LO SCOPPIO DI UN ISTINTO FERINO

Il sole è appena tramontato il 23 maggio 1915 a San Giovanni in Fiore e il ventisettenne industriale Domenico Belcastro se ne sta tranquillamente seduto davanti al camino acceso quando sente bussare alla sua porta. È un suo lontano parente, il trentacinquenne mulattiere Saverio Caputo, il quale, visibilmente ubriaco, gli esterna il desiderio di mangiare qualcosa. Belcastro lo fa entrare e tutti e due si mettono a mangiare dei lupini seduti davanti al fuoco. Poco dopo li raggiunge Giovanni Mazzei e Caputo, ridendo con quel riso degli ubriachi, lo saluta
– Mè, c’è Ciritummulu! – questo è il nomignolo che in paese hanno affibbiato a Mazzei. Belcastro fa segno all’amico di stare zitto chè Caputo è ubriaco e poi, per liberarsi di quella presenza un po’ sgradita, dice a Mazzei
– Andiamo a fare una camminata, la serata è tiepida e fuori si sta meglio che davanti al fuoco
Caputo non ne vuole sapere, nonostante le esortazioni degli altri due, di tornarsene a casa e li segue a qualche passo di distanza lungo la via nuova dei Cappuccini. In lontananza la voce della moglie di Caputo che lo cerca per riportarselo a casa.
Angelamaria Belcastro è seduta sul gradino della casa di fronte alla sua rivendita di Sali e Tabacchi in via dei Cappuccini e vede arrivare Pasquale Greco, trentacinquenne contadino, che sta suonando un fishcarulu, una specie di flauto traverso fatto con la corteccia verde di un giovane ramo di castagno. L’attenzione della donna, più che dalla musica, è attirata dal fatto che Greco regge il flauto tenendo contemporaneamente un coltello a punta
Fra Leone – questo è il soprannome dell’uomo – metti via quel coltello e vattene a casa. Se ti incontrano i Carabinieri ti fanno passare un guaio!
Greco sembra non sentirla nemmeno e passa oltre. Non trascorre nemmeno un minuto che Angelamaria sente nel buio, dalla direzione in cui camminava Greco, delle voci concitate, un vivace scambio di parole. “Fra Leone sta facendo questioni… fammi andare a vedere” pensa incamminandosi lungo la stretta curva della strada, una ventina di metri in tutto. Nel buio riesce a distinguere Greco, a circa un metro dall’avversario, che si gira e torna indietro a passo svelto, mentre l’altro stramazza a terra senza un lamento.
La donna immagina che sia successa qualcosa di grave e sapendo che Greco è ubriaco e armato, cerca di nascondersi per paura che anche lei possa essere aggredita, ma l’uomo le passa accanto senza nemmeno vederla.
Oh, cosa hai fatto? – gli grida dietro senza avere risposta, poi si avvicina all’uomo steso per terra e riconosce in lui Saverio Caputo. Attirate dalla discussione tra i due, arrivano sul posto altre persone, tra le quali il fratello di Pasquale Greco
– Vattene subito che è stato tuo fratello ad ammazzare Caputo, non farti trovare dai parenti…
I Carabinieri, avvisati, si mettono sulle tracce dell’assassino ma non riescono a trovarlo e viene emesso un mandato di cattura a suo carico. Intanto gli amici dell’ucciso raccontano come sarebbero andati i fatti
– Stavamo passeggiando lungo la via nuova dei Cappuccini e ci siamo imbattuti nella moglie di Caputo che si lamentava del fatto che il marito mancava da casa fin da mezzogiorno e noi lo abbiamo invitato a ritirarsi ma lui, completamente ubriaco, non ne ha voluto sapere e ha continuato a venirci dietro. Poi abbiamo incontrato Pasquale Greco che suonava un fishcarulu e Caputo gli si è avvicinato e gli ha detto in tono amichevole: Mi fai suonare il tuo fischietto? Greco, però, ha rifiutato dicendogli: Tu non sai suonare questo fischietto ma Caputo ha continuato a insistere per essere accontentato con contegno allegro e quasi confidenziale. Insomma, trattavasi della solita petulante insistenza che è propria di tutte le