere state fatte da me distrattamente, appoggiandovi le mani intrise di sangue mestruale, oppure urtandovi con il panno intriso dello stesso sangue durante la pulizia che facevo. Le macchie che sono state riscontrate sul palo sono dovute, e di ciò sono certa, dal sangue del maiale per avervi messe a seccare le salsicce. Inoltre quel palo è servito per pesare il maiale morto dalle stesse persone che l’hanno ucciso
– Ieri hai affermato di non aver mai usato in casa tela di canovaccio. Come spieghi che sono stati trovati in casa tua alcuni stracci di quel tessuto?
– In verità li ignoravo. Forse ve li avrà portati mio marito nel periodo in cui io sono stata fuori di casa
– Usavi petrolio in casa?
– Si, lo compravo da Margherita Sarro in una bottiglia di marsala che poi si ruppe quando vi era mio marito. Ve ne doveva essere un’altra ma poiché mi dite che non si trova, significa che si sarà egualmente rotta. Il lume era pieno di petrolio ed io non ne ho comprato più dall’epoca della scomparsa di mio marito perché la sera si accendeva per pochissimo tempo
Anche se non è troppo convinto delle dichiarazioni di Emilia Laino, il Pretore emette i mandati di cattura nei confronti di Pasqualino Sarro, Pasqualino Rizzo e Sabato Colonna; Vincenzo Santoro è già in carcere, mentre per i commercianti chiamati in causa non ritiene di intervenire. Rizzo e Colonna vengono rintracciati e arrestati, mentre Pasqualino Sarro è uccel di bosco. Dalla Procura del re di Cosenza arriva l’invito a fare accurate indagini per scoprire chi scrisse  e spedì le cartoline illustrate da Napoli ma è come cercare un ago nel pagliaio. Emilia viene trasferita nel carcere del capoluogo e il Vice Pretore Carlucci, ancora aspramente criticato, abbandona le indagini e si trasferisce a Napoli adducendo motivi familiari.
Non passano nemmeno due settimane da quando Emilia ha lanciato le sue accuse quando chiede di parlare di nuovo col Magistrato, che questa volta è il Giudice Istruttore in persona
Sentivo il bisogno di parlare con V.S. per dire finalmente l’intera verità. Verità che finora ho voluto tacere perché stando a Cerzeto, anche in carcere, vivevo sotto l’impressione delle minacce di coloro che hanno commesso la strage. Ritratto tutte le mie precedenti dichiarazioni e confesso anzitutto che il delitto fu commesso proprio nella nostra casa coniugale e che autori sono appunto Santoro Vincenzo, Sarro Pasqualino, Rizzo Pasqualino e Colonna Sabato. Quella sera, usciti da casa dei Santoro, mio marito tirò fuori di tasca la chiave ed aprì la porta. Appena fummo dentro e prima ancora che avessimo il tempo di richiudere mettendo la maniglia alla porta, irruppero in casa le quattro persone che ho sopra nominato e subito si impadronirono violentemente di mio marito che, colto alla sprovvista e sotto la violenza dei suoi aggressori, non ebbe nemmeno il tempo di emettere un grido. A mia volta, presa dallo spavento, caddi svenuta e perdetti i sensi fino al punto di non accorgermi più di quello che intorno a me accadesse. Non so per quanto tempo rimasi in queste condizioni; certa cosa è che quando rinvenni mi trovai sola in casa ma prima ancora di poter prendere una decisione su quello che dovevo fare in ordine a quanto poco prima era accaduto, rientrarono nella mia abitazione il Sarro, di lì a poco seguito dal Rizzo, dal Santoro e dal Colonna. Essi mi ingiunsero di tacere, pena la vita, in ordine a quanto avevo visto e per la scomparsa di mio marito mi suggerirono di narrare la storiella che risulta dai miei precedenti interrogatori. “ma insomma”, dissi io ad un certo momento al Sarro, “che cosa avete fatto di mio marito?” ed il Sarro mi disse che quelle erano cose che non dovevo sapere io e che avevo soltanto l’obbligo di attenermi alle loro istruzioni. Con quale mezzo mio marito sia stato ucciso io non posso dirlo. Ritengo che lo abbiano strangolato perché se si fossero serviti di armi avrei dovuto trovare in casa larghe chiazze di sangue, sangue che invece mancava, mentre le piccole tracce constatate sui muri della casa e sulla cassa hanno la spiegazione che ho già dato. Evidentemente mio marito dopo ucciso è stato svestito dagli abiti che indossava e che io ho trovato in una cassa, mentre invece non ho trovato gli abiti nuovi ch’erano in un’altra cassa e dalla quale gli autori del delitto hanno dovuto levarli portandoli via
