OPERAZIONE SAN FRANCESCO

– Padre Francesco – dice un monaco al padre superiore del Convento dei Minimi di Paola – sento degli strani rumori… come se qualcuno battesse sui muri di una delle celle…
– Si, lo so, non sei il primo che me lo dice, ma è tutto a posto, nessun problema!
Questo accade verso la fine del mese di settembre del 1946, poi, dopo la festa per l’inaugurazione della lampada votiva in onore del Santo, il 13 ottobre, i misteriosi rumori sembrano intensificarsi e qualcuno dei monaci sostiene che provengono da dentro la cella numero 17 del loro dormitorio.
– È impossibile! Quella cella è chiusa a chiave e non ha finestre, chi volete che batta sui muri lì dentro? – rassicura tutti Padre Francesco
Ma i rumori continuano e le lamentele anche, così il superiore, per fugare ogni dubbio, il 5 novembre apre la cella 17, accende la lampadina elettrica, ispeziona la stanza e non trova niente fuori posto. Quella stessa sera, però,  il confratello che dorme nella cella attigua alla 17 avverte di nuovo quei rumori sordi e si lamenta ancora col superiore.
I giorni passano con lunghe discussioni sulla natura dei rumori, finché dalla sera del 9 novembre accadono fatti stranissimi: poco prima delle 20,00 un corto circuito fa saltare l’impianto elettrico del dormitorio. Questo si che preoccupa Padre Francesco perché l’impianto è nuovo e non doveva accadere. Comunque, aiutato dagli altri monaci, apre il contatore della luce, sostituisce la valvola di sicurezza bruciata e tutto torna nella normalità, almeno così sembra perché verso le 22,00, il frate laico Armando Castiglione, stando dietro i vetri della finestra della sua cella per recitare le orazioni, scorge nel giardino del convento un uomo che si sta avvicinando alla fonte della Cucchiarella, il quale, accortosi che frate Armando lo sta osservando, si nasconde.
Frate Armando si sistema dietro uno scuro semi chiuso della finestra e resta in attesa delle mosse dello sconosciuto ma, dopo un bel po’ di minuti, visto che non succede niente si decide a dare l’allarme e così tutti i monaci, laici compresi, si precipitano in giardino e cominciano a perlustrarlo palmo a palmo nel buio, senza tuttavia trovare nessuno. A questo punto, per scoraggiare lo sconosciuto e indurlo ad andarsene, i religiosi decidono di sparare un colpo di fucile in aria, poi se ne tornano tranquillamente a dormire.
Ma quella notte ormai non può passare tranquilla. Infatti, verso mezzanotte una fortissima esplosione fa tremare i muri del convento dalle fondamenta, tintinnare i vetri delle finestre e gemere gl’infissi di tutti gli stabili esistenti in Convento. I monaci, svegliati di soprassalto ancora una volta, sentono distintamente anche il rumore che la pioggia di detriti provoca ricadendo sul tetto. Ormai la notte è andata e nessuno ha più voglia di dormire, meglio pregare aspettando il mattino quando Padre Francesco Mazza andrà a denunciare i fatti ai Carabinieri, i quali stabiliscono che l’ordigno, sicuramente una bomba a mano, è stato lanciato da un sentiero che corre all’altezza del tetto del convento, lungo il lato confinante con il torrente Isca vicino alle cucine, probabilmente perché questa è la parte meno sorvegliata e più tranquilla del grande edificio. Il Vice Brigadiere Alì ipotizza che chi ha lanciato l’ordigno intendeva farlo cadere sul tetto ma per ottenere questo risultato la forza del lancio sarebbe dovuta essere tale da consentire alla bomba di attraversare la gola dentro cui scorre il torrente. L’errore di calcolo ha fatto si, invece, che l’ordigno cadesse in mezzo alle sterpaglie ed esplodesse senza provocare danni. Esecutore dell’atto terroristico deve essere stato senz’altro lo sconosciuto sorpreso nel giardino poco prima dell’esplosione.
Sconosciuto, giura frate Armando. Nel suo rapporto, invece, il Maresciallo Nicola Gaetano scrive il nome del contadino Emilio Palermo che abita in una casetta, l’unica esistente nei paraggi, pochi metri sopra il convento. Ad aggravare la posizione di Palermo ci sono i precedenti di un suo fratello arrestato tempo prima proprio per un furto ai danni dei monaci e appena condannato a tre anni di reclusione.
