IL CADAVERE DELLA SCONOSCIUTA

Non sono ancora le dieci del mattino del 26 maggio 1944 ma il sole è già alto sul mare calmo di Santa Venere, frazione di Rocca Imperiale. Antonietta Santorsola sta andando verso Montegiordano Marina percorrendo a piedi la strada che costeggia da un lato la linea ferroviaria e dall’altro la spiaggia. Il suo sguardo va verso il luccichio che i raggi del sole provocano incontrando il mare Ionio e le sembra di vedere qualcosa di strano nell’acqua. “Non è possibile”, pensa. Mette la mano a mò di visiera sulla fronte e guarda meglio. Nell’acqua, a una decina di metri dalla riva, galleggia il corpo nudo di una donna. Vorrebbe urlare per chiedere aiuto ma nei paraggi non c’è nessuno, così affretta il passo e arriva in men che non si dica a Montegiordano. Trafelata, va ad avvertire della cosa il maresciallo Fontana il quale si precipita sulla spiaggia e ordina a un pescatore di portarlo all’altezza del ponte Lupo per verificare ciò che ha appena appreso.
L’indicazione data dalla donna è esatta e ai due non resta che caricare il cadavere sulla barca e dirigersi a riva, dove lo adagiano.
La donna ha l’età apparente di 20 – 25 anni e capelli castani corti. Il maresciallo non può vedere il colore degli occhi perché sono chiusi e gonfi; nota però che ha degli strani segni sul collo e un’escoriazione all’interno della coscia destra. Va alla barca a prendere un cencio che ha notato durante il viaggio e, pietosamente, copre il cadavere alla meglio.
– Vai subito alla caserma di Rocca Imperiale a chiamare qualcuno, io resto qui a piantonare il corpo – ordina al pescatore.
Ci vorranno tre ore perché arrivino le forze dell’ordine e il pomeriggio del giorno dopo (nella notte il piantone riesce a stento a evitare che il corpo venga sbranato dai cani randagi) perché arrivi il Pretore di Trebisacce a ordinare la rimozione del cadavere e l’esecuzione dell’autopsia. I carabinieri, intanto, perlustrano la spiaggia palmo a palmo e, a una decina di metri da dove è stato adagiato il corpo, in una macchia di vegetazione trovano sparpagliati alcuni indumenti femminili di colore nero, uno scialle nero, una maglia blu scuro e un’altra azzurra. Trovano anche una mezza mutandina stracciata e così hanno il fondato sospetto che non si sia trattato di una disgrazia ma di un delitto.
E che si tratti di un delitto lo conferma l’autopsia: nella gola della sconosciuta viene trovato, compresso, un fazzoletto bianco, bordato di blu.
Le indagini accertano che il 25 maggio quattro sconosciuti, tre uomini e una donna, erano stati visti sia a Montegiordano che a Rocca Imperiale.
– La donna, mentre passava davanti al casello, mi ha chiesto se avessi delle uova ma io non ne avevo – dichiara Maria Battafarano, moglie del casellante, che continua – era vestita di nero e aveva uno scialle, anch’esso nero, sulle spalle. Si, è proprio questo, lo scialle – termina quando le fanno vedere lo scialle rinvenuto.
– Ero affacciata alla finestra, potevano essere le 13,00, quando si sono fermati due camion che portano il cemento e da uno di questi sono scesi tre uomini e una donna. Lei era vestita di nero e aveva uno scialle nero sulle spalle. Uno degli uomini aveva più di quarant’anni e indossava una tuta color kaki tutta sporca, sembrava un carbonaio. Gli altri due erano più giovani, dai 20 ai 30 anni, e vestivano di grigio. Uno portava il cappello. Il loro aspetto non era di certo signorile! Mi hanno vista affacciata e mi hanno chiesto delle fave e un po’ d’acqua, ma lei ha solo bevuto, poi hanno chiesto a che ora sarebbe arrivato il treno da Sibari – termina così la dichiarazione di Antonietta Rossi di Montegiordano.
I carabinieri vanno a parlare con Vincenzo Iurlo, direttore del cementificio Zippitelli, per conoscere i nomi dei due autisti e interrogarli.
– I nomi non li so – esordisce Iurlo – ma hanno caricato il cemento per la ditta di Pietro Costabile che è in via Panebianco a Cosenza. Chiedete a lui.
