LA CASA DEL BUON GESU’

Sono le quattro di pomeriggio del 16 maggio 1938 e il Maresciallo Capo Salvatore Cascio è seduto davanti alla macchina per scrivere nel suo ufficio della stazione di Rota Greca. Si passa le mani tra i capelli prima di scrivere il rapporto sui fatti avvenuti tre giorni prima nella frazione Piretto di Lattarico
Alle ore 18,35 del giorno 13 corrente, siamo stati avvertiti da questo ricevitore postelegrafico per
confidenziali telegrafiche avute da quello di Lattarico che nella frazione Piretto di quest’ultimo
comune era avvenuto nella giornata un omicidio in persona di un ragazzo.
A si tale notizia, noi predetti verbalizzanti, ci siamo portati in detta frazione per l’accertamento dei fatti e, giunti che fummo in detta località, fu facile conoscerne il nome dell’ucciso portandoci nella di lui abitazione di detta frazione che trovammo adagiato su un tavolo coperto da una tovaglia bianca, identificandolo per Golletti Mario d’ignoti, nato a Cosenza il 26 ottobre 1929, custodito fin dall’età di sette mesi, che lo ha allattato, dalla nominata Trotta Emilia, vedova di D’Agostino Carmine.
Mentre noi appuntato Bumbaca siamo rimasti in detta casa per appiantonamento del cadaverino, noi maresciallo Cascio e carabiniere Prajanò, saputo il nome dell’autore del grave delitto nella persona del nominato D’Alessandro Pasquale di Saverio, nato il 10 gennaio 1920 a Palazzello del comune di Lattarico, ivi domiciliato, storpio, siccome paralitico della metà del corpo e idiota, ci dirigemmo verso la frazione Palazzello per procedere al di lui arresto
Il sole è ormai tramontato e solo l’incerta luce del crepuscolo illumina la strada che percorrono i due carabinieri, quando da dietro una curva spuntano due uomini, uno dei quali cammina con l’aiuto di una stampella
– Buonasera – fa l’uomo che cammina bene, subito ricambiato nel saluto dai militari – forse stavate venendo a casa nostra – continua con un po’ di imbarazzo – ma io l’ho immaginato e stavo accompagnando mio figlio Pasquale da voi… io non so… non so che gli è preso… non ha mai fatto del male a nessuno…
– State tranquillo, accerteremo tutto – risponde Cascio facendo segno a Saverio D’Alessandro di seguirlo insieme al figlio
Una volta nella caserma di Rota Greca, il Maresciallo procede a un primo, sommario interrogatorio di Pasquale
– Si, l’ho ammazzato io – ammette Pasquale che non sta fermo un attimo mettendosi a toccare tutto quello che è a portata di mano, mentre Cascio pazientemente rimette tutto a posto, salvo poi rimproverare il giovane e ordinargli perentoriamente di stare fermo
– Ma perché? Perché lo hai fatto? Era solo un bambino…
– Io stavo facendo pascolare la mia capretta e lui mi stava rubando l’erba… e rideva… non era la prima volta che lo faceva e glielo avevo detto anche alla mamma che non si fa così e lei mi ha risposto: Ammazzalo così poi vai in galera… io gliel’ho detto Marù… basta che t’ammazzo! Ma lui rideva… – Pasquale si interrompe di colpo
– E poi?
– Lui era sotto una pianta di olivo e con un coltello stava ancora tagliando l’erba, io mi sono avvicinato, Maruzzu non ci credeva… tagliava l’erba… allora con la stampella l’ho colpito sulla testa e lui è caduto a terra. Poi gli sono saltato addosso, lui mi ha morso sul mento – continua mostrando un lieve segno sul viso – io per la rabbia gli diedi anche un morso all’orecchio tagliandoglielo e di poi ho preso un pezzo di mattone che era lì e l’ho colpito sulla testa fino a quando non gli è uscita una cosa bianca… poi l’ho trascinato sul confine tra il mio fondo e quello della madre di Maruzzu e ho pensato di fare ciò perché altrimenti detto corpo di cadavere mi avrebbe guastato il prato di erba. Pensavo anche di sotterrarlo, anzi, poiché non avevo una zappetta per scavare un fosso, io pensavo di metterlo sotto una pietra ma poi l’ho lasciato lì… poi ho preso il coltello di Maruzzu e l’ho fatto in pezzi perché avevo paura che
mi arrestassero i Carabinieri
. Ho pure pulito la gruccia e la mia giacca con saliva ed erba perché erano sporche di sangue…
– È tutto? – gli chiede Cascio
– Dopo un poco è venuto mio padre che mi ha portato la colazione ma io non gli ho detto niente e mentre se ne andava a cavallo è venuta Emilia Trotta, la madre di Maruzzu, che mi ha chiesto se avevo visto il figlio e le ho detto di no perché avevo paura che mi bastonasse. Lei ha girato nel prato e dopo un po’ lo ha trovato e si è messa a gridare, poi lo ha preso in braccio e se ne è andata…
– Per un po’ di erba… ma lo capisci che cosa hai fatto?