I Carabinieri vanno a casa del contadino, eseguono una minuziosa perquisizione e rinvengono numerose cartucce da caccia, fiaschette di polvere, pallini e tutto il necessario per caricare le cartucce. Palermo viene quindi fermato e portato in caserma, ma qui si scopre che tutto quel materiale è legalmente detenuto visto che ha un regolare porto d’armi per la caccia e quindi subito rilasciato.
Nella notte tra l’11 e il 12 novembre si mette a piovere a dirotto e i monaci notano che lungo una delle pareti della Cappella dell’Immacolata scorre dell’acqua. Sicuramente qualche detrito scagliato sul tetto dalla esplosione ha rotto dei coppi e padre Francesco ordina agli operai che stanno lavorando al restauro del convento di andare a riparare la perdita.
A questo punto dobbiamo tornare indietro nel tempo, alla fine del mese di settembre del 1946. Qualcuno che conosce bene, molto molto bene, addirittura meglio dei monaci stessi, la planimetria del monastero, sale di notte con una scala di 4 metri sul tetto della Cappella dell’Immacolata, lo scoperchia, penetra nel sottotetto, vi introduce attrezzi da scavo e pratica, impiegando qualche giorno, un foro nel muro portante della cappella portando alla luce una intercapedine, sconosciuta a tutti, tra il muro portante della Cappella e quello del monastero, proprio sul lato dove ci sono i dormitori. Gli ignoti si calano all’interno dell’intercapedine, poi, percorrendo il camminamento che sta alla base, calcolano la distanza percorsa e, all’altezza della cella 17, si mettono a scavare un tunnel sotterraneo per oltrepassare il corridoio dei dormitori e penetrare così in quella cella. Il materiale di risulta lo portano indietro e lo distribuiscono sulla volta della cappella. È un’organizzazione perfetta. Almeno un paio di persone lavorano alacremente allo scavo, almeno una si incarica di portare indietro il materiale e un’altra persona tira su il secchio pieno e lo rimanda giù vuoto. Sono così organizzati che per giorni e giorni non escono da lì e qualcuno, di notte gli porta i viveri. Qualcuno di loro, per passare il tempo, si è portato dietro anche dei libri.
Quando, finalmente, pensano di essere sotto la cella 17 con estrema cautela aprono un foro nel pavimento e penetrano nella cella.
Ma perché proprio la cella 17? Cosa c’è di tanto interessante in un bugigattolo di un metro per due e alto meno di due metri? Semplice. La cassaforte con l’oro di San Francesco di Paola.
Infatti è proprio lì, murata. Non è proprio una cassaforte ma piuttosto una cassa di ferro molto spesso delle dimensioni di circa 40 centimetri per lato. Gli ignoti si mettono subito all’opera per sradicarla dal muro ma l’operazione è molto più difficile del previsto. Cercano di forzare l’antica e robusta serratura, ma anche questo tentativo va a vuoto. Non resta altro da fare che cercare di praticare un foro nello spesso metallo e cercare di tirar fuori quanta più roba possibile, però ci vuole tempo, molto tempo, per bucare il ferro con un vecchio trapano a mano e allora prendono delle precauzioni nel caso qualcuno si insospettisca e cerchi di entrare nella cella. Intanto prendono una vecchia cassa di legno addossata a una parete, la mettono dietro la porta e la riempiono con il materiale di risulta dello scavo, poi, non contenti, staccano i fili della lampadina elettrica, provocano il corto circuito che ha allarmato i monaci e, prima che l’impianto venga ripristinato, collegano i fili alla serratura in modo tale che chiunque metta la chiave nella toppa prenda la scossa e magari ci resti secco.
Il lavoro procede lentamente, buco dopo buco, finché non riescono a praticare un foro di circa tre centimetri di diametro nel quale inserire un pezzo di fil di ferro piegato ad uncino per pescare gli oggetti d’oro
– Non c’è niente qui dentro! – sussurra uno dei due ladri, soffocando sul nascere la bestemmia che vorrebbe uscirgli dalle labbra
– Non c’è niente? Sei impazzito? – gli risponde l’altro, incredulo – avvicina la lanterna e guarda bene nel buco…
– Ti dico che non c’è niente!
