IL CAPORALE IMPAZZITO di Cinzia Altomare

Il 24 gennaio del 1751 a Scalea si diffonde la notizia di un fatto inaudito. Antonio Provenzano di Castellomanaldo (Calabria Ultra), caporale del Reggimento Nazionale d’Otranto con distaccamento momentaneo a Scalea, pare che sia impazzito e risulta ricercato a piede libero.
I fatti si sono svolti il 23 dello stesso mese, e sono stati narrati da diversi testimoni.
Claudio Autoglietta di Lecce, alfiere del Reggimento Nazionale d’Otranto, aveva ritenuto punire con una bacchettata il Provenzano poiché all’ordine che gli aveva dato di alzarsi la notte del 22 e di vigilare i reclusi nelle carceri di Scalea, lo stesso aveva eseguito l’ordine manifestando molto disappunto
Sangue di Dio o sono impiegato io solo o saveno impiegati tutti – lo sentono urlare i detenuti mentre percorre il corridoio in mezzo alle celle, ripreso in malo modo dal suo superiore.
Non è la prima volta che l’alfiere Autoglietta si è lamentato con il comandante per la svogliatezza in servizio di Provenzano e del malcostume al quale era dedito, gettando così discredito al Real Servizio di cui faceva parte.
Dopo la punizione subita, Provenzano esce pieno di rabbia dalla stanza in cui si trovava e, impugnata la sciabola in gran fretta, si fa largo nei locali, tirando prima un colpo al malcapitato che si trovava disgraziatamente vicino la porta della stanza e quindi, aggirandosi come un pazzo per l’intero caseggiato, riuscendo finalmente a trovare l’alfiere il quale, ignaro di quello che poteva succedergli, se ne stava comodamente seduto presso la loggia dell’edificio in piacevole conversazione con un vecchio amico.
Provenzano gli arriva alle spalle ed è pronto a colpirlo con un colpo a tradimento. Ma la luce del sole che colpisce la lama della sciabola crea un lampo che si riflette nella stanza e non può passare inosservato ad Autoglietta, il quale, militare ben addestrato, avverte il pericolo e con un balzo cerca di voltarsi velocemente, ma per sua sfortuna non abbastanza rapidamente in tempo per schivare il colpo di sciabola che si abbatte  sul suo braccio sinistro, ferendolo. Il sangue inizia a zampillare copiosamente e  l’alfiere cade a terra dolorante, ma la ferita per fortuna non è grave e si rimette subito in piedi.
Il caporale intanto, credendo di avere fatto secco l’avversario ed essersi quindi vendicato per la punizione subita, fugge senza rendersi conto di avere commesso l’intera azione sotto gli occhi di un testimone, il parroco don Giuseppe Solimena d’Aiello, che assiste al fatto terrorizzato e ammutolito.
Durante la fuga, un altro testimone, don Francesco Rodinò, dichiara di avere visto il caporale allontanarsi con in mano la sciabola gridando:
Largo che non porto rispetto a nessuno, neppure a Cristo e chi si accosta more!
Nel frattempo, Autoglietta in parte ripresosi dal colpo prende la spada e si getta all’inseguimento di Provenzano e grida chiedendo aiuto per fare accorrere quanta più gente possibile per catturare il pazzo che lo ha ferito.
Ma Provenzano, già lontano, col viso rosso dai lineamenti stravolti e con gli occhi di fuori, continua a gridare come un indemoniato profferendo terribili minacce a destra e a manca che, più che fare accorrere gente per catturarlo, incute così tanta paura che la gente scappa terrorizzata.
Alle sue spalle gli inseguitori perdono del tempo per assistere il ferito e Provenzano riesce a far perdere le sue tracce.
Il signorotto locale, il marchese di Mesoraca, subito informato dei fatti, si preoccupa di inviare dei rinforzi ma Provenzano che si è inoltrato nel vicino bosco è ormai introvabile.
Il dispiegamento di forze su tutto il circondario di Scalea serve a ben poco e tutti i paesani si chiudono in casa e se proprio devono uscire si armano di tutto punto per difendersi da un tale pericoloso individuo, ma Provenzano non si farà mai più vedere da quelle parti.[1]

 

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