CIARDULLO, IL PRETE E LA RAGAZZA STUPRATA

– Bernardì, vai a portare queste dieci lire a Rosaria e le dici che il mio debito è saldato – ordina Giovannina Martire alla primogenita Bernardina Marano di 16 anni. Siamo a Perito, frazione di Pedace ed è da poco passata l’ora di pranzo di un imprecisato giorno dei primi di marzo 1916.
Bernardina non deve fare che pochi passi per svolgere il compito che la mamma le ha assegnato, infatti la sessantenne Rosaria Greco fa la domestica in casa del geometra Francesco De Marco, la cui casa è adiacente alla sua. La ragazza la chiama un paio di volte dalla strada ma Rosaria non risponde. Ad affacciarsi a un balcone, invece, è don Michele Gregoraci, quarantenne parroco della piccola comunità.
Don Michele è di Davoli, in provincia di Catanzaro, ed è a Perito da qualche anno. In verità non ha mai abitato in paese, preferendo risiedere in città ma dietro le insistenze dell’ormai defunto Arcivescovo Sorgenti acconsentì ad essere ospitato, ogni volta che ne avesse avuto bisogno, in casa del geometra De Marco. Questi, avendoci a che fare molto spesso al di fuori della chiesa, ne comincia ad apprezzare i pregi e i difetti e da buon amico lo mette in guardia dalle conseguenze che potrebbero derivargli dal malvezzo di immischiarsi in ogni faccenduola ed in ogni pettegolezzo di altri e di volersi ingerire in ogni cosa del paese che non lo riguardasse né punto, né poco, sia come persona, sia per la veste di parroco. Ma don Michele sembra non voler seguire i consigli dell’amico e così entra in forte contrasto con una discreta fetta di paesani, capeggiati da un nipote di Francesco De Marco, l’avvocato Michele De Marco che oltre ad occuparsi di Legge si occupa anche di poesia con maggior successo, sotto lo pseudonimo di Ciardullo. Tra i due volano querele e controquerele, sia per fatti personali che per questioni di lotta politica. Si combattono e si offendono anche sulle pagine di giornali locali: LA PAROLA REPUBBLICANA per Ciardullo, L’UNIONE per don Michele.
PER LA SCUOLA DI PERITO
Lettera aperta all’on. Dep. Scol. Di Cosenza
Le SS.LL. sanno dei vani tentativi fatti dal prete Gregoraci per istituire una scuola paterna, nella minuscola frazione di Perito, ove egli imperversa da qualche anno. Sanno altresì che, egli, non avendo ottenuto la supplenza in quella scuola di Stato è riuscito a farla disertare dagli scolari, incitando palesemente, anche dal pulpito, all’inosservanza delle leggi scolastiche e delle disposizioni dell’autorità municipale.
Conoscono ancora quale sia il vero scopo della guerra che don Gregoraci, profittando dell’incoscienza e dell’ignoranza delle femminucce e dei pochi uomini della frazione, fa al maestro Minervini, che ha la ventura di non essere cattolico romano, ma protestante.
L’ispettore Costa avrà certamente informato l’on. Deputazione che in Perito non si muove foglia che don Gregoraci non voglia e che quindi il responsabile unico di quanto accade colà è lui. Tutto ciò è ormai notorio a tutti e non può essere messo in dubbio.
Quel che succede ai danni della scuola pubblica di Perito potrebbe ripetersi in tutti gli altri luoghi ove domina il prete e segnare l’inizio di una nuova lotta assai più vasta, se don Gregoraci uscisse vittorioso da quella che ha ingaggiato nella sua frazione.
Ed è nell’interesse supremo della scuola che occorre ristabilire in Perito l’imperio della legge, finora manomessa, per il che non vi è altra via che ricorrere all’art. 183 del codice penale[1]; ogni altro rimedio sarebbe perfettamente inefficace.
Con profonda osservanza
Pedace, li 25 febbraio 1912.
Dev. Un amante della Scuola
Così si firma Ciardullo e la durissima risposta di don Michele si fa attendere qualche mese.
Da Pedace
X.X.) – Mettiamo X e doppia X, ma noi ci conosciamo alle calze (violacee quelle di don Gregoraci; incolori quelle dell’avvocato valoroso, dalle arringhe poderose). L’aver compatito ed aver corrisposto sempre con nuovi benefici agl’insulti di questo incosciente avvocatuccio è potuto sembrare debolezza, mentre era dignità.