– Forse è un doppio fondo… vedi se il fil di ferro va liberamente verso l’alto…
– Credi che sia cretino? Se ti dico che non c’è niente, non c’è niente! Vieni a provare tu che sei più bravo e vediamo se peschi qualcosa!
Ma ogni tentativo è vano. La cassaforte è tristemente vuota!
– Deve essere qui! Questa è la stanza del tesoro, sicuramente l’oro è in un’altra cassa murata… fai luce alle pareti…
In effetti su una parete notano qualcosa di strano: una grata dipinta sul muro.
– È qui! Scaviamo in fretta… muoviamoci!
I due, a turno, scavano un buco profondo parecchi centimetri ma della cassaforte non c’è nemmeno l’ombra.
– Compà, andiamocene prima che sia troppo tardi… qui non c’è niente… mannaja!
Così, ripercorrendo il cammino a ritroso, tornano sopra la volta della cappella e, con gli altri scompaiono nel buio della notte.
Gli operai, saliti sul tetto e tolti alcuni coppi per penetrare all’interno, notano subito due funi, una delle quali legata e penzolante all’interno di un foro praticato nel muro. Uno di loro, un ragazzino abbastanza magro, si cala nel buco e percorre tutto il camminamento fino al tunnel scavato dai ladri e scopre che questo va a finire sotto al pavimento di una delle celle. Avvisano subito i monaci i quali stabiliscono che è proprio la numero 17. Vengono immediatamente avvisati i carabinieri che si precipitano sul posto e invitano il padre Superiore ad aprire la porta. Padre Francesco fa per mettere la chiave nella toppa ma ha una dolorosa sorpresa che lo fa urlare. Una tremenda scossa elettrica lo lascia quasi esanime a terra!
Staccata la corrente, i carabinieri cercano di aprire la porta ma questa è bloccata dall’interno per cui decidono di far calare di nuovo il ragazzino nel cunicolo e di fargli sbloccare la porta, operazione impossibile perché non riesce a spostare la cassa piena di calcinacci che i ladri hanno messo a protezione del buco. L’unico sistema rimasto a questo punto è quello di sfondare la porta con l’aiuto di un falegname. Quando, finalmente, i militari riescono a entrare, sono colti dal vomito provocato dai miasmi mefitici che provengono dagli escrementi umani sparsi sul pavimento.
Per terra, oltre agli escrementi, ci sono bucce di mandarini e carte unte dall’olio delle colazioni.
– A occhio e croce chi è stato qui dentro ci è rimasto almeno tre giorni – sentenzia il Vice Brigadiere Alì, che, dopo aver sbirciato all’interno della cassaforte, prosegue – e hanno portato via anche tutto quello che c’era qui dentro… un vero disastro!
– In verità nella cassaforte non c’era niente – lo tranquillizza padre Francesco – un vero miracolo invece! Pensate che solo qualche mese fa ho deciso di spostare tutto l’oro del Santo in un posto più sicuro!
– Meno male! Ma chi ha tentato di rubare al Santo deve pagare, statene certo! – è la solenne promessa del Carabiniere.
Tutto ciò che viene trovato nella cella (tranne gli escrementi) viene repertato e sequestrato. Viene ricopiata anche una specie di poesia scritta a stampatello su di una parete, che Alì attribuisce a uno dei ladri, che recita:
DI QUEL DI’ CHE ALLA CITTA’ TI INCONTRAI CARA BELTA’, TI RAMMENTI? IL CATTIVO COR MI PIEGO’
Il tutto è corredato dalla scritta 1868 e dalle iniziali S.T. ma la T potrebbe benissimo essere una Z, precisa Alì nel suo rapporto.
Nel sottotetto, invece, vengono repertati oggetti molto più interessanti: dei libri scolastici sui quali è scritto Luccherini Antonio da Napoli (un ex alunno del convitto diplomato nel 1945); uno spago di quelli che i monaci usano per tenere alzati i maniconi dei sai e che ha l’odore tipico dell’inchiostro tipografico, un ritaglio di carta con stampata la scritta CHARITAS e una copia della rivista “TEMPO”.
Chi può essere così pratico dei luoghi da aver potuto organizzare e mettere in opera il piano? Ovviamente Emilio Palermo il quale ha anche, oltre al proprio fratello, l’aggravante di un figlio magrissimo che avrebbe potuto benissimo passare nel tunnel e così i due vengono arrestati.