Pietro Costabile fa i nomi dei due autisti che vengono rintracciati e interrogati. Quello che ha caricato i tre uomini e la donna è Pietro Barrese.
– Ero nei pressi di Roseto quando le persone in questione mi hanno fermato e mi hanno Chiesto se potevo portarli fino a Montegiordano e così li ho fatti salire. Mi dissero che dovevano andare in un posto vicino a Taranto. Uno degli uomini, che gli altri chiamavano Franco, poteva avere 19 – 20 anni, era di statura media, aveva il viso ovale, occhi neri e capelli castani un po’ ricci; un altro era alto, barba rasa, capelli e occhi castani, parlava in dialetto tarantino e poteva avere circa 45 anni: il terzo uomo non so descriverlo perché è montato nel cassone di dietro e non l’ho visto. La donna era vestita di nero, robusta, bassina, capelli castani ondulati e occhi celesti, poteva avere 20 – 22 anni. Ho sentito che la donna chiamava l’uomo più anziano o Pasquale o Gaetano. Quando siamo arrivati a Montegiordano sono scesi e sono entrati nella cantina gestita dal direttore del cementificio. Posso solo aggiungere che durante il viaggio, l’uomo più anziano ha dato uno schiaffo alla donna perché non ha voluto bere un uovo che lui le aveva dato, al che io mi sono arrabbiato e volevo farli scendere, ma poi hanno chiesto scusa ed è finita lì.
Che ci fosse qualcosa che non andava tra i tre uomini e la donna lo dicono anche altri testimoni. “Non mi seccate” sono le parole più ricorrenti che la donna rivolge ai suoi tre accompagnatori.
Ma non si riesce a scoprire nulla di più. Nessuna delle donne che risulta scomparsa e di cui i carabinieri sono in possesso delle fotografie viene riconosciuta come la donna morta. Passano tre anni e il caso viene archiviato.
Ma poi, quasi tre anni dopo, accade qualcosa che fa tirare fuori dall’archivio lo scarno e ormai polveroso fascicolo.
Il 29 ottobre 1949, Giuseppe Pagliara, 29 anni da Bernalda, si presenta alla caserma dei carabinieri di Pisticci per chiedere che “sia fatta piena luce sulla scomparsa di mia moglie Di Stefano Camilla fu Pietro, avvenuta a fine maggio 1944, epoca in cui io ero prigioniero di guerra in Australia. Durante la mia assenza, mia moglie aveva contratto relazione intima con tale Prete Gaetano, residente in Montalbano Ionico. Col Prete ha convissuto in Pisticci e in Trebisacce. Mio padre sporse denunzia sia per le relazione adulterina che per l’aborto all’Arma di Pisticci in data 12 e 16 maggio 1944. Le ultime notizie risalgono al predetto maggio e precisamente all’epoca in cui mia moglie risiedeva con l’amante in Trebisacce. In quell’epoca fu rinvenuto un cadavere di donna, che non fu riconosciuto, sul litorale ionico fra Nova Siri e Rocca Imperiale. Pare che delle indagini si siano occupati i carabinieri di Rocca Imperiale”.
Adesso si che c’è qualcosa di concreto su cui indagare! I carabinieri di Rocca Imperiale si mettono subito all’opera e riannodano il filo delle indagini scoprendo che Camilla Di Stefano se ne andava in giro accompagnata dall’amante Gaetano Prete e da Leonardo e Angelo Prete, rispettivamente figlio e nipote dell’uomo. Ipotizzano, poi, che Gaetano Prete, venuto a conoscenza che il marito della donna, non essendo disperso in guerra ma prigioniero, potesse ritornare e fargli del male perché era un pessimo soggetto, credette opportuno, con la complicità del figlio e del nipote, sopprimere Camilla Di Stefano soffocandola e buttandola in mare. L’ipotesi non è campata in aria, i carabinieri di Pisticci trovano molti testimoni che affermano di aver visto la donna per parecchi giorni sempre in compagnia dei tre uomini. Se si aggiunge che il giorno prima di rinvenire il cadavere, la sconosciuta era stata vista a Montegiordano e Rocca Imperiale in compagnia di tre uomini, la cosa è estremamente plausibile.
