IL FUOCO DISTRUTTORE

Un uomo si avvicina furtivo alla casa colonica in contrada San Fili di San Benedetto Ullano dove abita la settantatreeenne Armenia Vozza. È da poco suonata l’avemaria del 15 agosto 1911.
L’uomo spia dai vetri della finestrella e vede Armenia seduta al focolare acceso, intenta a friggere due uova. La porta di casa è socchiusa, lui la apre con violenza e si scaglia contro la donna che, sorpresa e impotente, riesce solo a lanciare due urla prima che le mani dell’aggressore le serrino la gola
– Lasciami! – lo implora con voce strozzata, ma l’uomo sembra un demonio con gli occhi dello stesso colore della brace che è nel camino e continua a stringere. Armenia, nell’estremo tentativo di sfuggire alla morte, riesce ad afferrare un pezzo di legno e con questo vibra un colpo sulle spalle dell’aggressore che lascia per un attimo la presa e la donna, perdendo l’equilibrio, cade picchiando violentemente la testa su di uno spigolo. L’uomo la guarda e ne sente ancora il respiro, seppure flebile. Deve assolutamente finire ciò che ha iniziato e lo fa nel modo più brutale e simbolicamente più offensivo che gli viene in mente: le calpesta la testa con gli scarponi chiodati da contadino finché non sente cedere le ossa del cranio sotto il suo peso. Allora si ferma ansando mentre il sangue dei Armenia si sparge sul pavimento. Si, adesso è morta per davvero ma non è ancora soddisfatto, deve fare dell’altro. Prende della legna secca e la sistema addosso alla vittima, poi l’accende con la legna che arde nel caminetto e aspetta che le fiamme comincino a fare la loro opera distruttrice. Gli abiti prendono fuoco e la carne bruciata comincia a diffondere nell’aria il suo caratteristico odore nauseabondo. Adesso l’opera è completa e l’uomo può andare via, non prima però di aver cura di chiudersi la porta alle spalle e di lanciare la chiave all’interno della stanza dallo spazio tra il pavimento e la porta stessa. Ormai è buio e può allontanarsi indisturbato.
Ercole Tavolaro ha diciassette anni e abita a un centinaio di metri dalla casa di Armenia Vozza. Il sole è tramontato da un’ora quando il ragazzo, davanti alla porta di casa, aggiusta il fuoco sul quale borbotta una pentola con la minestra per la cena. Avverte distintamente due urla provenire in direzione della casa di Armenia. Lì per lì non ci fa caso, ma poi si mette a pensare che forse è accaduto qualcosa alla donna e si avvicina alla casetta dove ormai tutto è silenzio e non nota niente di strano. Racconta tutto alla madre e si ripropongono di andare a dare un’occhiata appena fatto giorno.
Anna Trotta, la mamma del ragazzo, appena alzata va a casa di Armenia e dalla finestra vede il corpo inanimato della donna. “È caduta e ha battuto la testa”, pensa mentre va ad avvisare le autorità.
Quando arrivano i Carabinieri trovano la porta chiusa a chiave e devono darsi molto da fare per buttarla giù. Appena entrati l’odore di carne umana bruciata toglie il respiro, ma il Pretore di Montalto Francesco Russo e il Maresciallo Ettore Tabarro non possono non notare la chiave della porta al centro del pavimento della stanza e quando volgono lo sguardo verso il caminetto alla loro destra riescono a stento a trattenere i conati di vomito: in vita loro non hanno mai visto uno spettacolo simile.
La coscia destra, l’addome, il torace, entrambe le braccia e metà della faccia sono completamente carbonizzati lasciando scoperte le ossa. Tenendosi un fazzoletto sulla bocca e sul naso, il Pretore indica al Maresciallo la mano sinistra del cadavere, scostata dal resto del corpo e quasi protesa verso il centro del caminetto. È contratta e scarnificata ma mette ancora in mostra un anello. Tutto intorno al cadavere ci sono delle pozze di sangue miste a una sostanza che potrebbe essere terra, ma potrebbe essere cenere e il particolare è di non poco conto perché se fosse cenere sarebbe chiaro che qualcuno l’ha mischiata al sangue e non si tratterebbe più di una disgrazia ma di omicidio.