– Quindi saresti inconsapevole di tutto e senza nessuna responsabilità nel fatto? È poco credibile… racconta tutto…
Questa è la pura verità e mi si faccia quello che si vuole se mi si ritiene colpevole… nessuna ragione mi poteva spingere al delitto e la mia sola colpa è quella di non aver rivelato subito ogni cosa alla giustizia. Le mie esitazioni, le mie contraddizioni mi hanno nuociuto, lo so bene, ma tutto è dovuto alla grande paura che io avevo di parlare, sicura che mi avrebbero fatto sparire come mio marito
– Non ci credo, tornerò ogni giorno per convincerti a dire tutto
E in effetti il Giudice Istruttore convoca ogni giorno Emilia e ogni giorno ottiene la stessa risposta, finché decide di metterla a confronto con gli altri arrestati, tranne Pasqualino Sarro di cui non si hanno più notizie
Fino a quando ho dovuto tacere sotto la pressione delle vostre minacce sono stata, mio malgrado, costretta ad intralciare il corso della giustizia, ma ora che siamo tutti in carcere è quindi per me esclusa la possibilità di fare la fine di mio marito, bisogna giuocare a carte scoperte ed è per questo che io ti sostengo in faccia che tu sei uno dei quattro piombati improvvisamente in casa mia dove è stata compiuta la strage di mio marito – dice con decisione Emilia a Vincenzo Santoro che replica
Ti può credere soltanto chi non sa quello che tu sei, chi ignora che tu sei una perfida mala femmina, capace delle cose più nefande. Tu, vile donna, sei l’autrice principale del delitto commesso con i tuoi ganzi ed ora hai l’audacia d’incolpare me innocente. Perché avrei dovuto concorrere alla soppressione di tuo marito? Forse per il desiderio di possederti? Per fare questo non c’era bisogno di uccidere un uomo, data la tua spiccata tendenza a prostituirti; ma poi è notorio in paese che tu sei una sifilitica, mentre io ho mia moglie ch’è bella e sana ed un bambino ch’è un angelo. La tua infamia non ha limiti, ero già pronto per andare in America con la mia famiglia, figurarsi se mi poteva venire in mente di ammazzare tuo marito!
Almeno si ottiene il risultato che anche Santoro adesso accusa gli altri ganzi che si difendono con le stesse ragioni di Santoro: perché compromettersi con e per una sifilitica, puttana per natura? Il Giudice Istruttore ha molti dubbi su questa ricostruzione dei fatti perché non è concepibile che l’aggressione del povero Musacchio prima e il trasporto poscia del di lui cadavere in montagna, avvolto in tela da imballaggio dopo essere stato fatto a pezzi, siansi verificati senza che alcuno avesse udito qualche cosa, nonostante l’ora inoltrata della notte, per cui stabilisce di interrogare di nuovo tutti i vicini di casa per stabilire, per quanto è possibile, se nella notte dal 4 al 5 giugno decorso, ebbero costoro a vedere o sentire qualche cosa che potesse mettere la giustizia sulla buona strada, o quanto meno se nei giorni successivi al delitto ebbero a notare particolari degni di nota ed inerenti al delitto medesimo, ma nessuno ha sentito niente o non ricorda se dormiva in casa oppure in campagna per seguire i lavori agricoli.
Dopo quasi otto mesi dall’omicidio Pasqualino Sarro è ancora latitante e, non essendo riusciti a scoprire chi avesse scritto le famose cartoline illustrate che sarebbero a questo punto la prova decisiva per individuare l’assassino, viene deciso di sottoporre a perizia grafica la calligrafia autografa del latitante con quella del misterioso compilatore delle cartoline. Il risultato della perizia eseguita da Antonio Aloe e Giuseppe Marinaro arriva il 10 febbraio 1924:
I riferenti sono in grado di potere accertare che le cinque cartoline portanti la data: napoli 12-6-1923 e indirizzate rispettivamente a Smeriglio Ernesto, Santoro Vincenzo, Ruffo Alfonso, Tocci Pietro e Stamile Aristide furono vergate da Sarro Pasqualino che scrisse le due cartoline 15 e 29 ottobre 1917 e vergò le tre firme ai folї 45, 46 e 47 del processo.