Ma fatti gli opportuni accertamenti, risulta che la carta usata per confezionare le colazioni e quella del ritaglio è dello stesso tipo di quella usata nella tipografia interna al convento e che i libri erano stati conservati nella stessa tipografia. Troppi indizi che vanno nella stessa direzione. Ad avvalorare ulteriormente la possibilità che ad essere coinvolto nel piano ci possa essere qualcuno interno al convento, c’è anche la circostanza che una delle due funi ritrovate è certamente uguale a quella usata in occasione della cerimonia di esposizione della lampada votiva.
A entrare nella lista dei sospetti, a questo punto, sono i due tipografi del convento: il ventiquattrenne Giuseppe Calabria e il diciassettenne Vittorio Zappa.
– Non vado al convento dal 31 ottobre – afferma Giuseppe Calabria davanti al Maresciallo che lo interroga – e so dove è il corridoio dei dormitori perché qualche volta sono andato a chiamare padre Romano, il responsabile della tipografia, ma non so in quale cella c’è la cassaforte col tesoro di San Francesco e giuro che non ho partecipato al furto! – poi il Maresciallo gli fa vedere i pezzi di carta repertati, lui li osserva con attenzione e poi continua  indicando i fogli nei quali erano avvolte le colazioni – questa non è mai stata adoperata in tipografia da quando ci lavoro io. Questo – dice indicando il cartoncino con la scritta CHARITAS – è una parte dei cartoncini di invito che abbiamo stampato in occasione della festa della lampada. Per quanto riguarda la chiave della tipografia, posso dire che, a fine giornata, la consegno al mio aiutante, Vittorio Zappa, il quale la consegna a fra’ Gaetano
Poi è la volta dell’altro tipografo, Vittorio Zappa.
– Manco dal convento dal quattro o cinque di novembre e conosco il corridoio dove dormono i frati, ma non so in quale cella è la cassaforte. – esordisce, poi riguardo ai fogli di carta, la sua affermazione fa sussultare il Maresciallo – Questi fogli sono uguali a quelli che usiamo in tipografia ma il cartoncino non l’ho mai visto. Per quanto riguarda le chiavi, sono io che la sera le consegno a fra’ Gaetano oppure a fra’ Armando, ma qualche volta è capitato che a consegnarle sia stato Giuseppe Calabria.
“Qui gatta ci cova”, pensa il Maresciallo. Come è possibile che gli unici due lavoranti della tipografia si contraddicano in modo così grossolano? È evidente che i due sono implicati nel furto, conclude il Maresciallo, e quindi vanno arrestati.
Ma c’è sempre il particolare della corda: chi, nel monastero, è adibito alla custodia delle corde? Frate Salvatore Furlano.
– Dopo la cerimonia della lampada affidai la corda perché la conservasse al giovane Dante Filippi, cosa che fece da solo. Ma, comunque, io non posso rispondere di eventuali sparizioni di materiali perché sono costretto dalle circostanze ad affidare la chiave del ripostiglio agli operai che hanno bisogno di materiale.
Ma la corda c’è o non c’è nel ripostiglio? Fatta la verifica, si stabilisce che manca, quindi è proprio quella usata dai ladri per calarsi nell’intercapedine.
Dante Filippi, venticinquenne paolano che lavora da factotum all’interno del convento (fa anche lavori da elettricista), da parte sua dichiara che dopo aver provveduto ad attaccare la fune con la lampada alla loggia esterna della Basilica, l’ha conservata accompagnato da frate Salvatore. Chi ha ragione? I Carabinieri sospettano anche del frate perché non sa fornire il numero esatto delle funi conservate nel ripostiglio. Inoltre è un esperto meccanico, figlio di meccanico, e avrebbe avuto libero accesso a tutti gli attrezzi occorrenti per portare a termine il colpo. Ma frate Salvatore viene scagionato dalle dichiarazioni di tutti i monaci, compreso egli stesso, che affermano di essere a conoscenza del fatto che il tesoro è stato spostato altrove e quindi non avrebbe avuto senso organizzare o partecipare al furto, sapendo che nella cassaforte non c’era niente. A questo punto restano a carico di Dante Filippi la contraddizione su chi ha conservato la corda e il fatto di essere in grado di svolgere lavori di elettricista e quindi di essere stato lui a collegare i fili della corrente alla serratura della cella 17, ma c’è anche un punto a suo favore: è l’unico ad avere affermato che la corda trovata nel sottotetto fa parte di un unico pezzo poi tagliato in due. Perché i monaci non hanno riferito questo particolare? È questa la domanda che si pongono il Pretore di Paola e il Maresciallo dei Carabinieri.