Che cosa ha detto l’avvocato a Spezzano? Non si conoscevano i colpevoli ed il parroco Gregoraci stesso ha dovuto dichiarare di non conoscere alcuno degli imputati: il reato esisteva, ma non si conoscevano i colpevoli: ecco l’assoluzione per non provata reità, ed il Governo ci ha rimesso le spese. Qualunque farabutto sarebbe rimasto confuso alla somma di bontà del parroco Gregoraci, ma non il De Marco. Ed ecco che ora mi son deciso a parlar chiaro. Sono proprio io, Don Michelino Gregoraci, io che, a viso aperto, e con tanto di firma, non con pseudonimi, come fate voi sig. avvocatuccio! Io che vi dico: avvocatuccio De Marco, avete perduto il senso morale: il parroco Valente ed io vi abbiamo sempre soccorso, noi siamo dei vostri benefattori: lo dicano il Direttore della Banca cattolica, gli uscieri, il popolo di Perito: lo dica lo stesso vostro zio dal quale avete avuto sempre la testa lavata. E voi avete risposto sempre con ingratitudini, con insulti. Vedete buccie vostre, che ne avete pur troppe, e delle… grosse.. pensate che per bisogni urgenti il parroco Valente nel 1908 v’ha avallato una cambiale che ancora non avete scontata e per la quale il povero collega si è visti gli uscieri più volte a casa; e voi avete l’audacia d’insultarlo. I benefici che avete avuti da me non ve li enumero: perito parli! Sono continuamente richiamato, perché sempre vi benefico.
Se volete enunciati i miei beneficii, ditemelo sul lurido foglio vostro, e vi servirò.
Pensate che il padrone di casa vostra reclama la pigione; siete padrone di affermare quel che vi pare, ma senza girarla ad altri.
Pensate che ieri l’usciere è venuto a sequestrarvi i mobili, e voi avete dichiarato subito che eran di vostro padre.
Per un avvocato valoroso dalle arringhe poderose non c’è male!
Voi con frasi ambigue nei discorsi e nelle arringhe poderose di Spezzano avete insinuato che il vostro intimo amico Raffaele Marano, che tanti conti ha saldato e ha da saldare col codice penale, mi ha attentato perché uscivo dalla casa d’una donna: io vi dico che il pretesto è stato l’aver asperso, d’acqua santa esternamente, per domanda della nonna, la casa a Pasqua.
In paese si dice che sia stato mandato. Da chi?… Non lo so!…
Ebbene, io vi concedo ampia facoltà dio prova. Miei testimoni? Tutta Perito: ora presentate i vostri. Ecco perché a Spezzano ho ricevuto quell’insulto: perché si insinua sulla mia onorabilità: e questo è da farabutti, da mascalzoni.
Questo per ora. Ricordatelo che vi ho tollerato per circa un anno e mezzo; ma ora la misura è colma. La mia non era paura, ma compatimento per un incosciente. 
Parr. M. Gregoraci.
9 luglio 1912
E tra un articolo e una querela gli anni passano e torniamo di nuovo a un giorno imprecisato del marzo 1916 quando don Michele si affaccia al balcone di casa De Marco per rispondere a Bernardina
– Che vuoi da Rosaria?
– Devo darle un’imbasciata per conto di mamma… ma c’è a casa? non risponde…
– Si, c’è, è dall’altra parte e non sente… ti apro, Sali e richiudi il portone – don Michele tira la corda che sblocca il maschio della porta e Bernardina sale le scale dopo aver richiuso dietro di sé l’uscio.