Così i carabinieri rintracciano i sospetti, Gaetano Prete a Nova Siri e gli altri due a Trebisacce, e li arrestano. Ma sono passati sei anni, i testimoni non hanno più memoria certa dei volti e non li riconoscono con certezza. Il Pretore è costretto a rimettere in libertà i tre ma il maresciallo Stefano Orlando non si da per vinto, sequestra la carta d’identità a Gaetano Prete e la manda ai colleghi di Cosenza per mostrarla all’autista del camion che li aveva caricati a bordo. È l’ultima carta a sua disposizione e gli va bene! Giovanni Barrese riconosce senza ombra di dubbio l’uomo che a bordo del camion schiaffeggiò la donna.
Il 20 dicembre 1950 i carabinieri vanno a prenderlo di nuovo a Nova Siri e lo trovano sulla strada Nazionale che fornisce indicazioni ai passanti su come raggiungere una baracca poco distante dove fa prostituire la moglie. Lo mettono in stato di fermo e all’imputazione di omicidio volontario aggiungono anche quello di sfruttamento della prostituzione.

– Marescià, io sono malato e non posso lavorare… abbiamo tre bambini piccoli e mia moglie fa volontariamente la prostituta… – così si giustifica.
Anche gli altri due sospetti vengono arrestati di nuovo e, da Trebisacce, vengono portati nella caserma di Rocca Imperiale.
Adesso che la traccia investigativa sta diventando più nitida, i carabinieri raccolgono molte testimonianze significative che inchiodano i tre sospetti: Camilla Di Stefano, nei primi giorni di aprile del 1944, rivelò alla sorella e alla cognata di essere incinta di Gaetano Prete. Scoprono anche che Prete l’aveva portata prima a Bari e poi a Matera dove, il 18 maggio, una settimana prima che la donna sparisse, l’aveva fatta abortire clandestinamente pagando 6.000 lire.
Giuseppina Di Stefano, la sorella di Camilla, aggiunge che la cacciò di casa non appena seppe dell’aborto e che Camilla, come lei vestita a lutto per la morte della madre, se ne andò accompagnata da Leonardo Prete e da quel momento non la rivide più.
Si indaga anche sulla possibilità che Gaetano Prete abbia fatto prostituire Camilla portandola in giro lungo la costa ionica ma non ci sono riscontri certi.
Anche se manca ancora la certezza  che la donna trovata morta nelle acque di fronte a Rocca Imperiale il 26 maggio 1944 sia Camilla Di Stefano (non è stata trovata nemmeno una fotografia da mostrare ai testimoni), gli indizi sono sufficienti per ottenere il rinvio a giudizio dei tre sospetti e il 19 novembre 1952 inizia il processo davanti alla Corte di Assise del Tribunale di Castrovillari.
Nel dibattimento si scopre che la moglie del casellante che vide e parlò con la donna poi trovata morta, riferì al brigadiere Giovanni Durazzo, durante la sua deposizione, di aver sentito la donna che diceva ai tre uomini:
Non c’è bisogno che mi ammazziate, quando passerà il treno mi butterò sotto…
Il brigadiere conferma questa circostanza e si giustifica dicendo che “evidentemente tale circostanza mi sarà sfuggita durante la compilazione del detto rapporto”. Una svista da niente!
E finalmente arriva sul tavolo del Pubblico Ministero anche la tanto attesa fotografia di Camilla Di Stefano. È il colpo di grazia per i tre imputati. Tutti i testimoni riconoscono la donna trovata morta e le porte del carcere si spalancano per Gaetano (30 anni) e Leonardo Prete (16 anni). Angelo Prete viene assolto per insufficienza di prove.
La sentenza d’Appello invece ribalta tutto e manda assolti Gaetano e Leonardo Prete per insufficienza di prove. Il ricorso in Cassazione lo fanno tutti, imputati e Procuratore Generale e la Suprema Corte da parzialmente ragione a quest’ultimo, annullando la sentenza per difetto di motivazione e rinvia a un nuovo processo da tenersi presso la Corte d’Appello di Messina. Siamo ormai alla fine del 1954 e sono passati poco più di dieci anni dal ritrovamento del cadavere.
Passa ancora un anno prima che cominci il secondo processo d’appello e il 13 dicembre 1955 i giudici di Messina confermano le condanne inflitte in Primo Grado. Gaetano e Leonardo Prete tornano in carcere e non presenteranno un nuovo ricorso in Cassazione entro i termini di legge. Il 28 marzo 1956 la Corte d’Appello di Messina dichiara inammissibile il ricorso presentato dagli imputati e finalmente viene scritta la parola fine su questa brutta storia.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.

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