L’UOMO CHE NON CAPIVA TROPPO

– Buongiorno collega, chiamo dalla stazione di Cosenza per avvertirvi che poco fa è stato ricoverato in ospedale tale Pecora Rosario, abitante in Bosco di Rovito, con ferite da arma da fuoco alla testa – a parlare al telefono con il maresciallo Iconio Mobrici, comandante della stazione dei carabinieri di Celico è il comandante della stazione di Cosenza. È il 24 luglio 1940 ed è mezzogiorno – collega, lascia tutto e comincia subito le indagini, pare che il feritore si sia dato alla macchia.
Il maresciallo Mobrici, pensieroso, torna a sedersi davanti al piatto con un mezzo pollo alla don Jacintu e continua ad assaporare la tenera carne bianca, poi tira una bestemmia, si alza, chiama i militari presenti in caserma e, date le disposizioni a chi resta, prende la littorina delle 13,30 per Cosenza e dopo una mezzoretta si fa lasciare al casello di Bosco.  Quasi contemporaneamente a lui arrivano anche i due carabinieri del posto fisso di Rovito e i tre cominciano le indagini.
Pasquale Fortino abita a Bosco di Rovito, ha ventotto anni e fa il militare nella 7^ Compagnia Sanità a Firenze. In paese è tornato da pochi giorni con una licenza di convalescenza di un anno per aver contratto la tubercolosi, che gli ha compromesso anche un rene. Quando arriva a casa i genitori notano subito che non è lo stesso figlio che era partito qualche mese prima, richiamato alle armi ai primi echi della guerra che si sta già orrendamente combattendo in Europa. Non più ubbidiente, servizievole e gran lavoratore, ma taciturno, scontroso, a volte violento al punto da minacciare di morte tutti i suoi familiari. Pasquale giustifica il suo comportamento dicendo ai genitori che durante il viaggio ha perso o gli hanno rubato il portafogli con la licenza e le uniche 10 lire che possedeva e che temeva di essere arrestato per il fatto di non poter dimostrare la sua presenza in paese perché non aveva più la licenza. Fa anche richieste strane come quella di voler mangiare carne di manzo in una famiglia nella quale a stento si mangia e la madre ha un bel da fare a fargli mettere sotto i denti quel poco che c’è.
La mattina del 20 luglio 1940, verso le 7,00, Pasquale si arma di una scure con l’intento di minacciare sua sorella, ma la madre si accorge di tutto e chiede aiuto a un vicino di casa, Giuseppe Gerbasi, per disarmarlo. Gerbasi riesce ad afferrarlo da dietro per le braccia ma non può togliergli la scure dalle mani e per riuscirci si butta insieme a Pasquale su un letto. I due sbuffano come tori poi, per fortuna, richiamato dalle grida di aiuto, accorre anche Rosario Pecora che ha subito buon gioco a disarmare Pasquale Fortino. Non ci sono conseguenze immediate a questo episodio. Ognuno torna alle proprie occupazioni e Pasquale sembra richiudersi in se stesso.
Dopo un po’ Pasquale Fortino fa capolino sull’uscio di casa e si guarda intorno. La frazione Bosco di Rovito sembra essere deserta. Con circospezione esce sulla strada polverosa e si dirige deciso verso casa del vicino Luigi Magno. Entrare è un gioca da ragazzi, basta tirare la cordicella che esce da un buco nel legno della porta e il saliscendi si alza. In casa non c’è nessuno tranne due bambine che stanno dormendo. Pasquale avanza nella stanza per raggiungere il suo obbiettivo: la doppietta di Magno appesa a un chiodo. La prende e prende anche la cartucciera piena di colpi, poi torna tranquillamente a casa, senza che nessuno lo veda.
Passa qualche ora e Rosario Pecora si avvicina a casa dei Fortino per scambiare qualche parola col capofamiglia Santo. dopo un po’ si salutano e si dividono. Appena Rosario Pecora si gira su se stesso per tornare a casa, una detonazione scuote l’aria. Abbassa istintivamente la testa e la scarica di pallini da caccia destinata al suo petto lo colpisce in pieno viso.
Anche Santo Fortino, ripresosi dalla paura dell’esplosione, si gira e vede suo figlio Pasquale con la doppietta in mano e un ghigno satanico sulle labbra.