In cima alle scale c’è don Michele. Guarda la ragazzina salire le scale e quella prospettiva sarebbe davvero eccitante se non fosse un uomo di Chiesa. Il seno ormai sviluppato di Bernardina balla sotto la camiciola e lo sguardo del prete si fa d’improvviso torbido. Non appena la ragazzina arriva sul pianerottolo, approfittando della grande familiarità che ha con la sua famiglia e, soprattutto della grande fiducia che Bernardina ripone in lui, la invita a seguirlo nella camera che il geometra De Marco gli ha concesso. La ragazza conosce bene quella casa e sa che proprio da quella stanza si accede al retro del fabbricato e lo segue docilmente. Don Michele la fa passare avanti e richiude dietro di sé la porta. La afferra per un braccio e la accompagna verso il letto. Bernardina è confusa, non riesce a capire perché il prete la stia tirando verso il letto. Lo capisce subito dopo quando, afferratala per entrambe le braccia, la spinge sul materasso e le tiene una mano stretta sulla gola, mentre con l’altra prima le alza la gonnella e poi le accarezza le cosce sode. Lei rimane ferma, incapace di fare qualsiasi movimento nonostante il prete, per alzarsi la tonaca e denudarsi, adesso non la stia nemmeno toccando. Si, potrebbe gridare, chiedere aiuto, in fondo sua madre è proprio dall’altra parte della parete che divide i due fabbricati, ma la sorpresa, l’ascendente che don Michele esercita su di lei come su quasi tutti gli altri parrocchiani, il suo atteggiamento deciso, la paura che qualcuno potrebbe dire che è lei che ha provocato il sant’uomo, che lei è il serpente tentatore e mille altri pensieri che in quei pochi secondi le passano per la mente, la fanno restare lì ferma e muta, in attesa che tutto si compia.
Don Michele le abbassa le mutande con una mano, mentre con l’altra si tiene su la tonaca, poi si fa largo aprendo le gambe di Bernardina con le sue ginocchia e trova la strada. Adesso Bernardina emette un urlo di dolore e il prete le tappa la bocca
– Stai zitta, non è niente – le sussurra con voce roca, continuando ad andare avanti e indietro con ritmo regolare fino alla fine. Poi si rialza e si ricompone. Bernardina resta dov’è per qualche, interminabile, secondo sentendo qualcosa di caldo che le scorre fra le gambe. Quando si rialza nota la macchia rossa sulla sottana e alza gli occhi, come inebetita, verso il prete, il quale continua a parlarle – non è niente, ti passerà subito e… mi raccomando, non fare parola con nessuno di quello che abbiamo fatto
– Ma… – cerca di replicare Bernardina. Don Michele le mette l’indice sulla bocca e la fa tacere
– Silenzio, mi raccomando…
La ragazza, intimorita e confusa resta zitta e non dice a nessuno di ciò che le è capitato. Poi, dopo poco più di un mese, mentre sta andando alla fontana a prendere l’acqua, viene avvicinata da una paesana, Assuntina Morrone la quale senza preamboli le chiede
– Bernardì, ti sono venute le cose?
– No! – risponde contrariata perché capisce che quella donna conosce il suo segreto
Bada a non dire mai ch’è stato il Parroco perché sarebbero capaci i tuoi di uccidere te e lui, trattandosi in specie di una persona che non potrai mai sposare, ma potrai dire ch’è stato uno sconosciuto che ti colse alla sprovvista alle “Castagne”
Anche questa volta Bernardina sta zitta, decisa a seguire il consiglio di Assuntina. Ma don Michele deve essere alquanto preoccupato perché, dopo un altro mese, fa avvicinare la ragazza da un’altra donna, Maddalena Venneri, mentre sta lavando i panni alla vasca pubblica
– Ti sono venute?
– No, non ce l’ho da marzo – le risponde Bernardina, consapevole che anche quest’altra sa di lei e del prete
– Uhm… allora prendi queste cinque ostie, una ogni mezz’ora – le ordina porgendole delle bustine che contengono una polverina color tabacco – ci vediamo tra due giorni – termina, facendo il segno di mantenere il più assoluto silenzio.
Passati i due giorni, Maddalena la manda a chiamare, la fa andare a casa sua e le propina una purga di sali inglesi.
– Adesso dovresti avere dei forti dolori ed espellere del sangue. Fai attenzione che nel sangue ci sarà una specie di grumo, lo raccogli, lo metti in una pezza e vieni a chiamarmi che a buttarlo nel cimitero ci penseremo io e Assuntina…
Ma passano due giorni e la cura abortiva non produce gli effetti sperati. Don Michele, avvisato dalle due donne nella sua casa di Cosenza, manda loro, tramite un ignaro paesano, un pacchetto contenente una bottiglietta con dentro una specie di sciroppo. Le due tentano inutilmente di farlo bere a Bernardina
– È troppo amaro! Meglio la vergogna, meglio anche la morte! – protesta andandosene per finire di trasportare letame dal basso di casa sua fino all’orto.