Io sono pentito di quanto ho fatto perché so di avere consumato un peccato… io credo in Dio e se volete sentire, posso recitare la dottrina cristiananon ho avuto paura del cadavere, né sento paura attualmente
– Sai leggere e scrivere?
– No, so soltanto le vocali
– È vero che mangi le lucertole?
– Si, mi piacciono. So anche la canzone del diavolo
– Quindi confermi che sei stato tu – gli chiede ancora una volta il Maresciallo
– Ripeto che l’ho ammazzato perché così si meritava 
Pasquale, senza la sua stampella che viene sequestrata, sorretto da un carabiniere viene portato in camera di sicurezza e Cascio fa alcune domande al padre del ragazzo
All’età di tre anni fu colpito da paralisi infantile (Poliomielite acuta, come attesta il medico curante, dottor Vincenzo Barone, nel certificato medico richiestogli dai Carabinieri il 16 maggio 1938. nda) rimanendo offeso di mezza vita e cioè dall’ato sinistro tanto da non potersi reggere da solo in piedi che con l’ausilio della stambella in atto a qualsiasi lavoro anche perché è rimasto difficiente di mente, nonostante le cure praticate fin da quando venne colpito dalla paralisi. Egli durante il giorno quando il tempo lo permetteva usciva di casa ora per la sua proprietà or per le vie pubbliche portandosi a Lattarico, in San Benedetto Ullano e contrade limitrofe senza che abbia mai dato luogo a reclami da parte di chiunque, in quanto non ha manifestato prima d’ora violenze o minaccie verso alcuno, quantunque qualche volta a qualcuno gli avesse detto che doveva ucciderlo, ma ciò sintende nessuno ci ha fatto caso ritenendo le sue parole essere uno scherzo. Ieri pomeriggio, potevano essere le 16,00, gli ho portato una colazione di pane e formaggio e me ne sono andato subito in groppa al mio cavallo e dopo nemmeno due chilometri mi ha raggiunto e sorpassato l’autocorriera postale che arriva generalmente in Lattarico verso le 16,45. Dopo un paio di ore sono stato avvisato che mio figlio aveva commesso un orrendo delitto. A tale triste notizia, sia io che mia moglie ci avviammo di corsa verso il nostro fondo senonché prima ancora che uscissimo dalla frazione di Palazzello, incontrammo mio figlio che tranquillamente rincasava con la capra. Gli chiedemmo se fosse vero quello che avevamo sentito ed egli, senza nulla nascondere ci rispose: Si, l’ho ammazzato io perché rubava l’erba. Non volendo credere a tale sua asserzione, sia io che mia moglie continuammo la strada per accertarci meglio e così, cammin facendo, la notizia balenata è stata realtà
– Sapete se tra Pasquale e Maruzzu c’erano stati degli screzi?
– Mio figlio e il povero bambino erano soliti, quando il tempo era buono, di passare lunghe ore assieme a giuocare ma mai ebbe a recargli alcun male
– Quindi non vi siete accorto di nulla quando gli avete portato la colazione…
– L’erba è alta e da quello che ho capito il posto dove hanno trovato Maruzzu è distante un centinaio di metri dalla strada dove ho trovato Pasquale per dargli la colazione…
Nemmeno Emilia Trotta sa spiegarsi il perché
– Non ci credo alla scusa dell’erba, piuttosto sarebbe più semplice credere che Pasquale volesse violentare il mio povero bambino…
Ormai è notte e non si può fare niente altro. Appena fatto giorno il Maresciallo Cascio effettua un sopralluogo nel posto dove è stato ucciso Maruzzu ma, con grande sorpresa, non trova neppure un filo d’erba reciso e comincia a sorgergli il dubbio che la madre possa avere ragione, ma in cuor suo rifiuta di pensarlo possibile, ma il dovere è dovere e confida al Pretore di Montalto Uffugo, competente per territorio, il sospetto che alla base dell’orrendo omicidio ci potrebbe essere stata una violenza sessuale o un tentativo di violenza a cui il bambino si è opposto.