Il Pretore fa rimettere a posto la porta e viene fatta subito la prova se la chiave passa dalla fessura inferiore. Si, ci passa. E se si provasse a lanciare la chiave da sotto la porta? Il risultato è sempre lo stesso: la chiave si ferma sempre nel posto dove è stata trovata. A questo punto, per il Pretore e il Maresciallo, non c’è bisogno nemmeno di aspettare l’esito delle analisi sulla sostanza mischiata al sangue. Si tratta certamente di un omicidio. Di un orrendo omicidio.
L’ipotesi è subito confermata dal risultato dell’autopsia: frattura del ponte zigomatico rotto nella sua unione da tutti i lati, cioè col mascellare superiore, coll’orbita, con la grande ala dello sfenoide, coll’apofisi orbitale del frontale e sollevando tali ossa si riscontra abbondante emorragia nella sottostante fossa zigomatica. Asportato il cervello lo si trova di consistenza normale, tranne nei lobi frontali, la cui sostanza è molle e facilmente spappolabile. Una forte
emorragia nei lobi frontali invade il corno anteriore dei ventricoli laterali. A completare la devastazione della testa ci sono una serie impressionante di ferite circolari, a distanza regolare l’una dall’altra, profonde fino all’osso e una ferita sulla bozza frontale destra interessante l’osso sottostante. L’orecchio sinistro è spappolato. Ferite della stessa natura sono visibili anche nella regione scapolo-omerale sinistra, scampata al rogo.
I periti concludono che la morte è dovuta alle due fratture ossee, prodotte da corpo contundente, che hanno determinato una forte emorragia cerebrale. Le altre ferite sono state prodotte da corpo acuminato, probabilmente rastrello a due denti.
E un attrezzo di questo tipo viene trovato in casa della povera Armenia, solo che non presenta alcuna traccia di sangue.
I primi ad essere interrogati dal Maresciallo Tabarro sono i vicini, tra i quali Anna Trotta, la madre del ragazzo che ha sentito le urla, ma deve essere aiutato dall’assessore comunale Ettore Santoro che gli fa da interprete perché tutti a San Benedetto parlano la lingua arbrëshe
– Ieri sera verso le sette sono andata a tagliare un po’ di erba per l’asino nella terra di Armenia e l’ho vista che si toglieva gli abiti, restando solo col sottanino. Le ho chiesto se volesse venire con me, oggi, alla fiera di Montalto e lei mi ha risposto che si sentiva stanca ma che dovevo passare a chiamarla perché se si fosse sentita meglio sarebbe venuta. Sono tornata a casa e poco dopo sono andata a prendere l’acqua alla fontana e qui sono stata raggiunta da Rosaria Blasi che poi è tornata con me, ma quando siamo passate vicino alla casa di Armenia mi ha detto che si fermava lì perché doveva parlarle di una questione legale e che ci sarebbe andato anche suo marito, Fortunato Caracciolo. Ci siamo lasciate e io sono tornata a casa da sola.
Fortunato Caracciolo e Rosaria Blasi abitano in una casa colonica di proprietà di Stefano Rodotà, a circa quattrocento metri dalla casa della vittima. Il Maresciallo ci va subito perché potrebbero essere state le ultime persone ad avere visto viva Armenia.
– S… s… s… si… c… c…ci ho parlato a Montalto – comincia a balbettare Fortunato, sofferente di una grave forma di balbuzie che gli consente di esprimersi se non viene interrotto mentre parla e, soprattutto, se è calmo e non si trova in soggezione. Tabarro ha il suo bel da fare per fargli spiccicare quattro parole – perché il 28 maggio scorso un mio porco è scappato e ha pascolato nella sua terra e lei mi ha querelato per pascolo abusivo. La causa si terrà tra quattro giorni e ci siamo incontrati per comporre bonariamente la questione ma lei voleva, per ritirare la denuncia, che io pagassi prima le spese di giustizia, ma io non ho le 45 lire e ci eravamo ripromessi di rivederci domani. Ieri sono stato a Montalto verso l’una e ci sono ritornato verso le tre per vendere dei porci. Sono tornato a casa e sono andato al fiume a voltare l’acqua per innaffiare il granone, poi sono tornato a casa e non sono più uscito – Mio marito
è tornato da Montalto nel pomeriggio e non è più uscito fino a stamattina
– Ma non è andato a voltare l’acqua? – le chiede il Maresciallo
– No, è rimasto a casa, il granone non lo innaffiamo da un paio di settimane. A casa di Armenia ci sono andata io verso le sette di sera per metterci d’accordo sulla denuncia e siamo rimaste che le spese le pagavamo metà per uno, ma noi i soldi glieli avremmo dati con calma perché non ne abbiamo
Tabarro fa finta di non aver compreso le contraddizioni tra i coniugi e continua gli interrogatori, sospettando fortemente che ne sappiano più di quanto abbiano detto. Poi è la volta di Francescantonio Blasi, il suocero di Fortunato
– Ieri sera, verso le sette, mio genero è andato a casa di Armenia per parlare della composizione bonaria della querela e poi è andata anche mia figlia. Sono tornati dopo una mezzoretta e gli ho chiesto se si fossero messi d’accordo e mi ha risposto di si.
