LA SFREGIATA DI ROSE

Il clacson
della Balilla nera suona incessantemente mentre percorre le vie cittadine. Dal
finestrino del passeggero sventola un fazzoletto bianco per segnalare che si
tratta di un’emergenza medica. L’autista, davanti alla porta del Pronto Soccorso,
per poco non investe un portantino uscito per vedere cosa sta succedendo.
Dallo
sportello posteriore destro esce urlando una ragazza che tiene premuto un
asciugamano sul viso ma il sangue di cui è intriso gocciola copiosamente a
terra.
Dopo di lei
scende una donna corpulenta che urla come un’ossessa mentre si prende a
schiaffi il viso:
– Me l’ha
rovinata questa bella figlia! Me l’ha rovinata per sempre!
Il portantino
prende la ragazza per un braccio e la trascina dentro mentre, urlando, chiama i
medici.
Si, Gemma, vent’anni
di Rose, è proprio conciata male. Sotto la lampada chirurgica i medici vedono
tre lunghe e profonde ferite da taglio sul viso e numerose ferite più leggere
sulle braccia e sulle mani e faticano non poco a ricucirla alla buona. Siamo
nel 1949 e non si va tanto per il sottile.
Nonostante
sia debolissima per il sangue perso, sfinita per la brutta esperienza e quasi
impossibilitata a parlare per via delle decine di punti di sutura che le hanno
messo in faccia, riesce a rispondere alle domande del sottufficiale di Pubblica
Sicurezza, Nicola Mercuri, raccontandogli una storia di cieca violenza:
– Sono, da
circa tre anni, l’amante di un certo Pietro, mio compaesano. Lui è sposato e ha
pure dei figli. Tre mesi fa… si, più o meno… – racconta mentre conta
impercettibilmente con le dita fasciate – mi aveva tagliato la faccia, non come
adesso però… leggero leggero… altre volte mi ha dato calci e pugni ma io mi ero
seccata e l’ho cacciato perché non volevo più saperne niente. L’avevo pure
querelato ma poi ho avuto pietà per quei poveri bambini e l’ho ritirata. Oggi
pomeriggio si è presentato a casa mia, ma siccome non volevo aprirgli, si è
messo a battere sulla porta dicendomene di tutti i colori. Io niente. Non gli
ho manco risposto. Lui era sempre più infuriato e alla fine è riuscito a
sfondare la porta e quando l’ho visto con in mano un coltello a scatto sono
morta dalla paura. Con me c’erano mia sorella, che gli si è lanciata contro, e
una conoscente. In quei pochi attimi io ho avuto il tempo di saltare dalla
finestra… tre metri, brigadiè… tre metri… e poi sono entrata nella casa della
mia vicina che era aperta. Pietro, però, ha buttato a terra mia sorella ed è
saltato pure lui e mi ha raggiunta prima che io riuscissi a chiudere la porta
col maschio, ha sfondato pure questa con una spallata e mi ha buttato a terra. Questa
volta, però, aveva il coltello in una mano e un rasoio nell’altra… e poi… non
so quante volte mi ha colpita… io ho cercato di ripararmi la faccia ma lui
colpiva… colpiva… poi meno male che è arrivata mia sorella con un’ascia… l’ho
sentita gridare… lui forse ha avuto paura ed è scappato, se no mi ammazzava di
sicuro – termina singhiozzando tra i lamenti.
Mentre Gemma
racconta la sua disavventura si presenta al Pronto Soccorso anche Pietro con
delle piccole ferite ed escoriazioni. Lo medicano, lo arrestano e lo portano in
carcere.
I Carabinieri
di Rose, ai quali la Questura
invia il rapporto, vogliono vederci chiaro. Sanno delle violenze passate, ma
ritengono che Gemma da un po’ di tempo si prostituisca. Di certo la vicina di
casa presente all’aggressione è una prostituta conclamata. E che ci faceva in
casa di Gemma una prostituta?
A mezze
parole scoprono che la donna era andata a casa della ragazza per convincerla a
incontrare l’amante, o meglio lo sfruttatore, per ricomporre la questione.
Ora sembra
essere tutto più chiaro: Pietro, tendenzialmente violento, sanguinario e
allergico al lavoro, vive sfruttando Gemma e non può permettersi di perdere la
fonte del suo guadagno. Ecco il movente.
Ma Pietro ha
perso la testa o ha premeditato tutto? Gemma è stata ferita con un rasoio e un
coltello o solo col coltello come sostiene l’imputato? È a queste domande che
adesso il maresciallo Carlo Curatola deve rispondere. E non ci mette molto a
trovare la soluzione.
Da una
confidenza ricevuta, il maresciallo sa che il 14 novembre 1949, il giorno
precedente il delitto, Pietro è stato nella bottega di mastro Giuseppe, il
quale nello stesso locale esercita i mestieri di sarto e di barbiere, a
riprendere il rasoio che era solito lasciare lì per farsi fare la barba dicendo
che doveva farlo affilare. E a questa confidenza il maresciallo trova anche un
riscontro decisivo: un pezzo di manico di quel rasoio sporco di sangue, vicino
alla porta di ingresso della casa dove è avvenuta l’aggressione. Adesso è
chiaro che, avendo ripreso il rasoio dalla bottega del barbiere il giorno
prima, l’aggressione è stata premeditata.
Ma è dentro
il carcere che viene fuori del tutto la personalità di Pietro. Il 25 luglio
1950, all’improvviso, sferra un pugno a una finestra, ne rompe il vetro,
raccatta da terra un pezzo e con questo si infligge numerose ferite alle
braccia, minacciando anche gli altri detenuti che vogliono fermarlo. Una volta
portato in infermeria tenta di aggredire un infermiere urlando come un animale.
Da adesso in
poi è un crescendo. Non passa giorno che non aggredisca qualcuno o che non
compia atti di autolesionismo. Le sue condizioni psicologiche si fanno sempre
più serie e il direttore del carcere si vede costretto a farlo stare in cella
con la camicia di forza ventiquattro ore su ventiquattro e quando, con forza
sovrumana, riesce a togliersela di dosso, lo fa legare al letto di contenzione.
Ma ormai tutti si vogliono sbarazzare di lui e, il 31 agosto, ne viene disposto
il ricovero nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto dove
continuerà il suo calvario per molti anni.
Gemma non si
guarderà mai più allo specchio. [1]

[1] ASCS, Processi Penali

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