persone ubbriache. A un certo punto, Pasquale Greco disse: Dunque, lo vuoi fare di prepotenza? A questo punto io e Mazzei abbiamo capito che la cosa poteva finire male e ci siamo allontanati lasciandoli lì. Mentre stavo tornando a casa ho incontrato la moglie di Caputo che mi ha chiesto dove avessi lasciato il marito e io le ho risposto che era con Pasquale Greco, senza però dirle che stavano litigando. Dopo una decina di minuti, io ero già a casa, ho sentito delle urla fortissime mentre una vecchia soprannominata Tardanella mi disse che Caputo era morto accoltellato. Mi sono precipitato sul posto e ho capito che quelle urla erano della moglie del povero Caputo… Intanto era arrivato anche Mazzei e abbiamo visto il cadavere steso sul fianco destro con la testa appoggiata sul braccio e il sangue che ancora zampillava, credo dal collo perché era buio e non si distingueva bene
Più preciso è il racconto di Andrea Astorino che si trovava sul posto col suo amico Peppino Marra
– Domenico Belcastro e Giovanni Mazzei ci salutarono e si allontanarono. Io e il mio amico Marra restammo fermi a una distanza di circa otto metri da Greco e da Caputo. Quest’ultimo insisteva con tono amichevole per avere il fischietto e a un certo punto Greco, senza che l’altro gliene desse causa, cominciò a colpire ripetutamente Caputo ma non saprei dire se in mano avesse un coltello, vista l’oscurità. Caputo ha provato a reagire dando qualche pugno, ma lo stato di ubbriachezza non gli consentì alcuna reazione. Greco, dopo avere colpito ripetutamente l’avversario si allontanò pronunciando tra i denti delle parole che potevano essere di rabbia e di dispetto, o anche d’imprecazione verso il povero aggredito il quale, emettendo un gemito e un rantolo, cadeva di peso a terra. Io e il mio amico Marra ce ne siamo andati senza pensare di soccorrere Caputo per la paura che ci proveniva dal contegno sempre minaccioso e terribile del Greco che si allontanò a passo accelerato.
Peppino Marra, per giustificare il mancato soccorso alla vittima, aggiunge
La penosa impressione del momento e la paura del Greco, che era di contegno minaccioso, non ci consentirono neppure di porgere aiuto al disgraziato; del resto il fatto ebbe uno svolgimento rapidissimo e fino a che noi non sentimmo il rantolo della morte e non vedemmo cadere a terra il Caputo, a tutto pensammo meno che alla gravità del misfatto compiuto dal Greco, il quale ha voluto compiere sì terribile delitto proprio senza alcuna causa.
E forse è proprio l’affermazione di Peppino Marra a convincere i magistrati a ipotizzare l’imputazione di omicidio volontario commesso per solo impulso di brutale malvagità.
L’autopsia accerta che il povero Caputo è stato colpito da due coltellate: la prima, superficiale, al braccio sinistro; la seconda, quella fatale, in prossimità della clavicola sinistra che ha reciso di netto sia la vena che l’arteria succlavia. Irrefrenabile e grave emorragia, conseguenza diretta ed immediata del colpo dato con violenza dall’alto in basso che ha causato la morte quasi istantaneamente.
Intanto passano un paio di giorni e di Pasquale Greco non si hanno altre notizie se non, così qualcuno dice, che forse è andato a Cosenza. I Carabinieri inviano un telegramma ai colleghi cittadini e questi, in accordo con la Questura, cominciano a girare per tutti gli alberghi, le pensioni e le cantine al fine di rintracciarlo, ma senza esito. La mattina del 27 maggio un usciere trafelato entra negli uffici della Delegazione di P.S. e avvisa gli Agenti che Pasquale
Greco, accompagnato dall’avvocato Pietro Mancini si è costituito nelle mani del Procuratore del re. Il Commissario Misciasci, con due suoi uomini, gli va a mettere i ferri ai polsi e lo accompagna nell’ala del Tribunale adibito a carcere.