Adesso comincia ad essere tutto più chiaro. Adesso ci sono anche dei testimoni che affermano di aver visto con i propri occhi Emilia e Pasqualino Sarro nell’atto di appartarsi nel bosco dietro la fontana del paese e se i due sono amanti come tutti dicono, le cose sono chiare e la ricostruzione di Emilia viene ritenuta credibile, eccetto che per il suo personale coinvolgimento nei fatti.  La Procura del re chiede e ottiene il rinvio a giudizio per tutti gli imputati. Le bramose voglie del Santoro (che già aveva quistionato col Musacchio una volta per ragioni di gelosia) del Sarro e del Rizzo tendenti ai favori della giovane e formosa Laino, l’astio vendicativo del Colonna (per avere egli una volta quistionato con lui per ragioni di interesse) e il proposito di vendetta della Laino con il desiderio di restare libera per darsi ai suoi liberi amori, culminarono nel concerto criminoso e nella premeditazione del delitto. questi i moventi di
ognuno.
È il 26 novembre 1924.
Il processo viene diviso in due tronconi, dato che Pasqualino Sarro è sempre uccel di bosco. Sembra che le cose si mettano subito bene per Emilia Maria Fornarina Laino, mentre parrebbero esserci tutte le premesse per una severa condanna nei confronti di Santoro, Rizzo e Colonna nel troncone che vede gli imputati presenti in aula e ancora peggio per Pasqualino Sarro nell’altro troncone.
Il 27 aprile 1925 viene emessa la sentenza nei confronti degli imputati in carcere: 4 anni e 2 mesi ad Emilia Laino per avere facilitato l’esecuzione del delitto prestando assistenza ed aiuto volontariamente e a fine di uccidere prima o durante il fatto, ma in quel momento si trovava in uno stato di infermità di mente tale da scemarne grandemente l’imputabilità senza escluderla. Infermità mentale? E da cosa è stata dedotta da parte della giuria? Scrivono i giudici: Con la semi-infermità accordata alla donna, i giurati popolari hanno ritenuta la stessa quasi un istrumento, una succube nelle mani dell’amante, ne subisce i desideri, le richieste e quindi i voleri ed è così trascinata al delitto come complice che porta il suo aiuto semi-incosciente, quasi meccanico ed il di lei concorso nel reato, di conseguenza, è di carattere secondario.
Santoro, Rizzo e Colonna vengono invece assolti per non avere concorso nel fatto.
Pasqualino Sarro, giudicato in contumacia, viene ritenuto colpevole di omicidio qualificato per premeditazione in quanto tutte le modalità che accompagnarono e seguirono il delitto spiegano e dimostrano a luce meridiana lo studio lungo e meditato di ogni particolarità per prevenire una resistenza, per evitare l’allarme pubblico, per fare sparire
le tracce del misfatto, per rassicurare la pubblica opinione e conseguire così l’impunità
. Considerato che la gravità dell’orribile strage ed i particolari terrificanti di essa non possono consentire alla Corte alcuna benignità nei confronti del giudicabile; che trattandosi di uxoricidio, essendo dal Sarro ben conosciuto lo stato coniugale della Laino, la pena che la Corte crede equo applicare al Sarro è quella di anni 24 di reclusione, pena da sostituirsi con l’ergastolo per l’aggravante della premeditazione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e legale, alla privazione della patria potestà, dell’autorità maritale e della capacità di testare, dichiarando nullo l’eventuale testamento fatto prima della condanna, al pagamento delle spese processuali ed al risarcimento dei danni in favore delle parti lese.
Viene anche ordinato di affiggere un estratto della sentenza sia a Cerzeto che a Cosenza. È il 1 maggio 1925.
Emilia Laino ricorre per Cassazione ma il 25 ottobre successivo il suo ricorso sarà rigettato.[1]
Che fine ha fatto Pasqualino Sarro?


[1] ASCS, Processi Penali.

 

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