Quindi il dottor Vincenzo Barone, incaricato della perizia, oltre che attestare l’entità dei colpi che hanno portato alla morte il bambino, dovrà accertare anche se sia stato assoggettato in vita o dopo morto ad atti di violenza carnale o comunque ad atti di libidine.
Barone rileva alla regione occipitale ampia lesione dei tessuti molli, sollevati i quali si trova il tavolato osseo ampiamente frantumato; attraverso la larga breccia si nota nella parte posteriore di uno degli emisferi cerebrali, al disotto della anfrattuosità delle ossa accavallate e frantumate, si notano residui di erba che formavano una specie di turacciolo con cui si era tentato occultare la grave lesione praticata; la ferita è profonda sino agli emisferi cerebrali, nella cui sostanza è venuto ad incunearsi qualche scheggia del tavolato osseo frantumato. La lesione è stata idonea a produrre la morte, che penso si sia determinata all’istante.
Si notano inoltre altre quattro lesioni lacero-contuse della lunghezza da 4 a 7 centimetri, interessanti il solo cuoio capelluto. Rilevo altresì che il padiglione dell’orecchio sinistro si presenta completamente maciullato; al di sotto del padiglione, che si è staccato, si nota un largo foro che si approfonda oltre i tessuti ossei. Tale ferita, prodotta anch’essa da ripetuti colpi dello stesso corpo contundente, viene a formare la lesione più importante tra quelle finora descritte.
Denudato il cadavere nulla si rileva degno di nota, né lividure o tracce di violenza che possano far ritenere che detto bambino in vita oppure dopo morto abbia subito violenza carnale o qualsiasi atto di libidine.
Pasquale non ha mentito e se non ha mentito è ovvio che ha davvero molte rotelle fuori posto, come giura anche il padre nella lettera inviata al Giudice istruttore di Cosenza il 23 giugno successivo:
nell’interesse di Da’alessandro Pasquale, imputato del delitto consumato sulla persona del ragazzo Golletti Mario di ignoti di anni 9: io sottoscritto D’Alessandro Saverio fu Pasquale, da Lattarico, porto a conoscenza della S.V.Ill.ma quanto segue:
Mio figlio fin dall’età di anni tre è stato colpito da paralisi, per cui oltre alla minorazione del fisico, s’è constatata fin da allora una non lieve deficienza mentale.
Non ragionò più con senno e dimostrò, con parole e con atti, d’essere veramente idiota.
Danno prova i fatti, che, con dolore di padre, porto a conoscenza della S.V.Ill.ma. mio figlio giocava e parlava con gli animali domestici, era lo zimbello di tutti i monellucci più piccoli di lui, acchiappava serpentelli, mangiava lucertole vive, spellava i topi, metteva in fila i monelli e assumeva l’aria del caposquadra. Queste sono prove evidenti che il reo è uno scemo, affetto da vera imbecillità morale, ma che ancora non aveva dato il minimo sospetto d’essere pericoloso e comunque nocivo alla società.
Visto che anche il padre lo scarica, il Pubblico Ministero che indaga sul caso rubricato come omicidio aggravato, chiede che Pasquale sia sottoposto a perizia psichiatrica che accerti se nell’atto di uccidere Maruzzu era incapace di intendere e volere e allo scopo viene designato il dottor Vittorio Madia, Direttore del manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. È l’11 luglio 1938.