– Sono arrivato stamattina da San Giovanni camminando a piedi e sono andato direttamente allo studio del mio avvocato a raccontargli che la sera del 23 scorso ho ammazzato un uomo al mio paese. L’avvocato Mancini mi ha subito accompagnato in Procura, dove mi avete arrestato. – comincia a raccontare Pasquale Greco al Commissario – Era notte già da un’ora e io, ubriaco, mi sono incamminato per la via extramurale che conduce al convento dei Cappuccini, zufolando qualche arietta con un fiscarulu, da me stesso fabbricato. Quando arrivai vicino al convento mi venne incontro Saverio Caputo che si staccò dai suoi compagni e mi si avvicinò pretendendo che io gli dessi il fischietto. Io gli risposi che non glielo avrei dato e lui me lo strappò di mano rompendolo, mi diede un calcio a un ginocchio – continua sollevando il calzone e mostrando una scorticatura – e disse: Vallo a pigliare in culo tu e mammata! Io, incazzato per questo modo di fare prepotente, cavai di tasca un piccolo coltello a serramanico e con lo stesso gli vibrai un solo colpo, non più ricordo in quale parte del corpo. Quando lo vidi cadere senza emettere alcun lamento, scappai sperdendomi in campagna da dove poi, a piedi, venni a Cosenza…
– E nessuno degli amici di Caputo è intervenuto per dividervi?
– No, sono rimasti a qualche metro da noi… era buio e non si vedeva quasi niente e dei presenti ho riconosciuto solo Domenico Belcastro il quale, prima che Caputo mi si avvicinasse, mi disse: Pasquale vieni qua, ma io non gli diedi ascolto e rimasi per conto mio
– Avevate inimicizia col Caputo?
Tra me e Caputo non esistevano rancori, lo conoscevo fin da bambino e lo rividi con piacere, ora è un anno, allorché tornò dall’America, e quindi non ebbi la volontà di ucciderlo, ma bensì di ferirlo soltanto in quell’impeto d’ira.
– Perché non siete andato subito dai Carabinieri a costituirvi?
– Ero ubriaco… avevo cominciato a bere a mezzogirono e credo di avere bevuto quasi tre litri di vino… non mi ricordo, non credo che mi sia venuto in mente di andare dai Carabinieri…
– E il coltello?
Il coltello mi dovette cadere di mano dopo il ferimento perché non me lo trovai in saccoccia
– Devo contestarvi il fatto che sul corpo di Caputo sono state trovate due ferite di arma da punta e taglio e non una come avete appena affermato – lo incalza
– Io ricordo di averlo colpito una sola volta… ero ubriaco…
La versione fornita da Pasquale Greco contrasta con quanto hanno dichiarato i testimoni, ma che almeno qualcosa di vero ci sia, si capisce quando, il 3 giugno, il cantiniere Salvatore Petitto si presenta nella Pretura di San Giovanni con un coltello a serramanico, manico bianco di osso, con lama larga alla base e terminante a punta acuminata. La lama è coperta di ruggine e su ambo le facce di essa, specie lungo il taglio, pare che ci sia del sangue coagulato.
– L’ho trovato ieri nella cunetta della strada nuova dei Cappuccini, a destra salendo, e precisamente quattro o cinque passi prima di arrivare alla rivendita di Angela Maria Belcastro, proprio là ove la strada è in curva. L’ho fatto vedere alla Belcastro e l’ha riconosciuto come quello che aveva in mano Pasquale Greco
E infatti la donna, quando il Pretore le mostra ufficialmente il coltello, lo riconosce. La cosa strana è che quel coltello sia rimasto in quella cunetta per dieci giorni senza essere notato da nessuno.
Il famoso fiscarulu viene trovato da Giovanni Lopez e consegnato al Pretore e anche in questo caso sembrano esserci indizi che confermerebbero la versione di Greco
– Quando l’ho trovato era aperto in qualche punto nel senso longitudinale e questo potrebbe attribuirsi, secondo me, o al fatto che è stato calpestato dalla gente accorsa sul posto, o per strappamento. Evidentemente il fischietto all’atto del ritrovamento non era in questo stato, essendo allora la corteccia verde e, anzi, in parecchi punti si manteneva ancora cilindrico; ora è in queste condizioni perché la corteccia è essiccata[1]. Questo strumento è comune nel nostro paese nel mese di maggio, quando le piante di castagno sono in succhio.
Pietro Mancini si da un gran da fare per organizzare la difesa del suo assistito e il primo passo che muove è quello di chiedere al Giudice Istruttore una perizia psichiatrica per stabilire le condizioni mentali del Greco in quanto anche lo stesso Magistrato, quando lo ha interrogato, si è accorto di trovarsi dinanzi ad uno scemo e come tale egli era considerato in S. Giovanni in Fiore.
Tuttavia, questa mossa non produce gli effetti sperati perché il Giudice Istruttore si fida delle dichiarazioni che fanno il dottor Pasquale Caligiuri, medico della famiglia Greco, il Sindaco del paese, Cavalier Domenico Lopez e il Notaio Battista Belcastro.