Questo taglia la testa al toro, adesso ci sono due testimoni, Anna Trotta e Francescantonio Blasi, che dicono la stessa cosa e due che si contraddicono a vicenda.
Fortunato Caracciolo e Rosaria Blasi vengono arrestati con l’accusa di omicidio volontario. Il Maresciallo Tabarro resta quasi sorpreso dall’indifferenza di Fortunato allorquando gli si applicavano i ferri in quella casa ove si rinvenne il cadavere.
Nella caserma di San Benedetto Ullano, dietro lunghe e premurose insistenze, dopo quasi quattro ore e con grande fatica ad esprimersi, non appena Fortunato sente il rumore della carrozza che avrebbe dovuto portare lui e Rosaria nel carcere mandamentale di Montalto Uffugo, rivolge alla moglie uno sguardo d’intelligenza e questa dice al Maresciallo
– È stato lui…
In carcere Fortunato confessa e rivela le modalità dell’omicidio, scagionando la moglie
Il 14 mattina sono stato alla Pretura di Montalto con Armenia Vozza perché mi aveva promesso di ritirare la querela che mi aveva fatto se io avessi pagato le spese. Quando ho scoperto che ci volevano 45 lire pensai che i miei figli non avrebbero avuto più nemmeno il pochissimo che siamo in grado di dargli e la mia irritazione fu tale che concepii il terribile disegno di ucciderla. La sera appena ritiratomi uscii di nuovo di casa con l’intenzione di mandare ad effetto il mio disegno, ma siccome mi accorsi che mia moglie mi seguiva, mi nascosi e attesi che mia moglie di nuovo si ritirasse. Allora scappai subito a casa della Vozza che trovai seduta vicino al fuoco, l’afferrai e la buttai a terra. intesi che ella mi diceva: Fortunato lasciami; ma io accecato com’ero cominciai a calpestarle la testa con le scarpe che avevo, tutte piene di bulloni e la finii quando mi accorsi che era morta. le accesi addosso il fuoco per disperdere le tracce, copersi di cenere le macchie di sangue e mi allontanai chiudendo la porta e buttando nell’interno la chiave
– Sicuro che non hai usato il forcone? – gli chiede il Giudice
– Sicuro
– Tua moglie ti ha aiutato, confessalo
– No. A mia moglie l’ho detto la mattina di martedì ed ella ne rimase desolata. Ella, poveretta, non c’entra per nulla e chiedo che la liberiate perché i nostri poveri figli hanno bisogno di assistenza. Ho menato sempre una vita di lavoro e di rettitudine, ma quel giorno ero non solo accecato dall’ira, ma avevo anche bevuto
Poi è il turno di Rosaria
Appena giunti a casa egli uscì ed io, impensierita per quel che il giorno mi aveva detto, dopo poco mi avviai verso la casetta colonica della Vozza. Incontrai per via Trotta Anna alla quale dissi che mi recavo dell’Armenia. Giunta a quella casa non trovai mio marito e la Vozza da me interpellata mi rispose di non averlo visto. Parlammo di nuovo della remissione della querela e la Vozza mi promise che avrebbe pagato lei venti lire. Me ne ritornai a casa e per quante ricerche facessi non mi riuscì di trovare mio marito. I bambini si misero a chiamarlo gridando forte e verso mezz’ora circa di notte si ritirò tutto preoccupato e non volle neppure mangiare… poi è uscito di nuovo per un paio di ore
– Se fosse come dici tu, tuo marito non avrebbe avuto ragioni per uccidere la Vozza – obietta il Giudice
– Può essere che non le ha dato il tempo di dirgli il fatto delle venti lire… signor Giudice, io sono innocente!