Ad aggravare la posizione dei tipografi, secondo gli inquirenti, arriva l’esito di una prova empirica fatta dal Vice Brigadiere Alì che si prende la briga di provare a far girare la serratura della cella 17 con tutte le altre chiavi esistenti nel convento e scopre che la chiave della stanza dove sono conservati i cliché della tipografia apre la serratura della cella 17!
Si scopre anche che il laccio usato per tenere sollevati i maniconi dei sai, rinvenuto nel sottotetto, apparteneva al novizio Francesco Bartuccio di Rende che lo lasciò in tipografia quando si spogliò della veste sacra. E si scopre anche che a murare la cassaforte fu frate Giovanni Laganà, attualmente nel convento di Pizzo Calabro, il quale eseguì personalmente il lavoro, aiutato da un paio di muratori. Interrogato, fra’ Giovanni conferma la circostanza, ma non ricorda i nomi dei suoi aiutanti. Inoltre, i Carabinieri sequestrano a Giuseppe Calabria una giacca sporca di fango, senza che questi riesca a spiegare come se la sia sporcata.
Il quadro ormai è delineato e il Maresciallo Nicola comunica le sue conclusioni al giudice: emerge chiaro che la circostanza della chiave, della fune, della giacca, della carta e del ritaglio, oltre a tutte le condizioni di tempo e di luogo di cui sopra, indicano come autori del tentato furto il Calabria e lo Zappa. I due Palermo, il primo per la sorveglianza esterna e per l’esplosione dell’ordigno ed il secondo per una parte più attiva nei lavori, risultano pure responsabili e perciò correi del delitto e la stessa responsabilità ricade sul Filippi Dante, che è più padrone di tutti dell’ambiente del Convento, elettricista e quindi tecnico ed in grado di collocare i fili alla serratura com’è stato fatto. Inoltre quest’ultimo è accusato chiaramente dalla contraddizione in cui è caduto asserendo di aver rinchiuso la fune nel ripostiglio alla presenza di fra’ Forlano, mentre in effetti eseguì da solo l’operazione.
Per tutti questi fatti, i cinque individui su menzionati, sono stati associati nelle locali carceri e messi a disposizione del signor Pretore del mandamento per i reati ad essi ascritti.
I padri del Convento sono tutti fuori sospetto perché possiedono l’alibi di essere già a conoscenza che il tesoro non trovavasi più nella stanza N. 17.
Il Pretore, a sua volta, invia gli atti al Pubblico Ministero per la richiesta di rinvio a giudizio ma questi conclude che
Dalla compiuta istruttoria non sono emersi elementi di colpevolezza a carico degli imputati, i quali vennero arrestati per semplici sospetti.
Frate Armando ha negato di avere riconosciuto in Palermo Emilio la persona che quella sera egli vide sotto gli archi del portico antistante il convento. Anzi ha aggiunto di non essere stato interrogato in proposito dai carabinieri e quindi di non aver potuto fare quel nome. Il maresciallo, interrogato, ha creduto opportuno dichiarare che il nome di Palermo Emilio era stato fatto dal frate al brig. Alì. Poiché nessun altro elemento è emerso a carico degl’imputati, oltre questo indizio, che è smentito, o meglio non confermato dagli stessi verbalizzanti, occorre dichiarare non doversi procedere nei confronti di tutti gli imputati per non aver commesso il fatto.
Il 18 marzo 1947, il Giudice Istruttore Raffaele Giannuzzi emette la sentenza nei confronti degli imputati:
su conforme richiesta del P.M. dichiara non doversi procedere nei confronti di Calabria Giuseppe, Zappa Vittorio, Filippi Dante, Palermo Emilio e Palermo Pasquale per non avere commesso il fatto loro ascritto in rubrica.
In fondo l’oro è salvo e nessuno si è fatto male, solo questo conta.[1]

 

I CAMINANTI-Quando gli zingari rubavano galline

[1] ASCS, Processi Penali definiti in istruttoria.

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