– Sei una pazza! Vedi che così svergogni il parroco e saranno guai seri per tutti!
E ora? Che fare? Che succederà? Per qualche mese non succederà niente, ma quando la pancia di Bernardina è troppo grossa per poterla continuare a nascondere, racconta la storiella dello sconosciuto ma la madre non le crede e lei finalmente le confessa la verità. Al padre non dicono niente per timore dei guai che potrebbe combinare, tanto tra poco sarà sicuramente richiamato alle armi per andare al fronte. Altri paesani della sua classe stanno già partendo e quando non ci sarà, agiranno per come meglio potranno.
Ma nel paese si comincia a chiacchierare sul conto di don Michele e qualche voce arriva all’orecchio di Domenico Marano, il padre di Bernardina, voci che parlano di una tresca tra sua moglie, la figlia e il prete, che la figlia è incinta e che il padre non è né il fidanzato, né il prete ma Domenico stesso! Chiede spiegazioni e le donne gli giurano che è tutto falso, tranne che il prete ha violentato Bernardina e che, come può vedere, è incita grossa.
È furioso. Una mattina, senza dire niente a nessuno, prende il treno e va a Cosenza. Si mette a passeggiare su Corso Telesio, nelle vicinanze della casa di don Michele. “Vuole andare alla Curia? Da qui deve passare!” continua a ripetersi. Poi ecco che lo vede; gli si avvicina e gli sguardi dei due uomini si incrociano. Il volto di Domenico diventa paonazzo, quello del prete si fa bianco come un lenzuolo. Partono, violenti, un paio di schiaffi che raggiungono don Michele in piena faccia e lo fanno cadere a terra. lo morde. Per sua fortuna ci sono molte persone attorno e non succede nient’altro
– Non farti più vedere a Perito o sei un uomo morto! – è la terribile minaccia che Marano lancia al prete, il quale denuncia il suo aggressore. E chi è l’avvocato di Domenico Marano? Ovviamente Michele De Marco, in arte Ciardullo, e altrettanto ovviamente riparte più violenta che mai la disputa tra De Marco e don Michele.
Questo fatto fa aggravare notevolmente il problema con Bernardina e don Michele si fa prudente: non va più a dire messa nella parrocchia di Perito.
Domenico parte per il fronte mentre Bernardina e la madre vanno dai Carabinieri di Pedace a sporgere querela e lo scandalo scoppia. Don Michele si difende come un leone protestandosi innocente e vittima delle macchinazioni politiche dell’avvocato Michele De Marco il quale, manco a farlo apposta, si incarica di difendere Bernardina e la madre dalla controquerela sporta dal prete. Gli amici comuni intervengono per trovare un accordo tra le parti ma inutilmente. Viene investito della faccenda anche il Vescovo che, incontrata la madre di Bernardina, dice di non volersi immischiare nella faccenda.
Intanto, ai primi del nuovo anno 1917, nasce il bambino di Bernardina e i Carabinieri, proprio in quei giorni, trovano i riscontri al racconto della ragazza: ci sono dei testimoni che giurano di aver ricevuto dalle mani di don Michele delle buste e un pacchetto da consegnare ad Assuntina e Maddalena. Le cose si complicano maledettamente e il prete scrive esposti a destra e a manca per difendersi, ma anche la devozione della maggioranza dei suoi parrocchiani sta cominciando a scricchiolare. Arriva anche una lunga lettera anonima (ma non troppo) che ricostruisce la storia delle medicine abortive in modo diametralmente opposto a quanto ormai accertato, dando la responsabilità di tutto alla madre che si sarebbe rivolta a uno pseudo veggente cieco, conosciuto col nome di Peppinu ‘u cecatu, per avere quegli intrugli, ma nessuno è disposto a dare credito a questa versione.
