ITALIANI A PHILADELPHIA

Ernesto Ursomarso ha quasi 17 anni quando, il 10 giugno 1913, sbarca a New York. È diretto a Philadelphia dove c’è già suo fratello Franco. Ernesto trova subito lavoro nella vetreria Gillinder e si mette a lavorare sodo, facendosi benvolere da tutti. Nella vetreria lavorano operai di molte nazionalità, tra i quali qualche austriaco. Quando scoppia la Prima Guerra Mondiale e l’Italia si schiera contro l’Austria, gli animi si scaldano spesso, ma la situazione per Ernesto e l’altro italiano, Angelo Reale, che da poco lavora lì, diventa quasi insostenibile quando, verso la fine del 1916, gli austriaci cominciano a mietere successi sui campi di battaglia.
La sera del 16 dicembre 1916, sono circa le 22,00, l’operaio austriaco William Ranisziwski provoca Ernesto con un pretesto:
– Svuota quella canna, italiano figlio di puttana!
– Vaffanculo! – è la risposta di Ernesto.
L’austriaco gli lancia addosso un pezzo di vetro e i due si azzuffano. Nel frattempo entrano nel salone il boss della fabbrica e Angelo Reale.
– Ehiehiehi! Non voglio risse qui dentro, se ve la sentite, continuate fuori quando finite di lavorare – intima loro il boss.
– Ci vediamo fuori – fa Ernesto all’austriaco puntandogli il dito contro.
– Si. Ci vediamo dopo.
Alle 6,00 del mattino successivo il turno di lavoro finisce e tutti gli operai escono imbacuccati per proteggersi dal freddo gelido. William Ranisziwski precede tutti e, tenendo il cappotto sul braccio, aspetta che esca Ernesto.
– Vieni qui, italiano figlio di puttana – gli fa l’austriaco non appena lo vede.
Ernesto non fa una piega, non dice una sola parola. Mette una mano nella tasca del cappotto, tira fuori un revolver e spara due colpi contro l’austriaco che cade stecchito sulla strada coperta di ghiaccio. Intorno ai due si fa il vuoto. Ernesto resta immobile con il revolver in pugno. Angelo Reale gli si avvicina e lo scuote:
– Che hai fatto? Adesso ci arrestano tutti e due, scappiamo! – ma Angelo non conosce il posto, non conosce una sola parola di inglese e non sa leggere – dove cazzo dobbiamo andare, Ernè?
– Di qua, corri! – gli urla Ernesto, imboccando una strada laterale.
Qualcuno ha chiamato la polizia ma dei due agenti che devono intervenire, quello a cavallo viene disarcionato perché l’animale scivola sul ghiaccio, l’altro, a piedi, scivola anche lui diverse volte e arrivano dopo parecchi minuti.
I due italiani, nel frattempo, prendono un tram, scendono e ne prendono un altro, poi Ernesto fa scendere l’amico, dandogli le istruzioni necessarie per tornare a casa. Lui no, a casa non ci torna. Va da un amico fidato e si nasconde. Gli agenti, quando sono sul posto, avvisano la centrale e iniziano le ricerche. Piantonano per giorni la sua casa, quella del fratello e quelle di due suoi cugini ma lui non si fa vedere. Non si fa vedere perché si fa prestare dei soldi e rientra clandestinamente in Italia. Qui, per ora, non è ricercato.
Angelo Reale viene arrestato ma è chiaro che non c’entra niente con l’omicidio e, scagionato da tutte le accuse, si arruola nell’esercito americano, destinazione il fronte francese. Sarà ucciso in battaglia e decorato alla memoria.
 Anche Ernesto, una volta in Italia, si arruola nell’esercito e parte per il fronte.
I Carabinieri di Roggiano Gravina, quando arriva in caserma il mandato di cattura, rispondono candidamente al Pretore di San Marco Argentano che “non ci è riuscito di rintracciarlo neppure al di lui domicilio perché trovasi soldato nel 5 regg.to lanceri di Novara, 1^ Compagnia ferroviaria- Brescia”.
Ma non è finita qui. Il 29 maggio 1920, con il numero 3919, la Prefettura di Cosenza gli rilascia regolare passaporto. Regolare? A dire il vero qualcuno dimentica di apporre i necessari visti del Pretore e del Procuratore del re sui certificati relativi ai carichi pendenti, ma è una bazzecola. La cosa più sorprendente è che il console americano a Napoli, il 23 agosto, appone il visto sul suo passaporto, nonostante su di lui penda ancora il mandato di cattura del governo americano per omicidio. Non se ne è accorto? Ha fatto finta di non accorgersene per farlo rientrare negli Stati Uniti e arrestarlo? O qualcuno gli ha consigliato di far finta di nulla? Non lo sapremo mai, ma tant’è!
Di svista in svista, il 7 settembre 1921, su segnalazione dei Carabinieri, la Sezione di Accusa della Corte di Appello di Catanzaro emette sentenza di non luogo a procedere a carico di Ernesto Ursomarso per “non trovarsi l’imputato nel territorio del Regno”! Ma come? Non lo hanno visto, i Carabinieri, seduto davanti all’osteria a godersi il sole con gli amici?
Ernesto, tomo tomo, partirà per gli Stati Uniti solo mese di novembre, destinazione, ancora una volta, Filadelfia. Che voglia andare a chiarire la sua posizione? No, il fratello Franco, che nel frattempo è diventato un personaggio di spicco in città essendo membro della Federazione delle Società Italiane e tesoriere della Società di Mutuo Soccorso Aspromonte Calabria, gli ha assicurato che la situazione è tranquilla e nessuno lo cerca più.
A Philadelphia Ernesto si stabilisce a casa del fratello il quale gli apre una bottega di lustrascarpe all’incrocio tra Point Breeze Avenue e Morris Street, bottega che venderà dopo un paio di anni. Ursomarso rimane, così, disoccupato per due o tre mesi, e poco tempo dopo trova lavoro in una fabbrica di sedie tra la Ventitreesima e Passyunk Avenue. Ma qui la dea bendata lo abbandona: è riconosciuto da un ex operaio austriaco della vetreria che corre a denunciarlo. Lo arrestano e lo sottopongono a processo. E scoppia un putiferio. La comunità italiana fa il diavolo a quattro. Gli pagano la cauzione e a testimoniare in suo favore si presenta una schiera di italiani, tra i quali il Presidente della Federazione delle Società Italiane, Comm. C. C. A. Baldi. Ma Ernesto viene, comunque, condannato a una pena da tre a quattro anni da scontare nell’Eastern Penitentiary per eccesso di legittima difesa e gli è andata di lusso.
Ma le proteste e le pressioni della comunità italiana non si placano e così Ernesto riacquista la libertà perché la Corte dei Perdoni, per sedare gli animi, condona la pena. [1]
La giustizia statunitense però non si piegò alle proteste, molto più vibranti, scoppiate in tutto il mondo per sostenere la causa di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Ah! Dimenticavo… loro, anche se innocenti, erano anarchici.

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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