– Che hai fatto, pazzo! – gli urla rincorrendolo, ma Pasquale non gli risponde nemmeno e, scalzo e agile come un gatto, sparisce tra gli alberi verso il torrente sottostante.
Rosario Pecora è soccorso dai vicini, compresi i familiari di Pasquale. Luigi Magno, che ha un carretto, si offre di trasportarlo all’ospedale di Cosenza ed entra in casa per indossare una giacca. Nota subito che qualcosa non quadra: al chiodo non c’è la doppietta. Ma non è la sola brutta sorpresa: dal portafogli custodito nella giacca mancano mille lire. Urla e si dispera perché si sente responsabile di ciò che è accaduto, ma non c’è tempo da perdere, Rosario si lamenta e gronda sangue dal capo, bisogna correre.
Pecora viene ricoverato in prognosi riservata ma per fortuna se la caverà. Di Pasquale invece si perdono le tracce.
La notte tra il 2 e 3 settembre 1940 Carmine De Luca, invece di tornare a casa, decide di dormire nel capanno dell’orto che coltiva a Bosco. Il mattino si alza di buon’ora, si stiracchia, si strofina il viso con le mani rugose per svegliarsi del tutto e si affaccia sulla porta sbadigliando. L’aria è fresca e il sole sta per fare capolino dai monti. Carmine si gira per rientrare nel capanno a prendere la zappa proprio mentre un’esplosione fa volare tutto intorno gli uccelli che sono ancora appollaiati tra gli alberi e le palle partite dal fucile lo colpiscono alla nuca, ammazzandolo all’istante.
Emilia De Luca, la sorella di Carmine, in quel momento è seduta sul gradino di casa, distante una ventina di metri dal capanno e sobbalza. Quell’esplosione non è normale, “deve essere successa qualcosa nell’orto”, pensa. Corre a vedere e trova il fratello a terra. Nota, poco lontano, la figura di un uomo che scappa e, dalla testa enorme, lo riconosce per Pasquale Fortino.
Le ricerche predisposte dal maresciallo Mobrici, aiutato anche dagli abitanti di Bosco sono ancora una volta infruttuose per la conformazione del territorio, solcato da profondi burroni ricoperti di sterpaglie, dove è possibile nascondersi facilmente e vedere senza essere visti.
Mobrici, a questo punto, si concentra sul movente del delitto e non ci mette molto a scoprire che da qualche anno Pasquale Fortino si è invaghito della figlia del povero Carmine e la vuole sposare a tutti i costi. Ma, a nessun costo, né Adelina De Luca, né i genitori vogliono acconsentire al matrimonio ritenendo Pasquale un tipo strambo. Di certo è in questa direzione che bisogna indagare.
Nel frattempo, il 23 settembre arriva al maresciallo Mobrici una segnalazione: Pasquale Fortino è stato avvistato nel territorio di Pedace. Non perde tempo e verso le tre di pomeriggio raggiunge, insieme a una squadra di carabinieri, la casetta colonica dove il latitante si è rifugiato e la fa accerchiare.
Sono sicuri che sia dentro e aspettano il momento opportuno per intervenire, consapevoli che devono agire con molta circospezione perché Fortino è armato e bisogna evitare altri spargimenti di sangue. Ma le ore passano e dalla casetta non arriva nessun segno di vita. La finestra del piano superiore è serrata con gli scuri e la porticina del pianterreno è aperta ma non si può vedere cosa o chi ci sia dentro perché una siepe ne oscura la vista. Che l’informatore si sia sbagliato? Verso le 19,00 Mobrici decide di rompere gli indugi e, cautamente, pistola alla mano, si avvicina alla casetta passo dopo passo. Si appiattisce contro la siepe, trattiene il fiato, poi balza in piedi con la pistola puntata verso l’interno della casa. La sorpresa è grande appena vede Pasquale Fortino, tranquillamente seduto su una seggiola, che sta sbocconcellando pane e formaggio.
Resta qualche secondo sconcertato, poi gli intima di arrendersi mentre un carabiniere, che nel frattempo è arrivato a supporto, entra nella casetta e gli mette i ferri ai polsi. Fortino non oppone alcuna resistenza e, mentre tre carabinieri lo portano via, gli altri si mettono a perquisire la stanza. Trovano il fucile caricato a palle nascosto sotto un cumulo di paglia, sette cartucce a palla, undici a pallettoni e due a pallini.