Le versioni sembrano sostanzialmente combaciare ma a complicare le cose ci pensa Ercole Tavolaro, il ragazzo che ha sentito le urla, il quale si presenta al Pretore e racconta
– Dopo aver sentito le urla mi avvicinai alla casetta della Vozza e intesi il passo di due persone che si allontanavano. Io mi avvicinai ancora seguendo da lontano quelle persone che però non vidi. I due si fermarono e cominciarono a parlare tra loro animatamente a bassa voce e in modo che io non potetti raccogliere alcuna parola. Dopo un po’ essi si ritirarono in casa del Caracciolo e io sono tornato alla casetta della Vozza e ho spiato dalla finestra ma non ho visto fiamme all’interno, né ho sentito puzza di carne bruciata, quindi penso che siano tornati più tardi a finire l’opera.
– Quindi i due sono entrati a casa di Caracciolo ma tu non li hai visti – gli fa il Giudice che continua – secondo te chi erano? Due uomini, due donne, un uomo e una donna…
Dal tono della voce dei due che parlavano riconobbi che essi erano Caracciolo Fortunato e la moglie – afferma con sicurezza.
Le parole di Ercole, seppure contraddittorie, sono oro colato per l’accusa. I coniugi Caracciolo hanno agito insieme e Fortunato mente per salvare sua moglie.
I due sono rinviati a giudizio per omicidio premeditato e complicità in omicidio. Il 28 maggio 1913, dopo quasi due anni, comincia il dibattimento e subito sono scintille tra la difesa degli imputati, rappresentata dagli avvocati Ernesto Fagiani e Adolfo Berardelli, la parte civile, rappresentata dall’avvocato Tommaso Corigliano, e il Pubblico Ministero.
Tutto nasce dal rifiuto di Fortunato a rispondere alle domande che gli vengono poste.
– Soffre di una grave forma di balbuzie e non riesce a esprimersi in condizioni di stress e di soggezione – sostiene la difesa che chiede una perizia medico-legale
– Finge – assicurano le accuse – come mai ai Carabinieri e al Pretore ha risposto e adesso dice di non poterlo fare? I verbali parlano chiaro!
– Sentiamo il Pretore, il Maresciallo e l’interprete – propone la difesa – accerteremo quanta fatica hanno fatto per redigere i verbali e scoprirete che è vero che non ce la fa a parlare e la perizia sarà necessaria
Il cavalier Michelangelo Dall’Oglio, presidente della corte, accetta questa proposta ed è evidente che la difesa ha ragione: Fortunato è quasi impedito nell’uso della parola.
Viene disposta la perizia medico-legale e il dottor Giuseppe Montoro De Francesco, assistito dall’interprete Domenico Gramazio, nelle 141 pagine della perizia conclude che:
1.      Caracciolo Fortunato di Vincenzo da S. Benedetto Ullano è un balbuziente autentico;
2.      La balbuzie di cui egli è affetto è di alto grado e nei momenti d’ira, di viva emozione e di ebbrezza alcoolica arriva sino al mutismo; tale balbuzie è di origine centrale, per arresto di sviluppo, connessa allo stato di deficienza mentale, che nel Caracciolo è congenita:
3.      Per le condizioni psichiche, per la grave balbuzie, per il vino bevuto prima del reato e per la irascibilità ed impulsività del carattere di tali soggetti, Caracciolo Fortunato la sera del 14 agosto 1911, pur sapendo di commettere un reato, allo stesso è stato tratto dalla mancanza, in lui, dei poteri di arresto, per deficiente funzione dei centri inibitori e perciò gli si può accordare il vizio parziale di mente, ai sensi dell’art. 47 del vigente Codice Penale

È il 28 febbraio 1914 e il processo può andare avanti tenendo presente le osservazioni del dottor Montoro e la giuria, il 17 novembre 1914, ammette che Fortunato ha commesso il fatto in stato di infermità di mente per cui la coscienza o la libertà dei propri atti era tale da scemare grandemente l’imputabilità senza escluderla. Concesse le attenuanti, fanno in tutto otto anni e quattro mesi, così come richiesto dall’accusa.
Rosaria viene riconosciuta innocente per non aver commesso il fatto, secondo la richiesta dell’accusa.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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