Domenico, al fronte viene avvisato del guaio ed è furibondo, ritenendo adesso vera la storia che moglie e figlia se la facciano col prete. Partono, così, lettere di fuoco indirizzate alla moglie
Carissima ruffiana
Sento quanto mi diti voi non mi collati piu ame che se perlavergine maria e lo riavolo mia iuta ti devo fare fare la molte a te e a quella putana della tua figlia, la molte de porco che la mia rovina sei stata tuni voi lo sapevati delli mesi di giugno questa mia rovina e voi la veti covata che sapevati che io doveva divenire soldato e voi a ve gorere con lo prete; tia dispiaciuto di mi lo dire ame di quello tenpo e mo che ti a dispiaciuto la molte sua poi ti faccio fare la molte a te e a tua figlia pezzo di pottane che sei tu e la tua figlia che mia veti rovinato di moneta e de salute ma non dibitati che se lo riavolo mi fari venire a perito ti fazzo pagare tutti li soldi che speso per cappare la
tua figlia e per lo tuo gennero prete pottana che mai rovinato per questo voi non voleti che io venissi piu a casa che voi sapeti le voste broglie, doveva partere e miaveti pieno di pastocie che facie tuni e mo voleti consigli di me io non ni voglio sapere anieti afatto io non sono statto patrone primo e non ni voglio sapere mo chine sono statti li tuoi consiglieri, moni la gente tue tanno poltato voce mie. Voi pregati che io stassi senpre qui como gia stati preganno ma se per la vergine macolata ciarivo mi fazzo pagare tutti li soldi che aviti caciato alli miei figli, mille pago di curtelate mannaia lo corposdomine io mi lavo solo e voi miaveti rovinato per sarvare lo vosto namorato. Subito che ricevi questa speritemi lire 50 cinquanta ana lettera assicorata e fati subito che io mi devo fare li servizi solo e voi mi dati li centinara pe conbegliare li corna che tieni. Subito voglio moneta e di altri affari vila vedeti voi io non ni voglio sapere; solo io so che sono cornuto per amore dello mese di giugno che voi lo sapeti ame mi tenìe per tuo servo senza mi dire nienti per questo io non ni voglio sapere nulla voi avete rigiratola mia casa per mi fare trovare ruvinato. Mo ti la pensi sola como deve fare di me voi capilli, voi aveti lo torto e di me voi li capilli. Lo vostro prete vi consiglia a voi e alla pottana della tua figlia ame non mi contari nienti. La moneta la sperisci a questa direzione
274° battaglione M.T. 1^ Conpagnia Ancona
Altre lettere sono dello stesso tenore con l’aggiunta di epiteti diversi e la promessa che, anche se scampasse alle pallottole nemiche, non tornerà più a casa.
Bernardina e la madre sono in un vicolo cieco. Che fare per uscire da questo pasticcio? È evidente che a Domenico la querela non basta e la minaccia di ucciderle tutte e due, affievolita dalla promessa di non tornare più in paese, incombe su di loro. Mo ti la pensi sola como deve fare.  È questa la frase che tormenta le due donne.
– L’unica cosa è ammazzarlo, solo così papà capirà che non è vero quello che pensa – Bernardina si mostra la più decisa delle due
– Hai ragione, hai ragione… – concorda la madre – ma come possiamo ammazzarlo se non viene più qui?
– Andiamo noi a Cosenza…
– Ma se non sappiamo nemmeno dove abita!
– Intanto siamo d’accordo che il porco deve morire, con calma ci organizziamo…
La mattina del 2 giugno 1917, un peritese mandato apposta a Cosenza, consegna a don Michele una lettera della famiglia Ponte nella quale lo si avvisa dell’avvenuto decesso di donna Filomena, una delle sue più devote e generose parrocchiane
– Riferisci che dopodomani verrò a Perito per dire la messa funebre.
L’uomo torna in paese e riferisce la risposta
– Corri di nuovo a Cosenza e digli che, per l’amor di Dio, non venisse perché è troppo pericoloso e proprio per questo motivo abbiamo già incaricato don Liborio Valente per dire la messa.
Il messaggero esegue l’ordine ma rimane sbigottito quando don Michele gli affida il nuovo messaggio di risposta
– Stiano tranquilli, ho chiamato per telefono il Maresciallo e mi ha assicurato che domani mattina alle dieci sarà alla stazione di Perito con due militari per scortarmi. Incontrerò i signori Ponte in chiesa.