– Ho sparato a Pecora perché si era permesso di togliermi la scure dalle mani e a De Luca perché dovevo assolutamente liberarmi di lui che mi minacciava ogni giorno di morte – dichiara subito, seppur sembrando come intontito e con parole pronunciate a fatica. Ma, se per il tentato omicidio di Pecora la sua versione è attendibile, non lo è assolutamente per ciò che riguarda l’uccisione di De Luca, da tutti descritto come uomo mite, incapace di fare del male e soprattutto sprovvisto di qualsiasi tipo di arma – durante la latitanza ho girato per le campagne da Rogliano a Pietrafitta, a Pedace. Le cartucce le ho comprate la mattina del 21 luglio scorso dall’armiere di Piazza Valdesi a Cosenza, quello che è all’inizio del Corso sulla sinistra. C’erano due persone all’interno e le cartucce, che ho pagato cinque lire, me le ha date l’uomo che ha uno sfregio sulla guancia sinistra – si interrompe per prendersi il capo tra le mani e il Giudice Istruttore gli chiede cosa ne pensi dell’affermazione di suo padre che lo definisce folle. Pasquale tira un lungo respiro, guarda il giudice con occhi stralunati e, battendosi la fronte col palmo della mano e
chinando la testa prima da un lato e poi dall’altro, risponde – è da quando De Luca ha cominciato a minacciarmi che non mi sento più bene con la testa… come adesso… mi sento male… la testa mi scoppia – si prende la testa tra le mani, apre e chiude gli occhi rapidamente mentre le palpebre gli tremano, le labbra gli si muovono in modo scomposto e incoerente rispetto alle parole che sta pronunciando, poi si chiude nel più assoluto silenzio e le guardie sono costrette a riportarlo in cella sorreggendolo per le braccia.
Che Pasquale fosse costantemente preso in giro è cosa risaputa a Bosco, tant’è che anche la vedova del povero Carmine De Luca lo riferisce al giudice. Domenico De Marco, che abita a Catena di Trenta, a un tiro di schioppo da Bosco, è molto chiaro nella sua dichiarazione:
– Pasquale è stato sempre un bravo ragazzo, un sempliciotto che secondo me non si può definire pazzo. È un tipo taciturno che tutti hanno sempre preso in giro per via della sua testa grossa. A volte, a gruppi si nascondevano per fargli paura. Pasquale non frequentava nessuna compagnia perché non ha spirito e non sa conversare.
Anche Francesco Tronco di Magli conosce bene Pasquale.
– Pasquale è sempre stato un giovane mite, ma non sa stare in compagnia perché non riesce a capire il vero significato di ciò che gli si dice. Ricordo di molte volte che, non afferrando il senso del discorso, si arrabbiava e veniva preso in giro ancora più ferocemente. Per questo ha cominciato a non frequentare più nessuno.
Ma anche Carmine De Luca era un pezzo di pane. Un uomo che non aveva mai fatto del male a nessuno e, di più, incapace di profferire parole che potessero essere interpretate come minacciose, quindi il dubbio che Pasquale soffra di una forma di malattia mentale è forte e i giudici, supportati dalla richiesta degli avvocati Fausto e Luigi Gullo, difensori dell’imputato, decidono di farlo sottoporre a perizia psichiatrica e ne dispongono il ricovero nel manicomio giudiziario di Napoli.
Al manicomio ci arriva in condizioni fisiche pietose e in condizioni psichiche ancora peggiori. I medici non riescono a ottenere alle loro domande niente altro che qualche segno fatto con le mani e qualche monosillabo. In pochi giorni il decadimento fisico e psichico di Pasquale peggiora e appare sempre più depresso. Prostrato dalle continue allucinazioni notturne, mostra ai medici il solo desiderio di morire per sottrarsi ai dolori fisici e alle persecuzioni ed alle minacce di quelli che gli vogliono male.
Con grande fatica, gli specialisti gli diagnosticano una schizofrenia paranoide caratterizzata da delirio di persecuzione e di minaccia. Tutto ciò in un soggetto affetto da tubercolosi renale che, senza dubbio, ha contribuito ad aggravare la patologia psichica.
Pasquale Fortino è pazzo e, nonostante abbia commesso i delitti in stato di incapacità di intendere e volere, è da ritenersi comunque un individuo socialmente pericoloso e perciò i giudici ne dispongono il ricovero coatto nel manicomio giudiziario per un periodo non inferiore ai dieci anni.[1]

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