Madia, oltre a notare la presenza del famigerato tubercolo di Darwin sulle orecchie di Pasquale, osserva che avanza saltellando sul piede destro ed appoggiandosi ora sulla persona che l’accompagna, ora sulle pareti della camera o su qualche mobile. – Bella scoperta, la stampella di cui si serviva per camminare gli è stata sequestrata! – Mostra una certa irrequietezza per cui, di frequente, s’impone di richiamarlo, anche energicamente, per moderarne la mobilità. In complesso però si rivela abbastanza remissivo e rispettoso. Difatti non trascura mai di salutare sia al termine dell’osservazione che all’atto in cui viene a trovarsi al cospetto del perito. Non attende che gli si rivolga la parola ed egli già racconta mille piccoli fatti, passando da un argomento all’altro ed inframmettendo un mondo di sciocchezze nel suo discorso. Sa bene di trovarsi in Barcellona, provincia di Messina, e che, per andare da qui al suo paese bisogna prendere il treno, poi passare il mare in ferry boat e poi risalire in treno. Sa anche di essere in Manicomio, anzi precisa “manicomio Giudiziario”, aggiungendo però subito di non essere malato di mente, in quanto “i pazzi sono quelli che danno mazzate, quelli che aggrediscono, che rompono la roba” mentre egli tutto questo non fa. Ritiene di esservi stato ricoverato perché, quando era nel carcere di Cosenza, avendo riferito al sottocapo che i compagni lo bastonavano e non essendosene quegli curato, lo minacciò che gli avrebbe lanciato sul viso in coperchio della botticella, ma aggiunge di aver detto ciò esclusivamente per indurlo a prendere qualche provvedimento nei confronti di detti compagni e non con l’intenzione vera di agire. Il patrimonio ideativo è molto limitato; le idee, a contenuto elementare, spesso non sono ben definite e, a volte, anche erronee, confuse. L’attività psichica può dirsi esclusivamente limitata alle idee e ai desideri relativi al cibo. Egli, infatti, ripete insistentemente di trovarsi bene in questo luogo, di essere disposto a rimanervi all’infinito “purchè gli si dia da mangiare”. Tanto sa bene di non poter più essere restituito alla vita libera perché tal Grandinetti Nicola, “quello che faceva lo spesino” gli disse “essere questa la casa del buon Gesù e chi vi entra non esce più”. La vita affettiva può definirsi aplasica. Al di fuori dei più bassi sentimenti egoistici, legati soltanto al generico senso di conservazione del proprio io, non si riscontra alcuna traccia di affetti, anche dei più bassi sentimenti ego-altruistici che si estendono all’ambiente ed alle persone che rappresentano come la più immediata continuazione della propria personalità fisica.
La religiosità è limitata nel suo meccanismo esteriore: vede i suoi compagni andare in Chiesa e domanda poter essere autorizzato a seguirli; mai praticò la confessione, né la comunione, di cui non riesce, del resto, a comprendere il significato. 
Non mostra affatto rimorso, tanto meno pentimento per l’orrendo delitto compiuto, di cui non arriva assolutamente a valutare la gravezza. (eppure nell’immediatezza del fatto sembrava pentito e consapevole della gravità del suo delitto. Nda)
Il potere volitivo è molto fiacco. Rilevante è soprattutto l’assenza dei poteri frenatori ed inibitori, di volontà coscientemente deliberatrice, donde la necessità, nel manicomio Giudiziario, di mantenerlo isolato per evitare reazioni violente contro i suoi compagni di sventura.
Non cade dubbio che ci si trovi in presenza di un soggetto dal cervello assai scarsamente evoluto.
Madia lo classifica come appartenente alla categoria di malati frenastenici, quella categoria, cioè, nella quale sono incluse tutte le forme di incompleta ed anormale evoluzione della mente nel suo insieme e che può essere divisa in due sottocategorie di malati: quelli che di umano non presentano che la forma, anch’essa più o meno anomala e digradata e con mentalità paragonabile o anche inferiore a quella dei quadrumani o di altri mammiferi e quelli, risalendo per gradi, i quali vivono nella famiglia e partecipano, con una maniera di lavoro, alla vita comune.
È certo che D’ALESSANDRO PASQUALE presenta le note ben nette di una frenastenia bio-cerebropatica (imbecillità) nella quale concorrono fattori costituzionali degenerativi e fattori patologici acquisiti durante la fase evolutiva. Tale patologia, conclude Madia, costituisce un’infermità mentale tale da escludere in lui la capacità di intendere e volere nel momento in cui commise il fatto delittuoso. Risulta riconoscibile nel D’Alessandro, per la impulsività delle reazioni e per i connotati pscicologici descritti, la qualità di persona socialmente pericolosa.
È il 9 ottobre 1938 e a questo punto non resta altro da fare che dichiarare il non luogo a procedere per infermità psichica e disporre il ricovero dell’imputato in un manicomio giudiziario per la durata minima di dieci anni, essendo stabilita dalla legge pel fatto da lui commesso la pena dell’ergastolo.[1]
Il manicomio è la casa del buon Gesù, chi vi entra non esce più…

 

[1] ASCS, Processi Penali

 

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