Dice il medico
Debbo assolutamente escludere che il Greco Pasquale sia persona comunque affetta da disturbi psichici che possano portare come conseguenza né la esclusione, né la minorazione della sua responsabilità penale. Nei rapporti della vita quotidiana ho trovato sempre il Greco normale. È stato, in verità, un attaccabrighee ha avuto tendenze all’ozio, ma questi non possono certo essere elementi imputabili alla sfera psico-mentale
E aggiunge il Sindaco
Conosco Greco Pasquale e non ho elementi per ritenere che egli sia uno squilibrato: un tipo chiuso, melanconico, teneva sempre gli occhi bassi. Tutto questo per altro non mi ha mai fatto pensare che trattasi di persona che possa competere alcuni benefici di legge in dipendenza di disturbi psichici. Ho sentito dire che il Greco era un attaccabrighe, ma non mi consta che fosse dedito all’ozio
Il notaio è ancora più drastico
Sia nelle mie funzioni di notaio che in quelle di avvocato ho avuto occasione di trattare col detenuto Pasquale Greco e mi sono formato il convincimento che egli sia un deficiente morale ed anche intellettuale. Propendo a ritenere che la deficienza sia più morale che intellettuale perché ho avuto modo di notare che anche nei rapporti di famiglia porta l’impronta della sua animalità, riuscendo a volte scorretto e sconveniente, a volte anche aggressivo senza sufficiente ed adeguata ragione
Ci sono, in verità, anche testimonianze di gente comune che descrivono Pasquale Greco come stravagante, cretino, scemo,  ma non vengono prese in nessuna considerazione.
Quando Pasquale riconosce per suo il coltello trovato nella cunetta, non c’è bisogno di indagare oltre, gli elementi per chiudere l’istruttoria ci sono tutti e così parte la richiesta di rinvio a giudizio con l’imputazione di omicidio volontario commesso per solo impulso di malvagità.
Pietro Mancini si oppone fermamente a questa ipotesi di reato e argomenta, citando famosi giuristi, che si può parlare di questo – raro – tipo di reato quando è commesso per libidine di sangue o senza causa. Quell’omicidio, cioè,  che veramente riveli il mostro umano, lo scoppio di un istinto ferino: l’ostentazione dell’istinto sanguinario che uccide per brutalità. Tipologia da non confondere con l’omicidio per causa ingiusta, che non esce dalla categoria ordinaria degli omicidi perché la causa ingiusta apparve giusta all’uccisore ed agì come motivo determinante sull’animo suo. Qui la causa scatenante c’è: il fishcarulu. Parlare di omicidio riposto ESCLUSIVAMENTE nell’ingenita ferocia dell’uccisore è nel caso pura fantasia, è assurdo morale, giuridico, processuale.
Pietro Mancini, sostenendo che Greco non colpì l’avversario con l’intenzione di uccidere, conclude chiedendo che l’accusa sia derubricata in omicidio preterintenzionale.
La Sezione di Accusa sconfessa la Procura eliminando poi la qualifica del solo impulso per brutale malvagità, ma non soddisfa nemmeno la richiesta dell’avvocato Mancini e dispone il rinvio a Giudizio di Pasquale Greco per omicidio volontario.
L’11 marzo 1919, a quattro anni dai fatti, la Corte d’Assise di Cosenza, escludendo la volontarietà della sua azione, riconoscendogli lo stato d’ira determinato da una provocazione non grave che lo ha fatto trovare in quel momento in uno stato di mente tale da non togliergli la coscienza o la libertà dei propri atti ma da scemare grandemente l’imputabilità senza escluderla a cagione di ubriachezza volontaria, condanna Pasquale Greco a 4 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione, condonandogli un anno in base ai decreti di amnistia del 27 maggio 1915 e del 20 febbraio 1919.[2]

[1] Il fishcarulu è uno di quegli strumenti cosiddetti effimeri perché essendo ricavato dalla corteccia dei polloni di castagno(o di altra pianta)  sono fabbricabili solo in primavera quando il legno e la corteccia sono così teneri da poterli separare per estrazione della corteccia stessa e, generalmente, durano un solo giorno. Per maggiori chiarimenti cfr. Vincenzo La Vena – STRUMENTI GIOCATTOLO E STRUMENTI DA SUONO A TERRANOVA DA SIBARI, p. 112 e ss. Rubbettino.
[2] ASCS, Processi Penali.

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