Alle 10,00 esatte del quattro giugno 1917, il treno proveniente da Cosenza si ferma sbuffando sul primo binario della stazione di Perito. Come promesso, il Maresciallo Domenico Tatalo e due carabinieri sono fermi sul marciapiedi. Don Michele scende per primo, seguito da altre sei o sette viaggiatori. Per salire dalla stazione a Perito si possono scegliere due percorsi: o la tortuosa rotabile o una ripida scorciatoia che taglia i tornanti della rotabile stessa. Don Michele e la sua scorta scelgono la via più comoda e chiacchierano amabilmente durante i 10-15 minuti che ci vogliono per coprire la distanza. I due carabinieri camminano davanti, il Maresciallo e il prete dietro. Alle prime
case del paese incontrano Raffaele Bruni, gestore della rivendita di generi di monopolio, che si mette a camminare a fianco del prete, parlandogli di cose private. Il Maresciallo Tatalo li lascia soli e raggiunge gli altri due militari. Arrivano al cosiddetto Largo Amorello, la piazzetta del paese, e si fermano un attimo. Bruni, con la coda dell’occhio, nota un gruppo di donne che confabula nel vicoletto che gli sta di lato, poi una di queste si stacca dalle altre e si dirige verso la piazzetta.
È un attimo. Una furia scatenata si abbatte sulle spalle di don Michele. Una lama lunga 24 centimetri lo colpisce al collo e poi di striscio alla testa. I carabinieri, sorpresi, restano per qualche secondo incerti, poi si lanciano sulla donna e la bloccano
Lassatimi, lassatimi… facitimi ammazzare ‘u puarcu e pue mi portati addue voliti! – urla Bernardina stretta nella morsa dei due carabinieri.
Tatalo si lancia in soccorso del prete il quale, urlando di dolore, scappa dirigendosi verso la scorciatoia che porta alla stazione e scompare alla vista del Maresciallo. Ma don Michele, sanguinante, non fa che qualche decina di metri quando da un altro vicoletto gli si parano davanti, circondandolo, la madre di Bernardina armata di coltello, la nonna a mani nude e una zia con dei sassi. Sono botte da orbi e coltellate alla cieca quelle che prende il prete, poi, quando cade a terra bocconi, la madre di Bernardina cerca di colpirlo col coltello ai genitali e in effetti lo colpisce un paio di volte ma solo di striscio. Poi gliene tira un’altra molto più violenta ma invece di colpire i genitali, la lama penetra nell’ano perforandogli il retto e delle sacche emorroidarie, provocandogli una forte emorragia.
Mentre la donna sta per dargli il colpo di grazia, il Maresciallo Tatalo e un carabiniere, finalmente arrivati, l’afferrano saldamente dalle braccia e la disarmano
Lassatimi, lassatimi… facitimi ammazzare ‘u puarcu e pue mi portati addue voliti! – urla anche lei.
Don Michele viene portato in una casa vicina per i primi soccorsi e non trova niente di meglio da fare che accusare l’avvocato De Marco di essere il mandante dell’aggressione. Poi lo portano all’ospedale ma la forte emorragia e l’infezione che deriva dalla ferita al retto lo portano, due giorni dopo, alla morte.
Per gli inquirenti, il fatto che Bernardina ammetta di avere, per l’occasione, acquistato il coltellaccio, uno di quelli che servono a scannare i maiali, e la coordinazione tra la sua aggressione e quella delle sue congiunte, significa
che si tratta di omicidio premeditato, il cui mandante sarebbe il padre, che nelle sue lettere sequestrate fa esplicito riferimento alla morte del porco e Bernardina così lo avrebbe ucciso se ne avesse avuto il tempo.
Le donne sono, ovviamente, difese dall’avvocato De Marco e dagli avvocati Tommaso Corigliano e Pietro Mancini i quali, durante il processo riescono a convincere la giuria che Bernardina e le altre hanno ucciso per onore perché è risultato incontrovertibilmente accertato attraverso numerose testimonianze che la ragazza e la madre non avevano nessun motivo di accusare falsamente don Michele, il quale di conseguenza ha davvero stuprato la ragazza, lasciandola incinta. Tutte e quattro vengono assolte. È il 14 giugno 1919.[2]

[1] Il Codice Penale Zanardelli , vigente allepoca dei fatti narrati, proprio perché caratterizzato da una sostanziale laicità, accanto alla tutela dei culti religiosi e dei ministri di culto, prevede anche la punibilità degli abusi commessi dai ministri di culto in tre articoli 182-183-184 che costituiscono il Capo V “Degli abusi dei ministri dei culti nell’esercizio delle proprie funzioni” NdA
[2] ASCS, Processi Penali.

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